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La cultura del software - Il software della cultura

Ho acquistato questo libro, dal non modico prezzo di trenta euri, perchè mi rendo conto che la cultura contemporanea sta profondamente cambiando. Molti sembrano non rendersene conto. Non mi riferisco soltanto a chi scrive libri sperando di vederseli pubblicare da qualche sempre più raro editore disposto a rischiare i suoi pochi soldi, ma penso anche anche a chi è semplice lettore come me, acquirente degli stessi per amore, passione od ossessione. Una cultura che non ha più il valore monolitico, il significato univoco e la valenza generale di un tempo.

Se penso al percorso culturale che ho fatto nell’arco di quasi cinquant’anni di studi e di lavoro con i libri, nei libri e tra i libri, sin dai tempi in cui, da ragazzino giocavo e mi intrattenevo nella vecchia tipografia tradizionale paterna, devo dire che il termine “cultura” ne ha fatta di strada. Senza per questo voler risalire al papiro, ma pensando al vecchio calamaio ed al pennino “cavallotti” della vecchia penna, la parola ha senz’altro assunto dimensioni diverse ed inaspettate. Da quei caratteri mobili che, presi uno ad uno, mio padre metteva insieme e sul marmo della sala di composizione dava “forma” al pensiero scritto, per poi passarli nella fragorosa stampatrice funzionante a mano con la grande ruota, di strada, questa cultura ne ha fatta e come!

Dal composimetro e dal tipometro alla macchina da scrivere e quella elettronica, il passaggio al computer anche se è stato breve e rapido nel tempo, non altrettanto lo è stato nella gestione dei contenuti e nella elaborazione degli stessi. Il modo di trasmettere è mutato e con esso inevitabilmente il nostro modo di pensare e quindi osservare, leggere e trasmettere la realtà che ci circonda. Questo libro, che sia detto tra parentesi ho scoperto presente anche online in formato digitale ed accessibile a tutti gratuitamente, ne è una prova in quanto percorre ed analizza i cambiamenti sociali che i nuovi media stanno esercitando su noi sia come lettori che come scrittori.

Nella sua presentazione l’autore che non è uno qualunque ma è un Professore di Teoria dei Nuovi Media al Dipartimento di Arti visuali dell’Università della California, Lev Manovich, in oltre duecento pagine e in tre diverse sezioni, percorre i cambiamenti e li definisce in maniera categorica e abbastanza brutale in questa maniera: “Il mondo oggi è abituato a funzionare con applicazioni e servizi web mai definitivamente completati, che dunque rimangono in versione beta”. Ecco, questa mi sembra la condizione in cui versa la cultura a cui facevo riferimento prima.

Non esiste più ormai la cultura monolitica, eterna ed inattaccabile di un tempo, quella “forma” fatta di caratteri mobili in principio, ma poi legati e messi insieme per la stampa da riversare sulla carta. Quella cultura di soli cinquant’anni orsono che diventava poi fissa, immobile ed inattaccabile, non esiste più. Tutto ciò che fa cultura può essere continuamente aggiornato senza che i fruitori/consumatori facciano alcunchè. “Il codice algoritmico dietro le ricerche di Googgle, scrive Manovich nella sua prefazione del libro,viene aggiornato quotidianamente senza che noi ce ne accorgiamo. Ci siamo assuefatti a questo mondo in costante mutamento, un mondo che oggi non è definito da macchine industriali, che cambiano raramente, ma dal software che invece in continua evoluzione.”

E poi, ancora dopo:“Il software è oggi la nostra interfaccia con il mondo, con gli altri, con la nostra memoria e la nostra immaginazione, un linguaggio universale attraverso cui il mondo comunica e un motore universale grazie al quale il mondo si muove. Il software ricopre oggi la stessa importanza che avevano l’elettricità e il motore a scoppio nel ventesimo secolo”. E che cos’è questa nuova cultura? Non è altro che quello che l’autore chiama “software culturale”, programmi come Word, Powerpoint, Photoshop, Firefox, WordPress, Google Earth, Facebook, Safari ecc. strumenti nati per creare, interagire e condividere contenuti mediali. La’utore sostiene che se è vero che la società industriale è figlia dell’elettricità e del motore a scoppio, questa nuova “cultura”, il software, è stato altrettanto determinante per la nascita della società dell’informazione globale. Nessuno dei protagonisti della società dell’informazione - i lavoratori della conoscenza, gli analisti dei simboli, le industrie creative e l’industria dei servizi - esisterebbe senza il software. Questo è ciò che rende possibile ciascuna delle nuove dimensioni del vivere sociale su cui le teorie sociali dell’ultimo decennio si sono concrentare: l’informazione, la conoscenza, la reticolarità”. Ecco la parola chiave della nuova cultura: la reticolarità. Seguono l’interscambio, la duttilità, il cambiamento.

«MySpace, Facebook, Wikipedia, ecc. rappresentano una nuova frontiera della cultura e della comunicazione soprattutto perché si estendono a tutti e sono in continuo cambiamento. Sono una parte della globalizzazione. È tutto più libero: la caratteristica di flessibilità costante della cultura mediatica, nei Social Network è portata all’estremo. Si creano profili personalizzati, si possono aggiornare continuamente le informazioni. Sono spazi completamente aperti».

Che valore hanno culturalmente? Si possono stabilire delle gerarchie, fare delle distinzioni?

«È difficile dirlo. C’è ancora un problema generale: non si considera che il software possa fare cultura. Il valore sta anzitutto nel cambiamento di mentalità che crea la loro concezione così aperta e flessibile: le conseguenze si vedono nell’arte, meno cristallizzata nei generi, e anche nella comunicazione delle informazioni».

Come l’alfabeto, la matematica, la vecchia tipografia, il motore a scoppio, l’elettricità e i circuiti integrati, il software riadatta e rimodella, almeno potenzialmente, ogni cosa a cui si applica. In altre parole, così come l’aggiunta di una nuova dimensione di spazio aggiunge una nuova coordinata a ciascun elemento in questo spazio, “inserire” il software nella cultura cambia l’identità di ogni cosa di cui è composta una cultura. quindi si può parlare delle nostra società come di una società dei software e della nostra cultura come di una cultura dei software perchè oggi il software gioca un ruolo centrale nel plasmare sia gli elementi materiali sia molte delle strutture immateriali che insieme costituiscono la “cultura”. Il software sembra introdurre la variabile che va sotto il nome di “performance”, vale a dire la possibilità e la capacità di ottenere, ricavare, esperire in tempo reale da un software. possiamo ottenere risultati dinamici continuamente ricalcolabili. Insomma, a farla breve, un mondo destinato a restare perennemente in “versione beta”. Ma io, a questo punto, piccolo e umile bibliomane, mi chiedo: ma è non è stato sempre così dalla creazione del mondo? La condizione umana non soffre di una costante condizione di esistenza beta? In continuo divenire e costante trasformazione? Sbaglio o l’aveva già detto Qoelet?

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