"Apocalittici e integrati" del Web

"Apocalittici e integrati" è un'espressione che trae origine da un saggio di Umberto Eco pubblicato quasi cinquant'anni orsono. In esso il famoso scrittore e semiologo faceva alcune considerazioni su quella che allora si definiva "letteratura di massa", individuando in essa aspetti positivi e negativi. Oggi, a distanza di tanto tempo, non saprei dire se esiste ancora una letteratura di massa, anche perché, con la caduta dei muri politici, mentali ed ideologici, le "masse" sono diventate un'altra cosa.

Oggi, in questo nuovo secolo del terzo millennio, gli “apocalittici e integrati” fanno parte degli scenari esistenziali di ogni giorno. In special modo quelli che vengono riferiti ai nuovi mezzi di comunicazione. C’è chi ne è grandemente entusiasta e chi è contro senza riserve. Come nel caso della “tavoletta”, vale a dire l’Ipad, che dovrebbe rappresentare, se non contenere, le nuove “tavole della legge” dettate a Mosè sul Monte Sinai. Queste ultime oggi sembrano provenire da Cupertino, una città situata nella Contea di Santa Clara in California, USA, patria del cosi detto high tech. Un neuroscienziato dell’università della California a San Francisco, che già qualche tempo s’era posta la domanda se l’esposizione al web ci sta facendo diventare tutti più stupidi, cambiando a livello neuronale il nostro cervello, rincara la dose con un altro libro affermando che la vita online altera e danneggia il nostro cervello.

Mi riferisco allo studioso Nicolas Carr, il quale ha appena pubblicato un libro facendo calare sul titolo di copertina dell’edizione americana “The Shallows” come una ghigliottina la domanda di partenza che dà il senso a tutto. Vale a dire: “Che cosa Internet sta facendo ai nostri cervelli?”. Il titolo del libro è stato abbastanza fedelmente tradotto in italiano con “I superficiali” anche se le immagini che suscita la parola in inglese sono più articolate e complesse. Nicolas Carr sembra far parte della categoria degli “apocalittici”, vale a dire di chi vede nei nuovi media più danni che vantaggi. All’opposto di quanto abbiamo visto sostenere un altro esimio studioso dell’argomento che va sotto il nome di Steven Pinker e di cui mi sono occupato di recente in un altro post qui al link. Vediamo allora di capire meglio chi è un “apocalittico” e chi invece un “integrato”.

Socrate fu forse uno dei primi intellettuali della storia a temere la tecnologia. Platone nel suo ” Fedro” fa esprimere a Socrate il suo timore sull’invenzione dei libri. Questi, a suo dire, facilitano la dimenticanza nell’anima dell’uomo. Invece di ricordare essi stessi, i lettori, leggendo i libri, si sarebbero fidati ciecamente nella scrittura. In poche parole, la biblioteca rovinava la mente. E’ superfluo ricordare che con l’avvento della stampa i timori aumentarono. Nel diciassettesimo secolo Robert Burton nel suo interminabile libro “Anatomia della Malinconia” parla del “grande caos e della confusione di libri che fa soffrire gli occhi e le dita”. Verso la fine dell’ottocento il problema principale sembrava essere la velocità della trasmissione delle comunicazioni. Addirittura un medico manifestava preoccupazione per il “ticchettio” dell’apparecchio telegrafico che poteva procurare malattie mentali. Poi subentrarono la radio e la televisione le quali, venne detto in tutte le salse, danneggiavano oltre gli occhi anche la mente ed il corpo. I libri, fu detto, scompariranno. E questo avrebbe fatto piacere a Socrate.

Nicholas Carr apre il suo libro con il ricordo melodrammatico delle ultime ore di vita del supercomputer HAL nel famoso film “2001: Odissea nello spazio”. Tutti ricordiamo le sue parole quando il computer viene smontato “la mia mente se ne va, lo sento”. Per Carr l’analogia con la fine del nostro cervello è simile a quella di HAL. Egli scrive letteralmente:” “I can feel it too. Over the last few years, I’ve had an uncomfortable sense that someone, or something, has been tinkering with my brain, remapping the neural circuitry, reprogramming the memory.” (Lo sento anche io. Nel corso degli ultimi anni ho avuto come la terribile sensazione che qualcuno, qualcosa, stesse stagnando il mio cervello, rimodellando i circuiti neurali, riprogrammando la memoria). Mentre HAL era stato fatto zittire dagli uomini che lo usavano, Carr sostiene che sono gli uomini, siamo noi stessi a sabotarci distraendo la serietà della nostra attenzione verso la frenetica superficialità di Internet. Aveva già sostenuto una cosa del genere nell’articolo che abbiamo citato innanzi sulla rivista “Atlantic” avanzando la domanda se Google ci stesse rendendo tutti più stupidi. “Once I was a scuba diver in a sea of words. Now I zip along the surface like a guy on a Jet Ski” (Un tempo ero in grado di navigare in profondità come un sub nel mare delle parole. Ora sfreccio in superficie come uno sciatore acquatico).

