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"Sogno di una notte di mezza estate"

Puck è un folletto malizioso caratteristico del folklore inglese che ha ispirato molti personaggi letterari specialmente quello di Shakespeare nella sua straordinaria commedia "Sogno di una notte di mezza estate". La figura di Puck è strettamente associata al gioco degli inganni e il termine "puckish" sta ad indicare qualcuno che ha un carattere tanto luminoso quanto enigmatico.

Uno spiritello naturale che serve a confondere, imprevedibile. Come imprevedibili sono molte manifestazioni della natura. In Shakespeare la figura di Puck viene usata per caratterizzare uno spirito capriccioso ma anche comico ed allegro, amabile ma inaffidabile. E’ caratterizzato da contrasti quasi disumani, misteriosi, il lato oscuro ed inafferrabile dell’anima della natura. Questo Bibliomane, la figura di Puck l’ha conosciuta nelle vesti di una ragazza olandese che aveva quel nome e di cui parlo in un libro pubblicato diversi anni fa. A quel tempo il mio avatar era Alvano ed ero in Inghilterra a studiare la lingua. Lavoravo in un ospedale mentale a nord di Londra. L’olandesina “Puck” fu il mio “sogno di una notte di mezza estate”.

Puck era una reminiscenza del Bardo. A distanza di tanti anni, Alvano non ricordava più come l’aveva conosciuta. Forse si erano incontrati davanti ad un piatto di spaghetti alla bolognese in Church Street, in quel piccolo ristorante italiano. Oppure al parco, il sabato pomeriggio, quando tutti andavano a dare da mangiare ai cigni ed alle anitre. Avevano passeggiato spesso e a lungo intorno alle mura romane. Avevano visitato il museo, avevano giocato a tennis sul campo dietro il teatro romano. Era piccola, si può dire graziosa, coi capelli corti, tanto da sembrare un maschio, su di una faccia squadrata e regolare. Le labbra piccole, gli occhi neri, le ciglia folte ornavano un volto che diventava fortemente espressivo quando si infervorava in interminabili discussioni che la facevano diventare polemica, aggressiva, spesso dura e provocatoria.

Parlava un inglese molto fluente e scorrevole. Le piaceva la letteratura, l’arte, la musica. Indossava attillati blu jeans sotto abbondanti, colorati maglioni maschili che la facevano aumentare di volume. Spesso si presentava in ardite minigonne che la stessa Mary Quant non si sarebbe mai sognata di consigliare alle sue clienti. A volte, alle gambe, aveva delle lunghe calze colorate, un colore diverso per gamba. Oppure, non indossava nulla, lasciando brillare alla luce del tiepido sole inglese il colore rosa della sua pelle, per il godimento di chi se la portava a fianco nel parco, al cinema, al college, al ristorante o a ballare. Oltre all’inglese, parlava il francese e il tedesco. Era una olandese del nord. Diceva che la sua famiglia era di Groningen e che sarebbe diventata famosa nel mondo del teatro. Al momento faceva la baby sitter a casa di una famiglia molto nota in città. Si era iscritta anche ad un corso di teatro su Shakespeare e andava matta per quel personaggio mezzo elfo mezzo uomo che portava il suo stesso nome e che era il giullare-attendente del re Oberon. Un personaggio difficile, in grado di cambiare forma alla sua persona ed agli oggetti. Spesso giocava e imbrogliava chi aveva a che fare con lui.


Io non sapevo molto di Puck a quel tempo. Voglio dire del personaggio shakespeariano e perciò un nome valeva l’altro. Mi interessava uscire con una ragazza. Tutti avevano una ragazza da quelle parti, in quegli anni. Verulamium era piena di immigrati provenienti in gran parte dal continente: francesi, tedeschi, portoghesi, spagnoli. Non mancavano gli italiani. Li trovi dappertutto. Anche in Alaska a vendere gelati agli esquimesi! Molti erano quelli che si qualificavano come studenti i quali pur di lavorare si prestavano a fare qualunque cosa. Alvano era uno di questi e aveva trovato un lavoro in un ospedale fuori del paese proprio là dove, circa duemila anni prima, aveva incontrato Boadicea ascoltando quel famoso discorso ai suoi guerrieri, prima di sferrare l’attacco vendicativo contro le legioni romane.

Pensandoci bene, forse, si erano incontrati ad una delle tante feste che si organizzavano al ‘social club’ dell’ospedale. Si giocava a bingo, a tennis, a bowling, a carte. Si guardava la TV, si ballava, si andava in piscina. Insomma, una struttura d’avanguardia per una comunità di quasi duemila pazienti in gran parte residenti. Non pazienti comuni, ma casi mentali: neonati, bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani. Maschi e femmine. Una umanità tutta speciale di cui mi occuperò dettagliatamente in seguito, se ne avrò l’estro e la voglia. Per ora vi basti sapere che, quasi certamente, Puck l’agganciai proprio qui. Non poteva che essere in quel posto. E mi spiego.

