Questo sito contribuisce alla audience di

Sull'utilità delle brutte parole

"Colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà". (John H. Jackson). In un'epoca di conflitti accesi e di complessità crescente come l'attuale, sono poche le cose sulle quali le persone sono normalmente d'accordo. In politica, economia, letteratura, morale e religione, è difficile incontrare condivisioni di larghe dimensioni. Le opinioni esplodono in mille schegge di pensiero che raramente si ricompongono, dando spesso vita a contrasti che nessun compromesso riesce ad appianare definitivamente.


Ci sono, però, nel senso comune — quella forma di sapere che tutti credono di possedere, scambiandola per buon senso, e che ha la fastidiosa tendenza a volersi libera da indagini del pensiero — dei frammenti di conoscenza che tacitamente tutti considerano ovvi e che non destano la minima riflessione: forse, non ne sono nemmeno degni.

Un esempio di conoscenza implicitamente data per scontata da tutti è costituito dal turpiloquio e dalla bestemmia. La maggior parte degli individui è concorde nel ritenere che le “male parole” sono un vizio spregevole e infimo di cui tutti farebbero bene a sbarazzarsi, pena la regressione a una condizione primitiva di civiltà. La maggioranza morale delle persone sostiene che le parolacce e le imprecazioni sono detestabili ed è disposta a parlare di espressioni oscene solo per chiederne l’abrogazione dal vocabolario. Le buone maniere, inevitabilmente, le condannano. Nei discorsi quotidiani, massmediali e ‘colti’, il turpiloquio è considerato, di volta in volta, espressione immorale, disgrazia estetica, inciampo linguistico, scandalo volgare o inopportuna caduta di stile. In ogni caso, posti di fronte a precisa domanda, tutti risponderebbero senza eccessivi patemi che del turpiloquio si può fare tranquillamente a meno e che un’improvvisa azione di chirurgia linguistica che rimuovesse, in un sol colpo, questo “cancro dell’anima” non potrebbe che essere ben accetta.

E però…


Chi si prendesse la briga di esaminare questo fenomeno linguistico da un punto di vita storico rimarrebbe immediatamente colpito dalla quantità incredibile di sanzioni, condanne, normazioni che su di esso sono ricadute. Tanto per fare qualche esempio, a Roma gli spergiuri erano gettati dalla Rupe Tarpea; gli egiziani punivano le bestemmie con la decapitazione, i greci con il taglio delle orecchie; i turchi impedivano ai bestemmiatori di accedere al governo. Secondo le antiche leggi ebraiche, il bestemmiatore doveva essere condannato a morte tramite lapidazione. Nel Medioevo, a chi fosse stato sorpreso a pronunciare parole indicibili spettavano punizioni corporali, quali la berlina, la gogna, la corbellatura, la fustigazione, il marchio in fronte e la lingua forata. Né si deve pensare che siano cose del passato. Ricordiamo, per brevità, che, in Italia, il reato di bestemmia è stato depenalizzato e quello di turpiloquio abrogato solo nel 1999.

Come spiegare la tenacia ossessiva di ogni epoca nel mettere a freno il linguaggio turpe, nell’ordinarlo all’interno di confini prevedibili? A fronte della compatta condanna che il senso comune esprime, ancora oggi, nei confronti del turpiloquio, come interpretare la necessità storica di impedirne la dicibilità? Non sarà che, dietro queste riprovazioni apparentemente universali, si nascondono bisogni inconfessabili? Che, smettendo le maschere dell’indignazione, ci si trovi di fronte al fatto che assolve importanti funzioni sociali?

I testi qui raccolti sembrano parlare a conferma di questo sospetto. Essi provengono da autori, tradizioni, tempi e Paesi diversi, ma hanno in comune una sensibilità eccentrica nei confronti del turpiloquio, che non è scanzonato, goliardico ammiccamento, ma convinzione sincera, anche se espressa in maniera ironica o seria, teoricamente consapevole o accidentale ….

Ultimi interventi

Vedi tutti