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"Che fine ha fatto il futuro?"

“Il mistero della vita, scrisse una volta Francesco de Sanctis, è che il tutto non comparisce mai come tutto, ma come parte”. Ed è appunto come “parte” che si presenta e si manifesta la vita degli uomini. La vita di ogni uomo: prigioniera del tempo.

Questo interessante libro cerca di svelare il “mistero del tempo” chiedendosi del “destino del futuro”. Un modo come un altro per sfidare la continuità alla quale l’uomo non è abilitato a prendere parte. Lo sapeva bene Sant’Agostino che ebbe a dire: “Non esiste il passato, il presente ed il futuro. Esiste bensì la presenza del passato, la presenza del presente, la presenza del futuro”. Eppure gli uomini hanno bisogno di dare forma e contenuto al tempo della propria esistenza in termini cronologici di passato, presente e futuro altrimenti non avrebbero la possibilità di dare un senso al loro essere. Senza dubbio tutto ciò è un paradosso, anzi tre, così come ne parla l’autore nella sua introduzione:

“Il primo paradosso del tempo è inerente alla consapevolezza che ognuno ha di vivere in un tempo che precedeva la sua nascita e che continuerà dopo la sua morte. Questa consapevolezza individuale del finito e dell’infinito vale simultaneamente per il singolo e per la società. Infatti l’individuo che si trasforma, cresce e poi invecchia, prima di scomparire un giorno o l’altro, assiste in quel mentre alla nascita e alla crescita degli uni e all’invecchiamento e alla morte degli altri. Invecchia in un mondo che cambia, se non altro perché gli individui che ne fanno parte invecchiano anche loro e vedono generazioni più giovani prendere progressivamente il loro posto.

Ci sono spiegazioni di tipo intellettuale per questo primo paradosso: sono tutte le teorie che, in un modo o nell’altro, inscenano il ritorno del medesimo. Nella maggioranza delle società studiate dall’etnologia tradizionale esistono rappresentazioni dell’eredità molto elaborate che tendono a ritenere la morte degli individui non una fine in sé quanto l’occasione per ridistribuire e riciclare gli elementi che li compongono. Le teorie della metempsicosi sono solo un tipo particolare di tali rappresentazioni. In Africa, per esempio, l’idea del ritorno degli elementi liberati dalla morte non è associata a quella del ritorno degli individui in quanto tali, anche se, nelle grandi chefferies o nei regni, la logica dinastica spinge in quella direzione.

Altre istituzioni, come le classi di età, o taluni fenomeni religiosi ritualizzati, come la possessione, rientrano in quella visione immanente del mondo che tende a relativizzare l’opposizione tra vita e morte in virtù di un’intuizione non lontana dal principio scientifico secondo il quale nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Il secondo paradosso del tempo è quasi l’inverso del primo e riguarda la difficoltà per uomini mortali, e quindi tributari del tempo e delle idee di inizio e fine, di pensare il mondo senza immaginarsene una nascita e senza assegnargli un termine. Le cosmogonie e le apocalissi, in varie modalità, sono una soluzione immaginaria per rispondere a questa difficoltà.

Il terzo paradosso del tempo rimanda al suo contenuto o, se vogliamo, alla storia. È il paradosso dell’evento, del fatto sempre atteso e sempre temuto. Per un verso sono gli eventi che rendono sensibile il passaggio del tempo e che servono anche a datarlo, a ordinarlo secondo una prospettiva diversa dal semplice ripresentarsi delle stagioni. Ma per un altro verso l’evento comporta il rischio di una rottura, di una lacerazione irreversibile con il passato, di un’intrusione irrimediabile del nuovo nelle sue forme più pericolose. Per un lungo periodo della storia umana le catastrofi ecologiche, meteorologiche, epidemiologiche, politiche o militari avevano il potere di minacciare l’esistenza stessa del gruppo, e lo sviluppo delle società non ha fatto svanire la consapevolezza di rischi del genere: li ha solo collocati su una scala diversa. Il controllo intellettuale e simbolico dell’evento è sempre stato al centro delle attenzioni dei gruppi umani. Lo è ancora oggi; cambiano solo le parole e le soluzioni. È anzi possibile che il paradosso dell’evento sia al suo culmine: mentre la storia accelera sotto la spinta di eventi di ogni genere, noi pretendiamo di negarne l’esistenza, come nelle epoche più arcaiche, per esempio celebrandone la fine.”

Ogni uomo nasce inchiodato alla sua realtà che è specificamente legata al suo luogo ed al suo tempo. Tra finito ed infinito tutti navighiamo nel “mistero” che resta anche un “paradosso”, checchè se ne possa dire e pensare. “Se l’umanità fosse eroica, accetterebbe l’idea che la conoscenza è il suo fine ultimo. Se l’umanità fosse generosa, capirebbe che la condivisione dei beni è per lei la soluzione più economici. Se l’umanità avesse coscienza di se stessa, non permetterebbe ai giochi di potere di oscurare l’ideale della conoscenza. Ma l’umanità in quanto tale non esiste, ci sono solo gli esseri umani, le società, i gruppi, le potenze… e gli individui.” Questa è la poco confortante conclusione a cui arriva l’autore senza che lo tocchi un benchè minimo tentativo di dare un segno di spiritualità a questo essere umano che continua ad essere considerato sin dalla nascita come un “contenitore” della storia umana, la “sua” storia come quella dei suoi compagni di viaggio. Nulla lo porta a pensare che sia la storia personale che quella universale appartengono contemporaneamente e paradossalmente sia alla sfera personale che a quella universale. L’una fa parte del tutto, così come il tutto è fatto di tante parti.

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