Il personaggio Puck ha una lunga vita nella storia del folklore inglese: faerie, goblin, devil, imp, robin goodfellow, hobbit, pan, elf, hobs, sprite, termini variamente tradotti con fata, gnomo, diavoletto, elfo, spiritello. Nel caso di Puck, il personaggio assume, nel tempo, molte forme. Di volta in volta un cavallo, un’aquila, un asino oppure anche un bambino innocente. Nella cultura popolare moderna diversi personaggi sono stati creati per il cinema, il teatro, i fumetti. Scrittori e creativi di comunicazione si sono ispirati a questo tipo di spiritello. La sua natura non è né maschile né femminile. Di fatto ‘puck’ vuole essere la metafora dell’imprevedibilità nell’esistenza umana. E Puck, l’olandese, era imprevedibile.

La ricordo, ancora come fosse oggi, quando una sera avevo deciso che, dopo tanto corteggiare, ronzarle intorno, prenderla per mano, dovevo tentare un approccio più concreto. Che so, un bacio a cinema, o una stretta sotto le mura romane. Quella sera mi sarei spinto oltre. Usciti dalla festa del social club, decidemmo di andarcene per il parco sul quale si snodavano una dopo l’altra le ville che ospitavano i pazienti. Esso era attraversato da ampie strade asfaltate, grandi alberi, con attrezzature per giochi per i pazienti. Non saprei dire quanti ettari di terreno fossero, abbastanza, comunque, per una comunità autosufficiente. C’era di tutto: cucine, centro di formazione del personale, biblioteca, fattoria con gli animali, il circolo, i campi da tennis, di bowling, la piscina, il palazzo degli infermieri, maschi e femmine, e poi decine e decine di ville che ospitavano in media ognuna 50-60 pazienti. Ogni villa, tipico cottage inglese, aveva del personale prestabilito fatto da infermieri, pazienti lavoratori, lavoratori esterni, sia di notte che di giorno. C’erano pazienti residenti e pazienti giornalieri. Pazienti abili o disabili dal punto di vista fisico e mentale. Comunque, tutti avevano problemi di testa, in breve: insufficienza mentale.

Io, Alvano, ero finito a lavorare lì. Anzi, ci abitavo anche, nella palazzina dello staff. Il posto lo conoscevo bene, allora. Avevo deciso che quella sera mi sarei portata Puck su alla fattoria, in cima al parco. Un posto isolato sempre frequentato da chi voleva restare in pace anche per tutta la notte. D’inverno ci potevi andare in auto. D’estate, nei campi, in mezzo alle messi sotto le stelle o sotto la copertura delle rotonde in legno. Quella era una sera d’inverno. Faceva freddo, ed aveva nevicato in maniera leggera, ricoprendo i campi di un lieve strato bianco. Uscimmo dal circolo che era tardi ed avevamo bevuto. Puck era venuta in bicicletta, ma l’aveva lasciata al parcheggio dell’ospedale perché le strade erano ghiacciate. Sarebbe ritornata in città con un passaggio in auto di una amica. La luna splendeva alta nel cielo e cominciammo a camminare mano nella mano. Avevamo davanti una lunga distesa di campi coltivati a verzure e patate. Intravidi una delle tante rotonde di legno con sedili e mi ci diressi. Quelle rotonde erano comodi riferimenti sia di giorno che di notte. Accanto a questa c’era anche una casetta in legno che il giardiniere usava per custodirvi gli attrezzi di lavoro. Ci sedemmo. Mi feci coraggio e iniziai le grandi manovre. D’un tratto, come presa da un raptus, saltò in piedi e si mise a recitare prima in francese. “Alla luna, la luna bruna, la luna chiara. Alle stelle, le stelle d’oro, le stelle nere. Alla neve, la neve bianca, la neve stanca…”. Continuò così per un bel po’. Indicava la luna, le stelle, i campi. Improvvisamente, indicò me e disse declamando ad alta voce:

“Il leon rugge bramoso,
va de’ lupi urlando il branco;
dopo un giorno faticoso,
il villano russa stanco.
Il tizzone ormai rosseggia,
e, se mai chi giace in duolo
strider oda coccoveggia,
pensa al funebre lenzuolo.
A quest’ora, aperte e sgombre
Son per tutti i cimiteri
Fosse e tombe, e vagan l’ombre
Del sagrato pei sentieri.
E noi spirti che, bramando
Come un sogno il buio, e ‘l cocchio
Della trivia dea scortando,
evitiam di Febo l’occhio, esultiamo:
il topolino non s’attenti qui vicino
alla casa consacrata,
ove porto la granata
mia, venendovi a mondare
dalla polve il limitare”.

(Sogno di una notte di mezza estate: Atto V, scena I)

Alla fine della recitazione corse verso la porta della casetta tirò fuori una grossa balla di paglia secca. Accese dei fiammiferi e li buttò sulla paglia che prese immediatamente fuoco. Afferrò una lattina con del petrolio che il giardiniere usava mettere nella macchina per tagliare l’erba, versò il liquido sollevando alte fiammate di fuoco e fumo. “Il tizzone, il tizzone, il tizzone…” urlava come invasata. Cominciò una sorta di danza intorno al fuoco che mi fece gelare il sangue. Mi guardai intorno. I campi imbiancati brillavano alla luna. Eravamo all’aperto ma non avevo via d’uscita. Ero fregato se mi avessero visto quelli della vigilanza. Mi avrebbero espulso col foglio di via e mi avrebbero accusato di violenza o stregoneria. Misi le gambe in aria e me la filai senza mai voltarmi indietro. Da quella volta non rividi mai più Puck. Altro che “Sogno di una notte di mezza estate”! Quello fu un incubo di metà inverno …

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