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Natale in lingua napoletana

Ho scelto alcune poesie in vernacolo napoletano per celebrare la festa della Natività cercando di entrare in quello che è il vero spirito della rappresentazione del presepe, il tutto però visto in chiave umana nella sostanza e linguistica nella forma.

Il dialetto napoletano non è sempre di facile comprensione. Per questa ragione ho pensato di tradurre in italiano, ben consapevole del fatto che “tradurre significa tradire”, anche se si vuole tradurre da un dialetto. Da quello napoletano in particolare. Desidero ricordare a questo proposito quando, diversi anni fa, durante la mia permanenza in Inghilterra, in un corso serale di un “College of Further Education” che frequentavo a St. Albans, la moderna città dell’antica romana Verulanium, qualcuno del gruppo di studenti, mi chiese di tradurre e spiegare l’espressione “ ‘na vrenzola ‘e sole”. Eravamo tutti di varie nazionalità. A quel tempo, noi italiani, eravamo sotto tiro ed osservazione, come sempre del resto. Era, infatti, l’epoca dei cosidetti “magliari”, (venne fatto anche un film) gente di origine per lo più meridionale, che girava per l’Europa vendendo (ed imbrogliando) un pò di tutto, a partire dai tappeti, ai tessuti e quant’altro. Gente che non sempre portava lustro ed onore al Bel Paese ma che cercava in qualche modo di sbarcare il lunario.

Ricordo che ebbi non poche difficoltà a far capire il termine “vrènzola”: può essere un brandello di stoffa, cencio, qualcosa, insomma, pieno di buchi per l’uso, ridotta male. Può indicare, con la povertà che rappresenta, una persona ridotta in pessimo stato: il povero, lo straccione. Si può inoltre indicare, in modo squisitamente offensivo, una persona meschina, avara. La derivazione forse viene proprio dall’italico “brandello”, trasformatosi in “vrenzola” dalle mutazioni “BR” in “VR” (vruoccole, broccoli) e “D” in “Z”, tipiche del dialetto napoletano. Altri riferimenti: “Na vrenzola ‘e sole”: “sottile raggio di sole”. Oppure anche come in: “Nun ‘a ditto ‘na vrenzola ‘e parola”. Il sole passa attraverso quel panno ridotto a “vrenzola” pieno di buchi, quindi diventato straccio, filtra in esso il sole che si riflette “stracciato”. C’è tutto un sottofondo di miseria, ma anche di nobiltà stesa al sole, pulita di bucato. Tutto questo per far capire quanto sia difficile cogliere appieno il significato di una poesia in dialetto napoletano. Le traduzioni che ho tentato sono soltanto esercizi descrittivi a favore di chi desidera meglio comprendere, in occasione del Natale, il fascino di questo dialetto che è una vera e propria lingua.

Natale. In questa poesia, di autore anonimo, c’è tutta l’atmosfera di una casa povera. La casa di un tempo, quello della tradizione familiare. Com’è bello il Natale, la sera della vigilia è tutta un’allegria per la nascita di Gesù. La tavola è pronta, l’albero è acceso ma il presepe è spento. Si accenderà solo a mezzanotte. Mamma è in cucina a preparare cose buone, sta friggendo il capitone, che non può mancare. Papà urla che la casa è piena di fumo e dice di aprire il balcone perchè l’aria è irrespirabile. Il nonno, che ha freddo, sta seduto davanti al braciere a riscaldarsi le mani, in cerca di calore. Natale è provvidenza, perchè si mangia, c’è il Bambinello che ci pensa a riempire la tavola. Lui fa mangiare tutti, sia il ricco che il povero. Provvidenza è parola magica, specialmente per i poveri, in tutti i tempi e in special modo a Napoli.

Natale
Cumm’è bell’ Natale,
a sera d’a Virgilia è tutta n’allegria p’a nascit’e Gesù.
A tavola apparicchiata, l’arber’ allumminato.
‘O presepio sta stutato pecchè a mezzanotte s’add’appiccià.

Mammà int ‘a cucina prepar’e cose bone
e frie ‘o capitone ca nun ce pò mancà!
” ‘A casa è chin ‘e fummo!”
Allucca già papà “arape stu balcone ca nun se pò respirà!”

