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Ricordo di Shabu

La prima volta che lo vidi era il mattino di una splendida e promettente giornata d'estate tipicamente inglese. Lo vidi mentre apriva la porta del lungo corridoio che portava alla dispensary, la farmacia. Si chiamava Shabudin. L’ho sempre chiamato Shabu. Aveva poggiato la bicicletta davanti all’ingresso. Ci salutammo. Mi sorrise mettendo in mostra la sua bianchissima dentatura. Rilucevano i denti in maniera evidente sulla sua carnagione nera oscurata ancora di più dall’uniforme grigia, con camicia bianca e cravatta. Ogni infermiere era tenuto ad indossarla. Veniva dal Tanganica ed eravamo stati assunti quasi contemporaneamente all’ospedale, come assistenti.

Lavorava nel reparto farmacia. Il suo compito era quello di fare il giro quotidiano di tutti reparti per distribuire i medicinali ordinati. Usava una bicicletta con due cestini collocati uno davanti ed uno indietro, ripieni di consegne da fare ai cottages che ospitavano i pazienti. Un compito delicato e di responsabilità perché si aveva a che fare con cartelle cliniche, prescrizioni e terapie. Lui lo poteva fare, aveva padronanza della lingua avendo frequentato le scuole inglesi a Daar es Salam, capitale dell’allora Tanganica. Dall’unione con l’isola di Zanzibar sarebbe nato lo stato della Tanzania. Shabu era un personaggio straordinario al quale Alvano fu legato per molti anni anche dopo che ebbe lasciato Verulamium. Attraverso di lui ebbe modo di conoscere da vicino molte cose diverse e lontane dalla sua cultura, dalla sua lingua, dalla sua storia. Alvano si sentiva un europeo nel senso letterale del termine. Forse un sud-europeo più che un mitteleuropeo, ma solo per ragioni di posizionamento fisico della sua nascita. Il piccolo paese dove era nato, appartenente ad una delle Repubbliche Marinare, gli aveva trasmesso il senso della scoperta e della ricerca. Era stato verso il Mediterraneo e verso l’Oriente per la Repubblica, verso il Nord per Alvano.

Da Shabu apprese l’importanza del viaggio da est verso ovest e poi verso nord. Di origine indiana ma mussulmano di religione, seguace dell’ Aga Khan, i suoi lontani antenati si erano trasferiti dal subcontinente indiano verso il continente africano. Quella gente aveva fatto dell’Africa orientale il suo punto di riferimento per quanto riguardava le attività commerciali. Gente versata nei traffici, negli scambi e nelle transazioni aveva subìto pacificamente la legge del colonialismo britannico particolarmente forte sul continente africano. Nato da una famiglia di commercianti a Daar er Salam, Shabu volle trasferirsi in Britannia dopo avere ultimato gli studi secondari.

Aveva la stessa età di Alvano quando cominciarono a lavorare insieme in quella “madhouse” come chiamavamo quel posto. Erano gli anni quelli in cui il sistema sanitario nazionale britannico seppe forse dare il meglio in termini sanitari e di solidarietà umana, sociale a tanti cittadini bisognosi. In quella parte della contea di Verulamium c’erano diversi ospedali, sia generali che speciali, che davano la possibilità di trovare un lavoro a tanti immigrati provenienti dal continente, o da altre parti del Regno Unito come la Scozia, l’Irlanda o il Galles.

In quello “staff block”, la palazzina del personale, si ritrovavano giovani studenti di quasi tutte le nazionalità europee. Shabu era l’unico ad avere la pelle scura, non di un colore nero africano, ma indiano. Diventammo subito amici. Questa amicizia mi costò uno scontro violento con alcuni connazionali i quali mi accusarono di preferire di essere “amico di un negro” piuttosto che loro. Lui lo seppe e si mise a ridere divertito dicendo che era abituato a queste discriminazioni nei confronti della sua pelle. Soggiunse anche, forse per fare una battuta, che gli era capitata la stessa cosa quando frequentava la scuola inglese in patria. C’erano anche degli studenti bianchi con i quali lui era amico e gli dissero che era un “amico dei bianchi”. Credetti poco alla sua storia. Col tempo capii che era vera. Quella frase aveva una rilevanza ancora più forte nel caso suo. In paesi a maggioranza nera, come potevano essere l’India o l’Africa, in pieno colonialismo, essere chiamati “amico dei bianchi”, dal punto di vista dei nativi, poteva avere conseguenze gravi. Il razzismo ha sempre due facce. Negro, bianco, giallo, sono, comunque, riflessi di colori diversi sulla pelle umana. Ascessi della fantasia, simboli e metafore che condizionano e bloccano il cervello senza mai costruire. Anche in quei luoghi estremi della mente umana e della realtà, come poteva essere l’ospedale di Verulamium, c’era chi giocava con la pelle degli altri. Alvano dovette faticare non poco per adattarsi a quei giochi. In quel posto poi dove ci si confrontava ogni momento con la domanda finale sempre alla ricerca di una impossibile risposta: perché?

Estratto da:
Il Testimone. Le metafore di Alvano

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