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La biblioteca del padre (II)

Cominciava, però, ad insinuarsi nella sua mente l’idea della scoperta, il desiderio di affacciarsi da solo alla finestra del mondo. Un mondo che fino ad allora per lui era fatto di tanti pezzi, a volte piccoli, a volte grandi. Di piombo o di legno. Tondi o corsivi. Maiuscoli o minuscoli. Le lettere dell’alfabeto erano, infatti, i pezzi intorno ai quali Alvano stava cominciando a costruire la sua visione della realtà. Nell’altra stanza della stamperia, c’era la composizione. Grandi casse con piccoli riquadri contenenti lettere di ogni tipo. Dovevano essere prese una ad una, messe l’una dietro l’altra, riga dopo riga, fino a formare una ‘forma’ che era poi la pagina.


Messe insieme, quelle lettere rappresentavano la sintesi a cui Alvano avrebbe sempre aspirato, senza mai raggiungerla. Un mondo di chiacchiere, di parole, di suoni, che dovrebbero dare forma al pensiero ma che invece, quasi sempre, concorrono a confondere, paralizzando l’azione, distruggendo la volontà dell’agire e del fare. Le lettere erano là, cassa dopo cassa, ognuna nella sua scatola aperta, pronte ad essere usate, inserite nel contesto opportuno, trasferite e trasmesse, chissà se mai ricevute e capite. Nelle agili mani dei compositori, con le loro abili dita annerite dall’inchiostro, esse venivano allineate, fino a formare un tutt’uno. Legate da diversi giri di spago, venivano spazzolate col petrolio, per poi essere messe nel tirabozze. Da lì uscivano dei fogli anticipatori ed annunciatori insieme dei saperi che l’autore aveva deciso di comunicare. Venivano inumiditi per far meglio aderire l’inchiostro che veniva poi spalmato sopra con un cilindro di caucciù. Quei fogli erano poi corretti dal correttore o dall’autore. Alvano aveva concorso alla creazione di qualcosa che non c’era prima, qualcosa di originale, di unico, di cui tutti avrebbero potuto partecipare.

Questa era la sua aspirazione, comunicare con il mondo. Il fascino della carta stampata. Era orgoglioso quando poteva portare le bozze del libro sulla storia del paese a quel prete che viveva fuori città, su per quel viale alberato che portava al villaggio dell’Episcopio. Una storia della sua città. Ma quella gente l’avrebbe letta? L’avrebbe capita? Uno o due sedicesimi, ancora profumati di stampa, insieme ad altri fogli, gli ‘originali’. Parola misteriosa, perché in fondo, Alvano, quando guardava quelle pagine non vedeva altro che la scrittura difficile da leggere del prete. Guardava i due testi, quello scritto a mano e quello stampato, e sentiva fremergli il sangue nelle vene. Qualcosa era accaduto nel passaggio dalla parola scritta di proprio pugno dall’autore, a quella stampata in tipografia. Che gioia quella pagina stampata, poterla guardare, toccare, legare, collezionare, catalogare, classificare, ritagliare, incollare, spedire, ricevere. Aveva un cassetto tutto suo nel quale conservava quei fascicoli colorati, lunghi, rettangolari, quadrati. Li contava, li consultava, li ritagliava, li sistemava, li classificava, con amore e passione. Era come sistemare e classificare il mondo. Il suo mondo.

Aspettava con impazienza l’arrivo del pacco di giornali che il vecchio Ciro, il giornalaio, portava dal treno ogni mattina. Con lui viaggiavano Nat del Santa Cruz, l’Uomo Mascherato, Tex Willer, Topolino, Paperino, il Signor Bonaventura, Sor Pampurio, Mandrake, una schiera di personaggi imprevedibili, interpreti di fatti ed avventure reali o fantastiche, originali, impossibili, stupide, stravaganti. Gialli, rosa, romanzeschi, fantascientifici, polizieschi, guerrieri, sessuali, letterari, biografici. Quotidiani del pomeriggio, della sera, settimanali, quindicinali, mensili, bimestrali, trimestrali. Di destra, di sinistra, di centro, liberali, libertari, marxisti, cristiani, socialisti, comunisti, radicali, fascisti. Grandi, piccoli, a strisce, tabloidi, in bianco e nero, a colori. In carta patinata, uso mano, india, leggera, trasparente. L’articolo di fondo, l’editoriale, il corsivo, la corrispondenza, la telefoto, l’esclusiva, il servizio speciale, la notizia di agenzia, il supplemento del lunedì, quello della domenica, l’inserto. Un lessico di cui Alvano si nutriva. Un mare di inchiostro al quale si abbeverava.

Passava dalle stanze della stamperia paterna, all’allegra bancarella dei giornali collocata sotto il portone di casa. Variamente allestita e giornalmente rifornita dalle pazienti mani della vecchia moglie di Ciro, la bancarella era il suo punto di riferimento, il centro del suo universo. Al vento e al freddo, al caldo o alla pioggia, quella specie di baldacchino ambulante, che veniva messo fuori al mattino e ritirato a sera, esponeva i fatti del mondo. Ciro faceva sentire ogni giorno la sua voce lanciando ai quattro venti i suoi messaggi. Spingeva per le strade del paese la sua bicicletta carica di carta stampata. La gente si affacciava dai balconi e dalle finestre, calava il paniere e comprava il giornale o la rivista: il Radiocorriere, il Roma di Alberto Giovannini, il Giornale di Alberto Spaini, il Mattino di Giovanni Ansaldo, il Risorgimento, il Paese Sera, il Corriere di Napoli, Napoli Notte, Sport Sud, Guerin Sportivo…

Alvano si sentiva al centro del mondo. Raccoglieva i messaggi che gli arrivavano in vario modo dalla lettura degli articoli, dai ritagli della pubblicità. Confrontava le opinioni dei vari giornalisti, si appassionava alle discussioni dei partiti politici. Giovanni Ansaldo, Alfredo Signoretti, Alberto Giovannini, Antonio Pugliese, Marco Ramperti, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Luigi Barzini sr e Luigi Barzini jr, Leo Longanesi, Gianna Preda, Mario Tedeschi, Arrigo Benedetti, Giovanni Guareschi, Guglielmo Giannini… L’Uomo Qualunque, Il Travaso delle Idee, Il Borghese, Candido, L’Europeo, Tempo, La Settimana Incom, Grand Hotel, La Domenica del Corriere, La Tribuna Illustrata, La Fiera letteraria, Omnibus. Tutti presenti nella sua mente ancora oggi, allineati con cura sulla bancarella. Tanti nomi, tanti riferimenti, tante fughe che Alvano faceva verso il mondo che voleva esplorare e desiderava conquistare. Non era ancora esplosa l’epoca della comunicazione di massa. Le olimpiadi di Roma ne avrebbero segnato solo un anticipo, aprendo l’Italia al grande sviluppo degli anni sessanta. Alvano aspirava ad andare via da quel posto in cui viveva. La stamperia era stata chiusa, venduta, naufragata nel mare degli egoismi di famiglia, gettando tutti sul lastrico. Personaggi ed interpreti di uno spettacolo esistenziale che li vedeva vittime inconsapevoli delle trasformazioni imminenti che si sarebbero di lì a poco abbattute su quel tipo di società destinata a scomparire per sempre. Non conosceva nessuna lingua straniera ma volle studiare le lingue, per fuggire. Sapeva solo un poco di francese che quella misteriosa insegnante dai capelli rossi del ginnasio gli aveva fatto amare.

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