O’ nonno friddugliuso annanz’a nu vrasere
ch’e mmane dint’e mane se piglia tutt’o calore!
Natale è pruvverenza, ce penz’ ‘o Bambiniello
‘o ricco e ‘o puveriello a tutti fa campà !

(Anonimo)

L’autore della poesia che segue “Nuttata ‘e Natale” è Salvatore di Giacomo, il padre della poesia napoletana. Anche lui sceglie di parlare di una grotta. Non è quella però dove nasce il Bambinello. In questa riposano due sconosciuti zampognari, personaggi di non secondaria importanza del presepe. Il poeta sceglie un’angolazione laterale all’evento, lasciando immaginare al lettore tutto quanto è accaduto in precedenza e quello che accadrà dopo, di lì ad un’ora. In una grotta che non è buia ma “scura” come può essere quella di un cuore ed un animo senza luce interiore, dormono gli zampognari. Sono tanto stanchi per il lavoro svolto che sono crollati a dormire in quella grotta. Appese al muro “dormono” anche le loro zampogne che ronfano, russano, ancora gonfie dell’aria che ha suonato l’ultima novena. Nel frattempo, fuori sale in cielo la luce bianca di una luna che rischiara la notte. Manca più di un’ora e si sentono i botti accompagnati dai bagliori dei bengala, mentre si balla e si canta in tutto il vicinato. Il bambinello non è ancora nato, il vescovado non è stato ancora aperto. La gente dopo d’aver mangiato esce di casa sazia e accaldata. Il vento freddo si infila dappertutto filtrando attraverso la cancellata che chiude l’ingresso alla grotta. Sulla paglia pungente della stalla dormono stanchi gli zampognari. Un soffio di vento freddo e intenso passa e scivola su quei corpi che, “a ppare a ppare”, riposano l’uno affianco all’altro. Gli zampognari hanno finito il loro lavoro, hanno diffuso col suono delle loro zampogne l’annuncio della nascita ed ora si riposano, sfiniti, anch’essi in quella grotta scura. In un’altra grotta, quel buio scuro scomparirà per quella nascita che essi avevano tanto cantata. Ma essi forse non se ne renderanno conto. Tutto resta umano.

Nuttata ‘e Natale

Dint’a na grotta scura dormeno ‘e zampugnare:
dormeno, appese a ‘e mura,
e ronfeno, ‘e zampogne
quase abbuffate ancora
‘a ll’urdema nuvena;
e, ghianca, accumparesce e saglie ncielo,
dint’ ‘a chiara nuttata, ‘a luna chiena.

Dormeno: a mezzanotte
cchiù de n’ora ce manca;
e se sparano botte,
s’appicceno bengala,
e se canta e se sona
per tutto ‘o vicenato…

Ma ‘o Bammeniello nun è nato ancora,
e nun s’è apierto ancora ‘o Viscuvato.
Fora, doppo magnato,
esce nfucata, ‘a gente:
ccà d’ ‘o viento gelato,
p’ ‘e fierre d’ ‘a cancella,
trase ‘a furia ogne tanto…
E c’ ‘o viento, e c’ ‘o friddo
ncopp’ ‘a paglia pugnente, a ppare a ppare,
dormeno, stracque e strutte, ‘e zampugnare..

(Salvatore di Giacomo)

“Presepio in costruzione”. L’autore di questa poesia è Ferdinando Russo. Nacque a Napoli il 25 novembre 1866. Non completò gli studi per la sua passione giornalistica. Lavorò al ‘Pungolo’, al ‘Mattino‘ e al ‘Mezzogiorno‘. Come Di Giacomo si ispirò dalla realtà della strada, ma con esiti diversi: Russo non trasfigura l’elemento popolare ma lo utilizza in chiave realistica, per evocare dal profondo l’anima sonora, i sentimenti e le vicende sociali e politiche del suo popolo. In questo senso, gli episodi più importanti della poesia di Ferdinando Russo sono contenuti nelle immagini di terragna concretezza, spesso dolente ma permeata di saggezza, nelle minuziose descrizioni di persone ed ambienti popolari. La poesia che segue è un dialogo tra due persone che stanno costruendo un presepe. Si conoscono bene, anche se non è chiaro il rapporto che c’è tra di loro. E’ un dialogo costruito come un monologo, con una straordinaria chiusa finale che non ha nulla di sacro, ma tutto di profano.

