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L'eskimo resta in redazione

"L’Eskimo in redazione uscì la prima volta giusto vent’anni fa, quando non c’erano ancora i telefonini e Internet; il Muro di Berlino era caduto da poco. Anche l’Italia era molto diversa da quella di oggi. La Prima Repubblica era ai titoli di coda, ma si credeva ancora forte e immortale nei suoi partiti che reggevano la politica dalla fine della guerra: la Dc, il Pci, il Psi, il Pri, il Pli, il Psdi. Gli ex fascisti, i missini, erano ancora ai margini: fuori, come si diceva allora, dall’arco costituzionale. Due anni dopo un’inchiesta giudiziaria avviata da un pm molisano avrebbe scardinato quell’equilibrio e dato il la alla Seconda Repubblica. Ma le manette di Di Pietro furono solo il colpo di grazia a un quadro politico che aveva fatto il suo tempo."


Così inizia la presentazione dell’autore alla nuova edizione di un libro che acquistai e lessi venti anni fa. Mi ritrovo qui a rileggerlo e ripensare a questi trascorsi venti anni. Michele Brambilla è il giornalista che lo scrisse e che ora lo ripresenta in una specie di “amarcord” o memoria “proustiana” che per alcuni può anche avere il segno malefico di un “revenant” per niente folklorico. Ricordo che mi scontrai con qualcuno a me caro, oggi scomparso, che in quelle idee credeva e un destino crudele e beffardo ha fatto poi segnare la sua fine. Venti anni significano molto non solo in senso temporale, ma anche in una dimensione psicologica se consideriamo che da quei giorni ci separano un millennio ed un secolo diversi.

Leggendo la nuova edizione di questo libro ci si rende conto di quanta importanza possa avere un libro del genere con il suo particolare contenuto per chi i libri li legge, li studia, li conserva e sopratutto li usa come “paletti” di riferimento esistenziali ed aspira a costruire per sé e per gli altri una “vita pensata”. Scalare a ritroso venti anni dalla propria vita significa riportare indietro la lancetta dell’orologio, costringere la freccia del tempo a viaggiare contro se stessa, per affermare il valore o gli orrori di alcune idee, non solo da un punto di vista sociale e politico. Il senso di questa nuova edizione del libro credo che resti sostanzialmente un senso politico. Ma quando lo stesso libro finisce nelle mani di una persona, come me e come forse altre, che hanno avuto modo di vivere quei momenti e quegli avvenimenti di cui il libro parla, allora in ognuno di noi la realtà del passato è destinata a rivelarsi in altre sembianze. I ricordi diventano davvero ombre troppo lunghe del nostro breve corpo, come dice il poeta. Scopriamo l’amaro senso del vivere. Ci si accorge, infatti, che con quelle azioni e con quelle idee, la mente degli uomini tende, come fece allora, a dare corpo alle ombre piuttosto che ai sentimenti veri della vita.

Un discorso difficile questo che sto cercando di fare prima a me stesso e poi a chi eventualmente leggerà questo post. L’illusione di un “mondo nuovo” e di una “società migliore” sconvolse e tuttora agita la mente ed i cuori di molta gente che in questo nostro bel paese sceglie di fare politica credendo che con la politica l’uomo possa essere salvato o, addirittura, rifatto ex-novo. L’illusione di una “sinistra” che continua ad inseguire sempre la stessa utopia di quegli anni. Non contro quella che essa chiama, e crede di essere, la “destra” ma che invece, a mio modesto parere, io chiamo “l’uomo”. In altre parole, e senza rendersene contro, essa combatte contro se stessa, contro l’essere umano.

Ci fu qualcuno che mi apparteneva negli affetti che aveva gli stessi ideali e per i quali non valse la frase con la quale Michele Brambilla condanna gli Italiani affermando che essi, in fondo, restano sostanzialmente “ipocriti” perchè, tutto sommato, tutti hanno, abbiamo, “famiglia”. Non credo sia vero tutto questo. O almeno lo è in parte. Dall’una e dall’altra parte ci fu anche chi cadde senza rialzarsi, e senza “ipocrisie” pagò di persona. Sempre in nome e per conto dell’illusione di cambiare il mondo senza cambiare l’uomo. Credendo, anzi, e in peggio, di cambiarlo, eliminandolo! Chi mi fu caro, e che è ormai scomparso, non eliminò nessuno, ma pagò personalmente senza “ipocrisie” ed anche a danno della sua “famiglia” di longanesiana memoria. Venti anni sono molti, tanti per avere un cambiamento, una trasformazione che sia anche il segnale di una mutamento non solo politico ma umano, morale, spirituale. Si può dire, caro Michele Brambilla, che venti anni lancino un segnale del genere? Non ho una risposta. L’avrei forse se mi atteggiassi ad essere un “politico”. Sono e resto invece soltanto un piccolo bibliomane illuso e deluso. Invito i lettori comunque a leggere questo libro e l’introduzione alla nuova edizione.

