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E' importante celebrare il Natale?

La domanda è antica ma vale la pena porsela ancora oggi in questa epoca in cui il postmodernismo sembra interrogarsi sulla reale consistenza di ideali modernisti come la razionalità, l’obiettività, il progresso e ad altre idee di derivazione illuministica. Se la pose tra gli altri un intellettuale italiano in un suo libro “diario” diventato poi famoso, scritto tra l'ottobre del 1929 e il maggio del 1957 uscito col titolo di “Diario in pubblico”.

Giorno per giorno anche se a intermittenze spesso di mesi e talora di anni, in questo libro singolare Elio Vittorini unisce e rimescola brani di saggi e frammenti di diario in una specie di straordinario romanzo di idee. E’ il romanzo della sua militanza culturale, sempre generosamente in dissidio con le autorità più o meno tutorie (dall’eresia de “Il Bargello”, periodico della federazione provinciale fascista fiorentina, all’eresia de “Il Politecnico”, periodico comunista di cultura contemporanea), sempre in lotta con la convinzione della centralità e dell’autonomia della letteratura e con il bisogno di intervento politico. Questo libro, traboccante di umiltà e di astuzia, di orgoglio e di commozione, può figurare a pari diritto accanto a quello che è considerato il capolavoro di Vittorini, “Conversazione in Sicilia”. Del romanzo più celebre appare addirittura meno rassegnato a una data, a un momento, a un’occasione. “Diario in pubblico” è ancora operante tra noi, forse oggi più di ieri.

In esso, con la data di dicembre ‘45, lo scrittore risponde ad un lettore identificato con le iniziali G. A. che gli scrive da Milano chiedendogli il “perchè celebrare il Natale?”, così risponde: “Perchè crediamo nel Natale come in ogni cosa in cui credono gli uomini, come crediamo nell’estate e nell’inverno, nel mattino, nel pomeriggio e nella sera. Milioni di uomini celebrano il Natale, e noi dovremmo restare in disparte da una osa di milioni di uomini?”. Vittorini scrive che il suo interlocutore-lettore dice che “la nascita del cristianesimo sia stata una rivoluzione; tanto di cappello”; aggiunge però che “è stata superata da rivoluzioni successive, e queste ultime dunque bisogna celebrare, non quella”. Vittorini continua dicendo:” Anche seguendo il suo ragionamento io posso rispondergli che la nascita di Cristo e del Cristianesimo ha, di fronte alle rivoluzioni che sono venute dopo, la superiorità di un valore simbolico veramente valido fra tutti gli uomini, veramente universale. Io non valuto che cosa la rivoluzione cristiana possa, in effetti, essere stata; ma simbolicamente riassume il diritto stesso dell’uomo alla rivoluzione. Questo io vedo (oltretutto) nella nascita del Cristianesimo, questo vedo nel Natale: l’unità simbolica delle rivoluzioni.” Vittorini soggiunge che il suo interlocutore aveva affermato che “l’umanità se n’è fatta una sporca cosa, un’occasione per una scorpacciata”. A questo lui replica: “Ma che conta? Il Natale è l’unico giorno che gli uomini di buona volontà hanno in comune con gli uomini di cattiva volontà. E avere pace e comunione, per un giorno, anche con le più nere carogne della società umana significa credere in un tempo in cui vi sarà comunione senza che più vi siano carogne”.

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