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I favolosi anni sessanta

Erano gli anni del cosiddetto boom economico, i favolosi anni sessanta. Con quel nome sono passati alla storia. Favolosi, cioè da favola. Incredibili, irreali, inventati, artificiali, irrepetibili. Sarà poi vero? La parola d’ordine era: muoversi, andare, partire verso il nord, verso quei posti dove il benessere economico stava per cambiare la vita di molti cittadini. Alvano, invece, ritornava. Ma era consapevole che sarebbe partito presto di nuovo. Restare o partire. L’eterno dilemma di chi si sente tirato prima da una parte e poi dall’altra. Un continuo conflitto, prima con sé stessi e poi con gli altri.

Chi parte per lavoro, chi per amore, chi per dolore. Chi per dimenticare, chi per ritrovare. Un tempo, appunto, gli anni sessanta, si andava là dove l’economia era in crescita, dove si poteva avere lavoro. Il lavoro lo si trovava al nord, di solito solo nel nord, chissà perché. E’ evidente che al sud non c’è. Sarà perché fa caldo. E quando fa caldo, non si ha voglia di lavorare. Al sud non si lavora, si fatica. E la fatica è diversa dal lavoro. La fatica è azione forzata, continua, snervante, mal sopportata, subìta, non gradita. A volte, imposta con la forza, quasi mai scelta o accettata. Ma allora al sud non vogliono lavorare? Ma sì! E’ solo perché il sole picchia, a volte picchia duro. Bisogna ripararsi all’ombra, evitare le ore di punta. Il solleone. Quando senti l’aria ferma, immobile, come in attesa di qualcosa che dovrà accadere e che non accadrà. Le cicale insistono nel loro ossessivo richiamo che non avrà mai una risposta. Nessuno risponderà perché tutti dormono, sfiniti, assetati, in attesa della sera.

La gola secca, la bocca asciutta, la pelle umida, le tempie che scoppiano. Ma allora chi lavora al sud? Da un po’ di tempo lavora chi viene dal sud più del sud. Che significa? Semplice. Come per il nord c’è sempre un sud, anche per un sud c’è un sud che è nord per un altro che è sud. Lavorerà allora il marocchino, l’algerino, il tanganicano. Loro sono più a sud, dove fa più caldo. Arrivano a ondate, a barche piene sulle coste. Ne arriveranno sempre di più. Ma questa volta non solo dal sud. Gli arrivi sono previsti anche dall’est. Ed allora la vecchia storia del restare e partire continuerà non più secondo gli schemi tradizionali, ma in maniera nuova, diversa, imprevista. Parleranno lingue nuove, strane, mai sentite prima da queste parti. Non certamente le lingue di Alvano appartenenti al cuore dell’Europa, la vecchia cara Europa. Capitalista, liberale, comunista, socialista, fascista, nazista, rivoluzionaria, conservatrice, reazionaria, imperiale, qualunquista, papalina, cattolica, cristiana.

Alvano guardava la cartina dell’Europa, osservava i confini delle nazioni, la loro grandezza, le capitali, i fiumi, i monti. Leggeva dei loro governi, le costituzioni, i costumi, i commerci, le scuole, le università, i partiti. L’Europa, un continente della mente prima che dello spazio. Grande, importante, straordinario. Ma i libri di suo padre gli dicevano che esistevano anche altri sterminati, straordinari, misteriosi continenti, dalle mille e mille lingue che lui non avrebbe mai potuto visitare. Eppure avrebbe potuto farlo se avesse conosciuto una particolare lingua, parlata nel nord del continente, in un gruppo di isole. Da quelle isole la lingua si sarebbe poi diffusa negli altri continenti e sarebbe diventata la lingua della comunicazione universale. Londra era la sua prossima destinazione. Doveva, però, prima incontrare Barbara …

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