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La "Chimera" nel "Giardino Autunnale"

Sempre per restare nel tema corrente di questo periodo, l’arrivo dell’autunno, la poesia che ho deciso di commentare in questo post è stata scritta da un poeta italiano di cui non rivelerò il nome se non alla fine dello stesso post. Anzi, a dire il vero, le poesie sono due. La prima, intitolata “Giardino Autunnale”, conduce alla seconda, “La Chimera”, e ad essa ritorna. Quest’ultima dà la chiave di comprensione alla prima. Entrambe formano il cosi detto “messaggio” del poeta ma, sopratutto, offrono la possibilità di comprendere la tormentata figura umana chi si nascondeva dietro quel nome e cognome.

Due poesie strettamente legate, interdipendenti, quanto mai personali, momenti del drammatico destino di un poeta la cui poesia e la cui vita sono state considerate un vero e proprio “scandalo”. Entrambe queste composizioni fanno parte di una raccolta denominata “Canti Orfici”. Il critico e scrittore Sebastiano Vassalli, ha scritto, in una sua presentazione ad una edizione di queste poesie, che la vita di questo poeta è tutta riassunta nel verso di Walt Whitman che lui stesso ha posto come epigrafe ai “Canti Orfici”: “They were all torn and cover’d with the boy’s blood” (“Essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo”) … “Chi sono “they”, “essi”? Li elenco in ordine di importanza. “Essi” sono: i genitori, i compaesani, i letterati dell’epoca, gli psichiatri.” Si capisce, allora, che qui è in gioco tutto l’universo esistenziale di un uomo che vuole essere “poeta” ma tutti lo prendono per pazzo. Non è possibile in questa sede esaminare i fatti riguardanti questi eventi. Porterei il lettore fuori strada, allontanandolo da quello che è il tema principale di questo post che riguarda l’autunno, così come si evince dalla lettura delle poesie che ho menzionato prima. Per questa ragione rimando il lettore ai link qui evidenziati sul percorso esistenziale di questo poeta.

Ritornando alla poesia “Giardino autunnale” dirò che questa composizione aveva in una prima redazione il titolo di “Boboli”. Il giardino è dunque quello famoso di Firenze, nel cui ambiente e scenario i versi si distendono. Il fiume di cui si parla è, ovviamente, l’Arno. Leggendo questi versi ci accorgiamo che le parole sono asciutte, essenziali, dirette. Il Poeta ci parla e il suo dire è simile ad un disegno, geometrico nella sua essenzialità. Si avverte che ci troviamo dinanzi all’urto tragico di un uomo intero, che mendica amore, onore e fama.

Giardino autunnale

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.

«Ella m’appar, presente», chiama oltre che l’amore un giudizio critico che non arriva e, per questo prega la fanfara straziante che sale dal fiume, nel silenzio della sera, di sbandierare il suo problema, mentre riaccende la speranza. Ma chi è “Ella”? E qui entra in gioco la seconda poesia.

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Il giardino è spettrale perchè perché ormai spoglio, l’alloro rinsecchito, senza più ghirlande verdi, alla terra d’autunno il poeta rivolge un ultimo saluto. Alle pendici aride e arrossate dei monti, accarezzate da un ultimo sole, la vita lontana sembra quasi gridare, confusa da rumori rauchi, insopportabili; Questa vita grida al sole morente che tinge di rosso sangue le aiuole. Si sente una fanfara salire straziante: il fiume scompare nella sabbia dorata. Le statue bianche, quelle che a volte decoravano i giardini, stanno in silenzio, rivolte verso i ponti, e tutto pian piano scompare. Dal profondo silenzio si eleva un suono come di un coro, grandioso e struggente: nasce improvvisamente e sembra quasi che il poeta lo possa sentire dal suo balcone. E’ il rumore del fiume cui fa riferimento prima. Tra il profumo di alloro, così languido eppure anche così amaro, tra le statue immortali, nel tramonto appare lei: lei ora è presente: la Chimera. L’ha portata l’Autunno, la stagione senza speranze, la stagione della fine. Resta l’interrogativo: chi è la Chimera? La fama, la poesia, l’amore, la vita? Dino Campana non trovò risposta in vita a questa domanda. Il “sangue del fanciullo” resta a macchiare le colpe di chi non lo riconobbe poeta e nel “giardino dell’autunno” della sua vita gli rimase solo una “chimera”.

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