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Un nulla fatto di vita e di caos

Quando uscirono ormai quasi cento anni fa, nel 1914, i "Dubliners" di James Joyce, quindici scene di vita cittadina, il grande Erzra Pound scrisse che non poteva esserci prosa più "flaubertiana". Pound aveva ragione: come Flaubert, anche Joyce vede la realtà da un punto di vista impersonale e perciò rappresenta le persone, i sentimenti e le vicende delle persone, come se fossero cose, fissando il fluire della vita nel disegno di un'immobile rievocazione.


La vita, in se stessa, indistinta e mutevole, è inafferrabile e può essere rappresentata soltanto a patto di essere precisata e mortificata. Così la rappresentazione, apparentemente oggettiva e realistica, diventa allusiva e negativa: la realtà è bensì rappresenta, ma si tratta di una realtà asfissiata, ridotta al museo di se stessa, che vale per quello che essa non è. Il narratore, in apparenza impassibile, si ritrae con angoscia e disgusto. Su questa linea Joyce raggiunge una perfezione estrema. In Flaubert, un oggetto, una cosa, possono essere ancora equivalenti indiretti di un’emozione interiore: anche se molto a malapena, la vita respira ancora. In Joyce, che dipinge situazioni morte prima di nascere, tutto è indurito e nello stesso tempo tutto è cenere. Ma i “Dubliners” segnano una svolta ancora più clamorosa. Più la rappresentazione è oggettiva, più la vita si rivela assente, ma infinita. Un puro alone, un indefinibile nulla. Ma in quel nulla c’è tutto, in quel nulla c’è il caos.

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