Anche nei giornali il clima era molto diverso da quello dei nostri tempi attuali. Vigeva ancora quella che veniva chiamata «egemonia culturale della sinistra». Il che non vuol dire che i giornali fossero tutti di sinistra. Affatto. Ma sopravviveva un clima secondo il quale solo la sinistra aveva la legittimità per fare del giornalismo «perbene»: così come del cinema perbene, del teatro perbene, delle canzoni perbene, e così via. Per dire: oggi tutti osannano Indro Montanelli. Ma in quei primi anni Novanta era considerato ancora un reazionario, quando non un «fascista», da escludere con cura dai salotti buoni. Eppure, anche se non se ne avvertivano gli scricchiolii, anche quel mondo giornalistico, che si autodefiniva con orgoglio «laico, democratico e antifascista», era prossimo a un cambiamento radicale. Stava per venire meno il pregiudizio secondo il quale non poteva esserci informazione degna di credibilità all’infuori di quella «progressista». In quel 1990 facevo il cronista giudiziario al Corriere della Sera, giornale nel quale sono praticamente nato e cresciuto, e per il quale conservo l’affetto che si prova nei confronti della famiglia d’origine; o, se volete, la tenerezza che si avverte ripensando alla giovinezza. Mi capitò di seguire due processi su vecchi fatti, risalenti ai famigerati anni di piombo, i Settanta. Uno era il processo d’appello per l’uccisione di Sergio Ramelli, un giovanissimo missino massacrato a sprangate da estremisti di sinistra a Milano. L’altro era quello per l’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi.

Il Corriere della Sera aveva – e ha tuttora, suppongo – un formidabile archivio che è un’immensa memoria della storia italiana del Novecento. Vi andai a curiosare fra le buste di cartone – allora l’archivio non era ancora informatizzato – che raccoglievano i ritagli di giornali su quei fatti oggetto dei processi che stavo seguendo. Mi colpì leggere le cronache degli anni Settanta. Mi colpì, per esempio, leggere che anche il delitto di Ramelli era stato definito «un delitto fascista»; e rileggere gli appelli che la quasi totalità degli intellettuali italiani aveva sottoscritto contro Calabresi, definito «un commissario torturatore e assassino». Era evidente che l’impunità di cui avevano potuto godere per oltre dieci anni gli assassini di Ramelli era figlia di quel clima di indulgenza verso gli estremisti di sinistra; così come il delitto Calabresi era stato l’epilogo naturale di una campagna di odio e di menzogne «nobilitata», se così si può dire, da tutti i più illustri nomi dell’intellighenzia italiana.

Incuriosito, andai a frugare anche tra altre buste: quelle sulle Brigate Rosse, sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, sugli attentati ai giornalisti, insomma su una buona parte dei fatti di sangue di quel tempo sciagurato. La rassegna stampa che ne usciva ricostruiva un clima di faziosità, di violenza verbale, di omissioni e distorsioni che aveva contagiato praticamente tutti i grandi giornali dell’epoca – quelli «borghesi» compresi – e che aveva un unico fine: dimostrare che la violenza era solo o fascista, o «di Stato»; e che il terrorismo di sinistra non esisteva, le Brigate Rosse erano un’invenzione del potere reazionario. (Chiarisco, a scanso di equivoci. La violenza fascista c’era eccome, così come non pochi apparati dello Stato ebbero responsabilità gravissime perlomeno nel depistaggio sulle inchieste per le stragi. Però quelle violenze erano denunciate, il terrorismo di sinistra no, veniva negato. Le Brigate Rosse venivano chiamate «sedicenti» per far credere che fossero composte da fascisti o da poliziotti mascherati. Era questo doppiopesismo, anzi questa falsificazione, che mi colpiva).

