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Le follie d'estate al Festival di Ravello

Gli organizzatori del Festival di Ravello, al tema che viene proposto quest’anno, hanno messo per sottotitolo la frase “Il piacere dell’ozio creativo”. E sapete qual’è il tema? La follia. Gli eventi collegati si svilupperanno nei prossimi tre mesi di luglio, agosto e settembre e si articoleranno in numerose sezioni nelle quali questa antica e diffusa patologia esistenziale si manifesta: arte, cinema, letteratura, musica, gastronomia ... Ce n’è per tutti i gusti, per cogliere ogni possibile “gradevole carezza dello spirito” che la follia può dare.

Questo Bibliomane, da quando si è ritirato a vita privata, si è creata “un’idea di vita” particolare e trascorre gran parte del suo tempo in una piccola frazione di un altrettanto minuscolo comune della Costa d’Amalfi, a poca distanza da Ravello. E’ il mio perfetto “place of mind”, quel luogo indefinito dove il corpo e la mente si incontrano e decidono di convivere senza conflitti, toccando il sublime. Ravello, in Costa d’Amalfi, nel corso del tempo ha saputo conquistarsi una meritata fama a livello internazionale. Dal latino “Rebellum” le sue origini risalgono al IX secolo e oltre, epoca che lo storico locale Matteo Camera, nel suo libro “Historia della città e costiera di Amalfi” dell’anno MDCCCXXXVI, così descrive:

“Degna di attenzione, si per la superbe costruzioni de’ suoi antichi palagi, chiese, spedali ecc.che per essere stata il ricetto di una quantità di nobili di primo ordine e patria i molti begl’ingegni diceva “Quis crederet in rupibus, equo inaccessis, sese urbem erigere illustribus familiis plenam et aedificiis admirabilem”. Ed invero sembra incredibile come la mano dell’uomo abbia potuto in luoghi cotanto alpestri e privi affatto di sentieri rotabili trasportare tanti e sì grandi masse di marmi … Di qual magnificenza e ricchezza fosse questa nobilissima città, possiamo argomentarlo dalla vista di superbe torri crollanti, di sontuosi palagi quasi totalmente distrutti, di mura rovesciate, di sterminate colonne rotte ed infrante, non che di mutilate egregie opere di scultura che frammezzate fra rustici abituri annunziano e riflettono come in un cristallo i secoli che furono e l’attuale. Una notte profonda ha tutto avvolto l’antico suo splendore e la di lei gloria giace sommersa nel più doloroso oblio! In somma tutto avvisa di quel sito venerando lo squallore, il sentimento e la meraviglia …”

A distanza di tanti secoli Ravello, vera piccola perla di quel Patrimonio dell’Umanità che è la Costa d’Amalfi, si è come risvegliata da quell’oblìo e continua ad affermare nel mondo la sua bellezza unica. Ma non si tratta soltanto di bellezza naturale bensì anche di bellezza dello spirito e della mente. Un Festival particolare quello di Ravello. Ogni anno un tema diverso e stimolante. Lo scorso anno fu quello del “Coraggio”. Il Ravello Festival di quest’anno sfida l’impossibile con il tema sulla “Follia”. Un tentativo di “ridimensionare il sogno della razionalità assoluta” in cui, secondo gli organizzatori, stiamo vivendo da duecento anni e “riprendere in considerazione il ruolo della follia”. Il tentativo, a loro dire, è quello di evitare “forme di squilibrio che vanno dalla semplice ostinazione alla pazzia vera e propria, passando attraverso lo stress, l’accanimento, l’assillo, la fissazione, la monomania”. In una parola, quella decisiva ed in tema: la FOLLIA.

Noi tutti oggi sembriamo vivere in uno stato di perenne agitazione, una difficile situazione che gli stessi organizzatori chiamano da “border line”, una linea di confine che può farci precipitare al di qua o al di là di quella linea immaginaria che vorrebbe essere la “norma”. C’è chi riesce ad affrontare la fatica di vivere nell’area della quotidianità, della regolarità, della centralità. Insomma a quelli come noi, “gente comune”, è rivolto l’invito a partecipare. Siamo noi, al di qua di quella che è la linea immaginaria che ci divide dall’area in cui si ritrovano gli “altri”. Vale a dire: “l’anima bella, l’originale, il bizzarro, il capriccioso, l’eccentrico, lo strambo, l’infantile, lo strano, il puro folle che volteggia nella vita con mabile leggerezza”. Questa sarebbe “follia negativa”. Ma gli stessi promotori vogliono anche farci sapere che esistono esempi di “follia positiva”, quella per intenderci “che ci induce ad affrontare gli ostacoli con la necessaria dose di incoscienza; quella che ci spinge a mobilitare le nostre risorse anche in assenza di gratificazioni; quella che ci consente di andare incontro a una sconfitta pur di testimoniare un impegno morale”. Essi fanno proprio un pensiero di Federico Garcia Lorca: “Todos llevamos dentro un grano de locura, sin el cual es imprudente vivir”.

