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Albano, primo martire cristiano in Britannia

Era entrato nella cattedrale dedicata ad Albano seguendo come di istinto un percorso che sembrava conoscere bene. Dal centro della città, al semaforo, giù lungo quella stradina acciottolata, a destra. Si era fermato per un attimo sotto la volta di ingresso. Aveva dato uno sguardo in direzione del parco senza poter vedere nulla né del lago né delle mura romane. Aveva varcato il portone d’ingresso quasi furtivamente, sfuggendo alla densa e fitta nebbia che era calata improvvisa in quel primo pomeriggio di dicembre...

La pesante porta si era richiusa dietro di sé lentamente, facendo così entrare delle lunghe lingue di nebbia subito svanite nella pesante atmosfera interna. I suoni dell’organo l’avevano assorbita facendola decantare in una ventata di note. Alvano era venuto a fare visita ad un suo quasi omonimo. Albano, il primo martire cristiano di Britannia al quale era dedicato quella straordinaria chiesa che era cattedrale ed abbazia. Un cittadino romano di Verulamium, condannato a morte, al quale era stato dato l’onore di morire col taglio della testa piuttosto che essere ucciso con qualche altro sistema barbaro del posto. Si sedette su una delle ultime panche. Il grande organo a lunghe canne dorate, collocato in alto sulla navata dell’ingresso, faceva ricadere alle sue spalle una cascata di note che si succedevano l’una dopo l’altra, come ventagli aperti, e si diffondevano su per le alte volte ricadendo nelle cappelle laterali. La scarsa illuminazione era data da quattro grossi candelieri accesi lungo la navata centrale strategicamente collocati ai quattro angoli formati dalla intersezione della croce da cui prendeva forma la chiesa.

Non era musica quella che qualcuno stava suonando. Era qualcosa di più di una semplice musica per organo. Uno scorrere continuo, costante, infinito di armonie, ora forti, ora lievi, a volte lente, altre volte come impazzite. Sempre, comunque, possenti, vigorose, spigolose nelle tonalità, squadrate, precise e coerenti. Non c’erano tempi intermedi, stacchi o interruzioni. Quel flusso sembrava non essere guidato da mano umana. Alvano sedeva come impietrito sul freddo scanno, riavvolto in quel suo impermeabile grigio che aveva portato con sé da casa, dal sud, e che non gli dava alcun calore. Buono laggiù, non per questi posti, pensò. Aveva le mani fredde. Se le portò alle labbra soffiandoci sopra nel tentativo di scaldarle, ma inutilmente. Si accorse che il vapore che gli usciva dai polmoni non aveva consistenza. Cercava di non farsi prendere dalla strana atmosfera che quella musica cominciava a creargli dentro. Voleva tenersi alla concretezza del suo corpo, dei suoi pensieri, delle sue azioni. Doveva restare presente a sé stesso. Non desiderava lasciarsi andare a quella strana voglia di malinconia, di sogno, di fuga, di sospensione del tempo, di soppressione dello spazio. Doveva sapere chi stava suonando. Perché lo faceva. Per chi suonava. Chi era l’autore di quella musica. Quando avrebbe smesso. Difficile trovare qualcuno che gli potesse dare quelle risposte.

Perché gliele avrebbero dovute dare, poi, dopo tutto? E chi era lui? Da dove veniva? Perché era venuto in quel posto? Che cosa aveva in mente di fare? Doveva incontrare qualcuno? Chi? Perché? Si guardò intorno. Era assolutamente solo. Avrebbe voluto alzarsi, andare verso l’altare maggiore in completa penombra, quasi al buio. Degli strani bagliori penetravano dalle ampie vetrate in fondo. Si creavano come delle sagome improbabili fatte di colori a forma di ombre riflesse dalle grandi vetrate e dagli enormi rosoni. Non sapeva dare un tempo preciso a quel suo essere là, come in attesa di qualcosa che forse non sarebbe mai accaduto, ma che sapeva doveva accadere. Glielo faceva capire la sua stessa inquietudine, la sua volontà di restare e di scappare. Alzò lo sguardo verso l’alto alla sua destra e notò come una specie di baldacchino in legno ricoperto da un panno di colore rosso. Si protendeva nella navata centrale immediatamente prima dell’incrocio centrale. Uno strano riverbero di luce attirò la sua attenzione. Si ricordò che quello doveva essere il sepolcro di Albano. All’improvviso l’organo smise di suonare. Sul luogo cadde un silenzio assordante che durò per diverso tempo. Venne rotto da una serie di domande e di risposte improvvisamente piovute come dall’alto:

-“Di che famiglia e di che razza sei?”
“Perché ti interessa tutto questo? Che ti importa della mia famiglia e della mia razza? Se intendi sapere qual è la mia religione, ti risponderò che sono un cristiano e sono tenuto ad osservare le regole cristiane”.
- “Dimmi subito come ti chiami!”- l’altro obbiettò.
-“Mi chiamo Albano, sono un soldato romano, e faccio parte dell’esercito di Roma di stanza in città”.
-“Che cosa ci fai in un posto come questo? Perché non sei a celebrare i sacrifici agli dei nel tempio sulla collina? Non lo sai che rischi la pena più grande anche per un cittadino romano ed un soldato se ti rifiuti di adorare gli dei di Roma?”-
-“Mi chiamo Albano. Venero e adoro solo il vero ed eterno Dio che creò tutte le cose”-
-“Ascoltami. Se vuoi la vita eterna, dovrai offrire sacrifici agli dei immortali”.-
-“I sacrifici che tu mi chiedi sono offerti ai demoni e sono da evitare. L’inferno sarà la pena per chi offre sacrifici del genere”.-
- “Tu sarai frustato così potrai avere la possibilità di pentirti, altrimenti ti verrà tagliata la testa. Ti sarà risparmiata la vergogna di una morte barbara, come per i barbari di queste terre, perché sei un cittadino ed un soldato di Roma”-.

A questo punto l’organo riprese a suonare inaspettatamente rincorrendo una sequenza improvvisa di armonie incontrollate, di sinfonie impazzite ed irrepetibili. Alvano si era appisolato ed in sonno aveva assistito all’interrogatorio di Albano fatto dal gran sacerdote che lo condannò a morte molti secoli prima, proprio in quei luoghi. Si ricordò che aveva l’appuntamento con Puck alle sei per andare al cinema Odeon. Si alzò di scatto. Si riavvolse nel suo impermeabile, andò verso l’uscita. Aprì rapidamente la porta dell’abbazia. Svoltò su per la stradina laterale, entrò nella nebbia inseguito dal suono dell’organo che sfumava dietro di lui.

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