Comunque. Una sera a cena con Vittorio Messori – al quale sono legato da una grande amicizia – parlai di quei ritagli di giornale che avevo raccolto. Fu lui a consigliarmi di mettere in ordine tutto quel materiale e di dargli forma e figura di libro. Lo feci. Restava però il problema, di non facile soluzione, di trovare un editore. Il libro metteva in fila nomi e cognomi del fior fiore del giornalismo e dell’editoria, tutte persone in quel momento ben salde ai loro posti di comando. Chi mai avrebbe pubblicato un testo del genere? Fu Cesare Cavalleri, direttore della Ares, ad avere il coraggio di farlo, sapendo bene quale fosse il rischio di incorrere in una scomunica del mondo «politicamente corretto». A libro appena uscito, Messori venne colto dal rimorso di avermi stroncato la carriera. E Massimo Fini, che coraggiosamente elogiò il libro sull’Europeo, scrisse: «Questo giovane giornalista è un kamikaze».

Ma i tempi, come dicevamo, stavano cambiando in un modo che noi stessi non avevamo percepito. Trovai subito l’appoggio entusiastico di Indro Montanelli e del suo Giornale; e questo non mi sorprese: Montanelli, quel conformismo, lo denunziava da anni. Mi sorprese, invece, incassare il plauso anche di molti insospettabili. Le recensioni fiorirono. Perfino quella dell’Unità fu molto, anzi direi totalmente favorevole. Era giunto il momento di un mea culpa collettivo di una categoria finalmente consapevole di quanti errori avesse commesso, negli anni della sbornia post-Sessantotto, nel seguire acriticamente l’onda.

Con la Ares il libro uscì, mi pare, in sette ristampe. Poi, a ulteriore conferma dello sdoganamento di certe posizioni, anche due grandi case editrici come la Bompiani (nel ’93) e la Mondadori (nel ’98) acquistarono i diritti per nuove edizioni. Questo libro, nato come una sorta di samisdat, è diventato oggetto di tesi di laurea; è citato in innumerevoli testi e articoli ancora oggi; è diventato pure un modo di dire: «Ai tempi dell’eskimo in redazione…», per dire ai tempi in cui il giornalismo era allineato su posizioni più gruppettare che di sinistra. Ora riproponiamo l’Eskimo (debbo l’idea di questo titolo a una magnifica canzone di Francesco Guccini) semplicemente perché molti lettori ce lo chiedono. Evidentemente lo ritengono ancora attuale. Siamo – io e l’editore – ovviamente convinti che abbiano ragione. Ma su questa «attualità» vorrei essere subito molto chiaro. Non credo affatto che oggi, nell’informazione, il clima sia quello degli anni Settanta. Rispetto a quei tempi, per esempio, è cresciuto enormemente il potere di altri media: le televisioni, essendo venuto meno il monopolio pubblico, e Internet; quanto alla carta stampata, non sono per nulla d’accordo con chi ritiene che la maggior parte di essa sia «di sinistra».

L’attualità deriva da un’altra considerazione. E cioè che L’Eskimo in redazione, lungi dall’essere un libro contro la sinistra, è un libro di denuncia di uno dei vizi mai morti della nostra categoria: il conformismo. Negli anni Settanta sembrava che nulla potesse fermare le «sorti magnifiche e progressive» della sinistra: e la maggior parte dei giornalisti si allineò. Ma si allineò così come molti altri si erano già sdraiati e si sdraieranno poi, in periodi diversi, sulle posizioni del vincente di turno. Siamo il Paese in cui si era tutti fascisti con il fascismo, tutti partigiani dopo il 25 aprile, tutti democristiani nella Rai degli anni Sessanta, tutti prima craxiani e poi anticraxiani, per poi tornare craxiani quando è scattata l’ora immancabile del revisionismo, perché noi italiani siamo così: esaltiamo, condanniamo e riabilitiamo. Oggi direi che il nuovo conformismo è bipolare, in ossequio al nuovo sistema. Non c’è più un pensiero unico. C’è chi sta di qua e chi sta di là: si litiga, con sempre maggiore veemenza e in qualche caso – mi riferisco ad alcuni giornali – con una grevità e una volgarità che fanno quasi rimpiangere il giornalismo degli anni Settanta. Resta l’abitudine di accodarsi a un pensiero di moda. Resta il rinunciare alla propria libertà di critica per aderire aprioristicamente alla parte che s’è scelta.

Insomma, L’Eskimo in redazione è ancora attuale non perché nelle redazioni si indossi ancora l’eskimo (che pure già in quegli anni copriva spesso giacche di cachemire), ma perché sempre attuale è l’infezione di un giornalismo fazioso, spesso mosso da un banale interesse di bottega, cioè dalla «necessità» di baciare la pantofola a chi ci può garantire la pagnotta, e magari pure la carriera. È attuale, insomma, perché continua a essere attuale la battuta di Leo Longanesi secondo il quale lo stemma al centro della nostra bandiera dovrebbe essere la scritta: «Ho famiglia».

Michele Brambilla

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