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Il Natale di un tempo

Una semplice poesia può riportarti indietro nel tempo facendoti rivivere il presente come se il passato non fosse mai esistito.


La poesia che mi accingo a commentare non è stata scritta da un poeta famoso. Anzi non è nemmeno un poeta. Non so se rispetta le regole poetiche, la rima, la metrica e cose del genere. L’autore è sconosciuto ai più, come del resto lo siamo tutti noi che proviamo a farci conoscere scrivendo sul web in cerca di contatti, di aperture, di amicizie vere o false, reali o virtuali. Gran parte delle scritture in rete sono, infatti, solo tentativi di comunicare prima con se stessi e poi con gli altri. Cercando magari di trovare qualcuno con cui condividere pensieri, idee, ricordi. La persona che ha scritto questa breve, semplice poesia la conosco dai tempi della fanciullezza, un tempo di un altro secolo ed un altro millennio. Io venivo in estate, in vacanza al paese dove sono nato. Venivo da lontano, ma relativamente. A poco meno di un’ora oggi in auto. Da oltre il Valico di Chiunzi, dalla Valle di Sarno. Lui ci viveva e sognava di evadere. Dopo tanti anni ha avuto modo di dirmi, quasi a mò di confessione che, in quel tempo lontano, a distanza di più di sessanta anni, mi invidiava perchè io venivo da “altrove”. Un “altrove” che nella sua mente di bambino confinato in quel suo piccolo villaggio che era allora ed ancora è un “presepe”, aveva una dimensione imprevedibile. Tempo tanto distante e diverso da quello di oggi, così come appare dalla lettura di questa breve composizione che mi ha inviato stamane nella posta in forma di augurio per il Natale imminente. Il suo nome è Alfonso. Oggi vive in una grande città, a Roma, dopo una vita dedicata al servizio dello Stato.

Il Natale di una volta, quello che Alfonso Carotenuto descrive nella sua breve poesia, è necessariamente un Natale diverso, perchè si confonde e si trasforma nella memoria di chi rivolge il proprio pensiero al passato, pensando agli anni che sono memorie, proiettando quella dimensione sulla propria persona. Chi scrive parla di “fuochi accesi di speranza nei casolari sparsi di montagna e giù nella valle.” Bisognerebbe sapere di quali fuochi parla il nostro “poeta” Alfonso. Sono fuochi veri accesi ad ardere o metafore di pensieri che ritornano alla mente in un tempo mutato e diverso? A quali casolari si riferisce e a quali valli lì intorno? E che dire poi di quelle frittelle? Mi sembra di sentire ancora nell’aria l’odore che veniva fuori dalla finestra sul retro della casa in piazza, nel cortile che dava sulla gola buia della montagna in quel villaggio che era ed è rimasto il villaggio “capitale”, Polvica, del piccolo Comune di Tramonti, in Costa d’Amalfi. Il paese ed il villaggio della famiglia di mia madre, dove sono nato ed ho trascorso giorni felici della fanciullezza, dove sono ritornato a tarda età. Pur se erano tanto buie, quella finestra e quella stanza potevano però essere illuminate d’estate dalle luci delle stelle che brillavano alte nel cielo, nelle notti d’agosto mentre il bosco risuonava del canto impazzito dei grilli. Mi incantavo a contarle dopo che lo zio prete mi aveva fatto capire dov’era il “piccolo carro” e da quante stelle era composto il “grande carro”. Quella stessa finestra con la spessa grata, d’inverno, alla vigilia di Natale, veniva aperta per fare uscire il fumo del grande camino acceso. Veniva fuori, risucchiato dall’aria fredda esterna, un corpo gassoso denso. Ondeggiando, attraversava le grate della finestra e si mescolava al profumo dell’olio fritto nella grande padella nella quale la nonna versava le frittelle. Il grande fuoco del camino illuminava la cucina vicino alla quale le zie si affannavano ad impastare. E noi bambini, fuori liberi a tirarci palle di neve, pronti a difenderci dall’arrivo del lupo, che qualcuno diceva potesse scendere affamato dalla montagna, attirato anche dall’odore delle frittelle. Poco prima erano passati gli zampognari ai quali la nonna aveva offerto le prime frittelle, come voleva la tradizione.

Dall’altra parte della casa, nella grande stanza che dava sulla piazza del villaggio, c’era il salotto buono. Come tutti gli anni, nell’angolo dove di solito aveva il posto d’onore il grande mobile che conteneva la radio dal magico occhio verde, lo zio aveva costruito il presepe. La grotta era tutta illuminata, ma non c’era ancora il bambino che sarebbe nato soltanto a mezzanotte. Gli angeli lassù in alto ne preannunciavano l’arrivo. Uno di loro aveva un braccio teso verso le montagne. Con la mano sembrava quasi che indicasse in lontananza le sagome dei tre magi che si intravedevano appena avvicinarsi alla grotta. Spuntavano da dietro le sagome di carta imbiancata di farina. Com’era bello il Presepe! Come si animava nella mente di noi bambini che chiamavamo a gran voce l’intervento di zio Elio affinchè accendesse le luci, aprisse il rubinetto dell’acqua per far funzionare le pale del mulino, facesse scorrere il fiumicello che attraversava il paese, scorrendo sotto il ponte sul quale stava passando il pecoraio con le sue pecorelle. Ma quello che noi volevamo di più era sentire il suono delle zampogne. Sì, perchè in quel Presepe del tempo potevi sentire anche le ciaramelle e le zampogne. Bastava che lo zio si accovacciasse sotto il grande tavolo sul quale lo stesso Presepe era stato allestito e facesse scorrere la puntina del giradischi sul grande disco col suono degli zampognari. Tutto si animava quando poi, quando le frittelle erano pronte e la nonna chiamava a raccolta tutti i bambini del cortile a mangiarle a volontà. Tutti di fronte al Presepe, in attesa fino alla mezzanotte, quando il Bambinello avrebbe preso posto nella paglia della stalla. Era così il Natale di un tempo, il nostro tempo, in un paese pur se di montagna, ma a poca distanza dal mare di Maiori. Un piccolo paese formato da tanti minuscoli villaggi, tante antiche chiese, ponti e casolari sparsi. Un Paese che è un Presepe, ancora oggi nel XXI secolo. Quella valle, quei monti, quei casolari di Tramonti, “Terra Operosa”. Grazie Alfonso per avermelo riportato alla mente. Oggi, come ieri. Domani, come oggi. Natale di un tempo. Natale di ieri e di oggi nel Presepe di Tramonti, in Costa d’Amalfi.

IL NATALE DI UN TEMPO

Ricordo il Natale di un tempo;
ricordo i fuochi accesi di speranza
nei casolari sparsi di montagna
e giù nella valle, e tutto intorno….
Ricordo ancora l’odore delle frittelle
e lontano il suono delle zampogne
e delle ciaramelle.
E le voci allegre dei noi bambini
giungevano alle stelle.

E poi ricordo ancora:
gli angeli della notte
recavano doni e un lembo di gioia
ai bambini poveri. E là,
nel tepore del loro cuore,
nasceva il Redentore.

Alfonso Carotenuto

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