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Il mistero della Natività di John Donne

Il Natale è uno dei temi più diffusi nella storia delle letterature del mondo. Il tema della nascita del “figlio di Dio” o del “figlio dell’Uomo” ha attirato l’attenzione di ogni sorta di narrativa che potesse descrivere in una forma comprensibile l’intervento della divinità nella condizione umana e l’assunzione (da parte di questa stessa umanità) della forma divina. Una contraddizione solo apparente, di non facile comprensione. Ci hanno provato a farlo scrittori, poeti, pittori, musicisti, artisti della parola e professionisti della fede.

L’espressione “figlio dell’Uomo”, nel senso più ampio del termine, si riferisce alla “umanità” del Cristo che da essere divino si fa sostanza umana senza perdere le sua divinità. Questa umanità anzi venne ad essere aumentata fino a formare due distinte identità in una sola persona. Quando a Lui viene chiesto dal gran sacerdote se egli fosse il “figlio di Dio”, risponde affermativamente dicendo che egli era “il figlio dell’Uomo” venuto dal cielo, in gloria e potere ed in piena divinità. L’idea di questa duplicità tra il concetto di “figlio di Dio” e ”figlio dell’Uomo” che si manifesta in forma unitaria nel mistero di questa natività viene espressa in forma poetica dal poeta metafisico inglese John Donne in una poesia che fa parte della raccolta chiamata “la Corona”. La chiave per comprendere questo apparente paradosso è racchiusa tutta nei versi “Immensity cloistered in thy dear womb” - “how He/Which fills all place, yet none holds Him” - (Immensità claustrata nel tuo caro ventre - come giace colui che riempie ogni luogo, eppur nessuno lo contiene). La natività che Donne rappresenta assume una forma storica, pochi momenti nel tempo, per un messaggio che è senza tempo ed universale.

Un paradosso che si muove quindi sia nel tempo che nello spazio. Questa idea, di non facile comprensione, egli ebbe modo di esprimerla nei suoi “Sermons, Easter Sunday”, del 1619, vol. 2, quando così scriveva: “We are all conceived in close Prison; in our Mothers wombs, we are close Prisoners all; when we are borne, we are borne but to the liberty of the house; Prisoners still, though within larger walls; and then all our life is but a going out to the place of Execution, to death.” (Siamo tutti concepiti in una stretta prigione, nel grembo di nostra madre, siamo tutti prigionieri; quando nasciamo ma liberi in casa; eppure prigionieri entro mura più ampie e poi tutta la nostra vita è destinata ad uscire verso la fine”). Donne afferma nella sua poesia che la Natività è un messaggio di scopo e di direzione di cammino per l’intera umanità, una luce sovrannaturale di fede e di grazia ma anche luce di ragione che permette all’umanità di comprendere sia se stessi che il suo Creatore.

Immensity cloistered in thy dear womb,
Now leaves His well-belov’d imprisonment,
There He hath made Himself to His intent
Weak enough, now into the world to come;
But O, for thee, for Him, hath the inn no room?
Yet lay Him in this stall, and from the Orient,
Stars and wise men will travel to prevent
The effect of Herod’s jealous general doom.
Seest thou, my soul, with thy faith’s eyes, how He
Which fills all place, yet none holds Him, doth lie?
Was not His pity towards thee wondrous high,
That would have need to be pitied by thee?
Kiss Him, and with Him into Egypt go,
With His kind mother, who partakes thy woe.

—–

Immensità claustrata nel tuo caro ventre,
ora lascia la sua prigionia tanto amata,
lì ha fatto se stesso intenzionalmente
abbastanza debole per venire, ora, nel nostro mondo;
ma oh, per te, per lui, non ha stanze la locanda?
Eppure posalo in questa stalla, e dall’oriente
stelle e saggi viaggeranno per impedire
l’effetto della gelosa universale condanna di Erode.
Vedi tu, anima mia, con gli occhi della tua fede, come giace colui
che riempie ogni luogo, eppur nessuno lo contiene?
Non fu la sua pietà per te meravigliosamente alta
da aver bisogno di ricevere pietà da te?
Bacialo, e con lui và in Egitto
con la madre gentile, che partecipa del tuo dolore.

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