Intenzioni illuminanti e creative. Ma attenti ai colpi di sole, il sole del Mediterraneo che fa brutti scherzi. Ricordo che qualche anno fa accompagnai in visita a Ravello un professore di una università inglese, appassionato della storia, della cultura e dell’arte del nostro Paese. Il suo nome era Don. Era un infuocato mese di agosto quando lo portai in quel mio “place of mind”. Le cicale impazzivano frinendo al solleone lungo il sentiero che porta a Villa Cimbrone. Quando entrammo nel viale di ingresso avvertii sul volto del mio amico, grande esperto del teatro di Shakespeare, una malcelata agitazione. Il giorno prima lo avevo portato a visitare i templi di Paestum ed era quasi andato in deliquio ipnotico tra quelle colonne millenarie. Al museo aveva a lungo indugiato davanti al dipinto della tomba del “tuffatore”. In silenzio aveva preso appunti seduto su una panchina mentre io preferii attenderlo all’uscita e avere un gelato per combattere l’arsura della giornata.

Ora, a Villa Cimbrone, mi accingevo ad accompagnarlo verso quella terrazza chiamata a ben ragione la “terrazza dell’infinito”. Tra una esplosione di fiori e di colori percorremmo il lungo viale in silenzio. Eravamo entrambi stanchi ed affaticati. Avevamo già visitato Villa Rufolo al mattino e avevamo discettato a lungo di Wagner, David H. Lawrence, Gore Vidal e quant’altro potesse riguardare ricordi, glorie e illustri visitatori e relative memorie di Ravello. Sbucammo sulla terrazza. Il sole picchiava forte ed implacabile. La luce del sole si rifletteva sul mare all’orizzonte, ci abbagliò facendoci quasi crollare al suolo. Non tirava un alito di vento ed io, che quello spettacolo conoscevo bene per esserne stato spettatore molte volte, subito mi misi a sedere di fronte alle statue che ornano il belvedere. Mi allontanai dall’amico inglese lasciandogli gustare da solo tutta la bellezza di quello spettacolo.

Rimase immobile su quella specie di piccolo balcone, appoggiò le mani alla ringhiera, per qualche minuto. Eravamo soli in quel momento in quello spazio di fronte all’infinito. All’improvviso, Don alzò una gamba e fece come per scavalcare la ringhiera. Mi alzai dal posto dove ero seduto e lo afferrai alle spalle facendolo cadere a terra verso l’interno del balcone. Gli urlai in inglese: “What the hell are you doing? Are you mad?”. Sopravvenne un gruppo di visitatori. Ci rialzammo e lo misi sedere di fronte dove stavo seduto poco prima. Era come paonazzo in volto. La camicia aperta davanti aveva perso alcuni bottoni, gli shorts bianchi che indossava erano sporchi sul fianco, un graffio alla gamba sinistra. Gli chiesi cosa gli avesse preso. Perchè aveva tentato di scavalcare la ringhiera del piccolo balcone. Mi rispose con una domanda: “Do you know the Stendhal syndrome”?. “Che cavolo è la “Sindrome di Stendhal?” gli risposi. Mi spiegò che tutto gli sembrava così bello. Troppo, tanto da voler morire, da uccidersi. Incredibile! Rimasi secco. Lo presi con cautela per il braccio e mi indirizzai verso l’uscita. Cercai di farlo ritornare in sè. Lo portai al bar del ristorante di sotto e gli feci bere un espresso. Ancora non potevo credere a quello che era successo. “Questo è pazzo”, pensai.

Già! Pazzia. Follia. “Madness: the Ravello Madness, at the Ravello Festival”. Un episodio di ordinaria follia mediterranea, vissuta in prima persona, che non dimenticherò mai e che rivivo ogni qualvolta mi affaccio alla “Terrazza dell’Infinito” di Villa Cimbrone. L’amico era un “border line”, al di là della linea. Un originale, un bizzarro, un eccentrico, un infantile oppure un puro folle che voleva “volteggiare” da quella terrazza in nome della bellezza? D’allora mi è rimasto l’interrogativo al quale cercherò di dare una risposta prendendo parte al Festival, partecipando specialmente al laboratorio “Alla scoperta del cervello” che avrà luogo martedì 6 luglio, oppure alla conferenza “Volti e storie della follia: come cambia l’immagine della follia nella società” che si terrà giovedì 8 luglio. Non potrò nemmeno perdermi il vernissage della mostra “La follia dell’arte” del 2 luglio e la conferenza “Wagner sulla follia” di sabato 10 luglio. Ma i percorsi della “Follia” sono davvero tanti, tutti da non perdere. A uno in particolare non dovrò assolutamente mancare, quello che si terrà a Villa Rufolo alle ore 21.00 del 22 agosto intitolato “Le Follie dello Chef” un progetto speciale di gastronomia. Potrò così verificare il mio stato di salute mentale riconciliandomi con la gioia di vivere, anzi con la “Follia” di vivere il Festival di Ravello 2010 .

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