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L'autunno di Shakespeare

Tra i tanti post nei quali mi sono cimentato per celebrare la stagione dell’autunno non poteva mancare un richiamo al poeta dei poeti, il sommo William Shakespeare. Il tema dell’autunno viene da lui affrontato nel sonetto 73, che inizia con questo verso: “Quella stagione in me tu puoi vedere”. L’autunno è sinonimo di vecchiaia e per descriverli il poeta utilizza tre diverse metafore: un albero, un giorno, il fuoco. Ma non tutto è drammaticamente pessimistico. Il suo scopo è quello di mettere in evidenza la forza dell’amore.

Nella prima quartina egli si rivolge alla sua amata (o amato?) alla quale egli fa notare come egli stia invecchiando. Paragona, infatti, il suo corpo all’albero che perde le foglie: “Foglie gialle, o nessuna, o poche, che pendono”. I suoi capelli si fanno radi e i pochi rimasti imbiancano ingrigendo. Il grigio di quei capelli un tempo era marrone, un processo di decadimento simile a quello delle foglie gialle che un tempo erano verdi. E come i rami dell’albero che tremano ai freddi venti dell’inverno imminente, le sue membra tremano al mutamento del tempo. Anche la sua poesia diventa come “spogli cori in rovina”. Un tempo non lontano quei versi risuonavano di ben altre espressioni simili a quelle di “dolci canti”.

That time of year thou mayst in me behold,
When yellow leaves, or none, or few do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruined choirs, where late the sweet birds sang.

Quella stagione in me tu puoi vedere
quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono
appese ai rami tremanti contro il freddo,
spogli cori in rovina dove dolci cantavano gli uccelli.

Nella seconda quartina, dall’immagine dell’albero del tardo autunno si passa al processo che subisce il giorno col trascorrere delle ore. Egli è al “tramonto del giorno”, il tempo di quando il sole “svanisce a occidente”. Come il sole affonda lentamente all’orizzonte così la notte scende e porta il sonno alle normali attività del giorno. Per lui che parla, e che è agli ultimi giorni della sua esistenza, la notte diventa “la scura notte” che spegnerà non solo la sua vita ma porterà via anche il “simulacro della morte”, vale a dire il sonno. Egli non potrà più nemmeno riposare poichè la notte scura gli ha rubato la vita.

In me thou seest the twilight of such day,
As after sunset fadeth in the west,
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self that seals up all in rest.

In me vedi il crepuscolo del giorno
che svanisce a occidente dopo sera,
che porta via pian piano notte nera,
simulacro di morte che nel riposo ogni cosa sigilla.

Nella terza quartina il poeta introduce ancora una nuova metafora paragonando la sua vita, ormai al declino, a quella di un fuoco che “langue sulla cenere della sua gioventù”. Un tempo questa ardeva di luce, ora scema e le medesime cose che alimentarono la sua giovinezza si consumano come il fuoco malinconico e fioco della vecchiaia.

In me thou seest the glowing of such fire,
That on the ashes of his youth doth lie,
As the death-bed, whereon it must expire,
Consumed with that which it was nourished by.

In me vedi quel fuoco che sfavilla
e langue sulle ceneri della sua giovinezza,
letto di morte in cui dovrà spirare
consumato con quel che lo nutriva.

Eppure, non tutto è vano. Nel distico finale la sua amata gli offre il suo amore e questo amore è più forte, anche se è alla fine. Pur sapendo che la morte che si avvicina li separerà, essa invita gli amanti a prendersi cura di chi si ama e stare insieme perchè il tempo ormai sta per finire. Il distico suona come un’ammonizione: mano mano che il tempo passa l’amore dovrebbe aumentare. Non è chiaro se questo invito o considerazione sia rivolta alla persona amata o in fondo a se stesso. Forse ad entrambi poichè dovranno separarsi. In ogni caso il loro destino è segnato dal fato che si caratterizza con l’età, il tempo, la morte e la separazione.

This thou perceiv’st, which makes thy love more strong,
To love that well, which thou must leave ere long.

Questo tu percepisci che rafforza il tuo amore,
per meglio amare ciò che presto dovrai abbandonare.

Si possono fare molti confronti tra le immagini ricorrenti di questo sonetto e altre di altri sonetti. Il che spiega la persistenza del simbolismo poetico di Shakespeare, la sua forza di rappresentazione figurativa e il suo determinismo linguistico. Il tema delle stagioni che passano inesorabili lo si trova anche nel sonetto 18, la metafora della vita umana in quella del sole, e quella del fuoco nella terza quartina del primo sonetto. Il colore giallo, il colore dell’autunno, lo possiamo trovare anche in altri sonetti, il 17 ed il 104 unitamente al trascorrere del tempo. Una possibile traduzione libera del sonetto in prosa inglese moderna potrebbe meglio chiarire il discorso che il poeta svolge all’amata (o amato?) Ve la propongo per aiutare chi non ha molta dimestichezza con la lingua inglese:

“You may see that time of year in me when few, or no, yellow leaves hang on those branches that shiver in the cold bare ruins of the choir stalls where sweet birds sang so recently. You see, in me, the twilight of a day, after the sun has set in the west, extinguished by the black night that imitates Death, which closes everything in rest. You see in me the glowing embers that are all that is left of the fire of my youth - the deathbed on which youth must inevitably die, consumed by the life that once fed it. This is something you can see, and it gives your love the strength deeply to love that which you have to lose soon.”

“Puoi vedere in me quel tempo dell’anno quando le poche o nessuna foglia pende da quei rami che tremano tra le fredde spoglie del coro scomparso, là dove gli uccelli un tempo cantavano. Tu vedi in me il crepuscolo del giorno, dopo che il sole è scomparso a occidente, spento dalla scura notte che imita la morte, la quale chiude ogni cosa al riposo. Tu vedi in me le ceneri ardenti, tutto ciò che mi resta del fuoco della mia gioventù, letto di morte su cui inevitabilmente la giovinezza deve finire, consumata dalla vita che ti nutrì e che presto si dovrà lasciare. Questo è qualcosa che devi vedere e che darà forza al tuo amore di amare profondamente ora ciò che dovrai ben presto perdere.”

Se questa non è vera poesia, mi chiedo cos’è la poesia?

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