Perchè proprio in questo sembra essere il problema. Carr con le sue affermazioni pare oscillare senza forse accorgersene tra gli “apocalittici” e gli “integrati”. Vale a dire, mentre afferma che la rete fa scemare l’attenzione per la profondità, non nega la sua utilità e ci conduce nelle acque immobili ma infinite del sapere. Il problema, allora, resta: come fare per impiegare al meglio le nostre qualità umane per gestire quanto ci sembra importante per la conoscenza? Acque di superficie, è vero, ma solo per chi vuole restare “superficiale”. Ma queste acque hanno l’estensione degli oceani da esplorare e conoscere. Egli aggiunge che gli effetti negativi della rete superano quelli positivi. E’ il caso dei motori di ricerca. Egli dice che questi, nel frammentare la conoscenza, non hanno fatto altro che far perdere di vista l’unità del sapere. Siamo in grado di vedere gli alberi, i rami, le foglie e i boccioli, ma non la foresta. Per non dire poi del modo in cui i computer stanno distruggendo la nostra capacità di concentrazione. Il PC è ormai diventato un “ecosistema di tecnologie interrotte” facendoci saltellare dalla casella di posta elettronica, al cinguettìo di Twitter, portando a farci perdere tempo su eBay o a chattare del nulla su Facebook. Di sito in sito ci facciamo illudere dal piacere di acquisire nuove informazioni che restano illusorie ed inutili. Ma a dire il vero questa non è colpa di Internet. E’ la nostra stessa vita che è una vetrina costantemente aperta alle novità, impossibile resistere alle sue tentazioni.

Il cervello, secondo Carr, viene così costretto a rimodellarsi continuamente dall’esperienza. Il che è un bene perchè la corteccia si rinnova. Ma tutto è bene fino ad un certo punto. A Carr preoccupa il fatto che questa malleabilità cerebrale ci fa schiavi e succubi della tecnologia dalla quale siamo continuamente riprogrammati. Se allora Internet sta cambiando il nostro cervello perché ogni cosa esterna ad esso lo può influenzare, non è detto che questa influenza sia sempre necessariamente negativa. Molte sono le prove del contrario. Basta vedere il modo in cui ogni navigatore del web reagisce agli stimoli che riceve mentre si muove nella infinita rete delle connessioni. Il grande frastuono in cui viene a trovarsi lo colloca al centro di un proprio universo che lui stesso concorre a creare e di cui si illude di essere il gestore. Proprio qui sembra essere il grande pericolo di Internet. L’illusione di avere tutto a portata di mano e di poter tutto dominare, potrebbe portare alla fine del libro, ritenuto una reliquia obsoleta, inutile ed ingombrante.

Il libro di Carr, che ho letto solo per alcuni diversi estratti in inglese reperibili in Rete, documenta anche le perdite che dobbiamo sperimentare ogni qualvolta subentra una nuova tecnologia. Egli ricorda che l’invenzione della parola scritta condusse alla scomparsa del racconto e della poesia nella loro oralità. L’invenzione dei caratteri mobili a stampa fece scomparire i manoscritti illustrati. Gli spettacoli alla TV hanno fatto morire il teatro radiofonico. Numerose inchieste e ricerche testimoniano la perdita di interesse nella lettura della parola scritta e stampata. Non a caso Nicholas Carr cita la poesia di Wallace Stevens “The House Was Quiet and the World Was Calm,” (La casa era silenziosa e il mondo era tranquillo) in cui la immobilità del silenzio fa sì che il lettore “divenga un libro”. Il rumore incessante di Internet ha trasformato il testo del libro in una reliquia obsoleta. Internet diventa così il libro del mondo. Il lettore diventa il mondo e con esso si fonde. O si confonde?

La disputa tra “apocalittici e integrati” è destinata allora a continuare. Mi sembra una cosa del tutto ovvia e naturale. In fondo nessuno è in grado di prevedere come sarà il futuro e come la tecnologia cambierà noi stessi e il mondo. So per certo che passato, presente e futuro non esistono se non come “presenza del passato, presenza del presente, presenza del futuro”. Siamo tutti “apocalittici e integrati”.

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