Presepio in Costruzione

Ma che fai? Addò miette stu craparo?
Chillo te leva tutt’ ‘a visuale!…
S’ ha da mettere accanto all’animale!
E leva ‘a lloco chi sto zampugnaro!

La scena è quella di un presepe in costruzione. I due della famiglia lo stanno costruendo in casa e litigano sui posti da assegnare ai vari personaggi che sono i pastori. Secondo lui Il capraio non sta al posto giusto in quanto occupa la visuale e va messo vicino all’animale. Nemmeno lo zampognaro sembra che stia al posto giusto.

E addò se schiaffa? Ma, cretino caro,
che d’è, presepio, o fosse funerale?!
Comme! Uno appriesso all’ato! ‘o castagnaro,
‘o scartellato, ‘o turco e ‘o speziale?

L’altro replica stizzito che non è d’accordo e non sa dove metterlo. Al che l’altro gli dà del cretino in quanto i pastori non vanno messi l’uno dopo l’altro, non è mica un funerale. Non si possono mettere in fila l’uno dietro l’altro il venditore di castagne, il gobbo, il turco e il venditore di spezie.

Distribuisci! Fanne una scenetta!
Nu gruppetto c’almeno fa figura!
Che significa, llà, chella carretta?
E chella pacchianella dint’ ‘o sciallo!

Vanno messi in maniera sparsa, devono fare scena, creare un ambiente, un gruppo che faccia scena. E poi si chiede che ci faccia quella carretta con quella contadinella avvolta nello scialle lì vicino.

Chella! Chella che porta ‘a criatura!…
M’ ‘a piazze sott’ ‘a coda d’ ‘o cavallo!
Ma c’aggia fa’! Me state mbriacanno
in tal modo, ca perdo’ e ccerevella!

L’altro sembra non capire a chi si riferisce e lui replica che è quella che ha il bambino tra le braccia. L’ha messa proprio sotto la coda del cavallo. L’altro replica che non sa cosa fare e gli dice si sta confondendo, gli sembra quasi di perdere il cervello.

Zi Pascalino ha da fa’ chesto ogn’anno!
E vattenne, ca si’ na muzzarella
Stai da tre giorni in casa, revutanno
e nun me sai ncullà na casarella!

“Zio” Pasqualino, (che poi non si sa se è davvero lo zio oppure è soltanto un riferimento fittizio e di comodo per indicare una persona di famiglia che può anche non avere un legame di parentela con gli altri membri della famiglia) si comporta così ogni anno, dice l’uno. Scorbutico e litigioso com’è replica subito questo dicendo sono tre giorni che sta tra i piedi a casa e non aiuta per niente. Crea solo scompiglio e disordine. Non sa incollare nemmeno una casetta del presepe. E’ proprio una “mozzarella”, un incapace quindi. E non si capisce bene perchè la mozzarella debba avere in napoletano un riferimento negativo. Forse perchè è molle e va a male subito.

Comme! Tu vide ca te sto ajutanno,
e fai l’atto ‘e superbia e l’angarella!
L’aseniello addo sta?.. Ma che ne saccio!
Le stanne danno na mana’e vernice…

Ma come? critichi anche? Io cerco di aiutarti e tu fai pure il superbo creando problemi. Dov’è l’asinello? Non lo so. Forse lo stanno riverniciando.

E San Giuseppe? Le manca nu vraccio?!
E ‘o voie? È senza corne? E comme và?
Tu nun me siente? Bestia! Che nne dice?
‘E ccorne?.. Addimandatelo a papà…

E dov’è San Giuseppe? Non vedi che gli manca un braccio? Dov’è il bue? Non vedi che è senza corna? Perchè è in quelle condizioni? Mi senti? Sei proprio una bestia! Dove sono le corna? Ne sai qualcosa? Le corna? Chiedilo a papà. Il “papà” della famiglia dove stanno allestendo il presepe? Oppure ci si riferisce a qualcun altro? La chiusura di questa poesia è davvero emblematica nel senso che fotografa qualcosa che non c’è, ma di cui tutti sembra sappiano. Dentro quella casa come in quella stalla? Un’occasione per ricordare che sempre tra uomini siamo, con i nostri problemi e le umane vicissitudini. Mah! Chissà come sarà successo. Ferdinando Russo rimanda comunque tutto a “papà”. Lui saprà rispondere a quella domanda sulle “corna” ….

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