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"Insegnaci la quiete"

Di che cosa è fatto un libro? La risposta è ovvia: di parole. E di cosa è fatto un corpo? Il corpo degli uomini, intendo. Di tutti gli uomini. Il mio, come il vostro, voi che state leggendo. Anch’esso di parole. Non vi sembri strana questa risposta. Eppure è quanto ho appreso dalla lettura di questo libro.

“Mai avrei immaginato di scrivere un libro sul corpo. Figuriamoci poi sul mio corpo. Argomento indecoroso. D’altra parte, non avrei mai immaginato neppure una malattia tanto misteriosa ed esasperante come quella che mi ha colpito. Sopratutto, non avrei mai sospettato che un’alterazione fisica potesse insinuare il dubbio nelle mie certezze più radicate, obligandomi a ripensare il ruolo predominante che da sempre riconosco al linguaggio e all’attività intellettuale. Con messaggi, e-mail, chat e blog, la mente moderna divora la nostra carne: a questa conclusione mi ha portato la mia lunga odissea. Siamo diventati vampiri cerebrali che ci nutriamo della nostra stessa linfa vitale. Perfino in palestra, o mentre facciamo footing, la vita scorre tutta nella mente, a scapito del corpo”.

Nel Prologo con queste parole l’autore, “scettico e disincantato osservatore della condizione umana”, Tim Parks, (come lo ha definito il premio Nobel J. M. Coetzee), avvia il suo lungo cammino sia nel suo corpo che nella sua mente. E decide di renderne partecipe il lettore. Mai come in questa occasione la lettura di questo libro mi ha confermato, se ce ne fosse bisogno, che “ogni uomo è un libro e ogni libro è un uomo”. Diverse volte, infatti, in queste pagine, mi sono identificato con l’autore e con quanto da lui pensato, sofferto e sperimentato. Il caso ha voluto, infatti, che tra me, semplice e sconosciuto lettore, ignoto ed estraneo all’autore, con un carico maggiore di anni, potessi con lui condividere alcune esperienze, sia nel corpo che nella mente. “Anglo-mane” come sono, ho avuto la possibilità di riconoscere in Tim Parks un mio corrispondente per così dire, corrispettivo anglo-italiano, “Italo-mane” quanto basta, per avere con lui alcune affinità. Innanzitutto la condivisione di alcuni sintomi fisici e l’esperienza del dolore nella patologia di cui Tim è stato affetto e, a quanto pare, guarito. Su questa esperienza traumatica è basata del resto l’idea stessa del libro. Durante la lettura del suo racconto ho riconosciuto diversi identici momenti da me vissuti non molto tempo fa per la stessa patologia. Il fatto poi di essere, lui, oltre che un autorevole autore di libri anche linguista di fama internazionale, nonchè docente universitario di traduzione letteraria allo IULM di Milano, mi ha ulteriormente portato a condividere esperienze di cultura riguardanti la storia della lingua e della letteratura inglese, allo stesso modo in cui lui condivide esperienze simili nella realtà italiana.

Del libro mi è piaciuto innanzitutto la scelta del titolo “Insegnaci la quiete” seguito dal sottotitolo “Uno scettico sperimenta le vie della guarigione”. Quest’ultimo è presente anche nella versione originale inglese. Rispetto a quest’ultima però l’idea di scegliere la parola “quiete”, come parola chiave alla lettura del libro, è fondamentale. In effetti il titolo originale “Teach us to stand still” mi pare molto riduttivo rispetto a quanto l’autore si è prefisso di dimostrare con questo libro. Non si tratta, infatti, soltanto di riuscire a “stare fermi” per assumere il controllo del proprio corpo e della propria mente per sconfiggere il dolore. Dopo tutto, non si tratta soltanto di dominare o sconfiggere il dolore fisico causato dai disturbi ossessivamente ripetitivi ed impietosi delle vie urinarie, quanto quello di riuscire a governare il proprio corpo opponendo ad esso la forza della mente privandola delle parole che sono sue nemiche. La parola italiana “quiete” non propone soltanto l’idea di immobilità fisica ma anche quella di stabilità di “animo”, quell’assoluto in cui le parole si scoprono inutili perchè identificano la realtà, una realtà dalla quale invece, chi cerca “quiete” cerca di fuggire per evitare il dolore. Quel “dolore” al quale Tim Parks cerca di sfuggire entrando nella meditazione, il luogo in cui sia il corpo che la mente convivono senza contrasti, in assenza del linguaggio e quindi delle parole.

Mi rendo conto che se volessi parlare dei tanti momenti in cui durante la lettura ho condiviso i pensieri dell’autore di questo interessante libro sarei portato a scrivere troppo a lungo col rischio di confondere le idee di chi legge. Non mi resta allora che consigliare vivamente la lettura di questo bellissimo libro che è un vero e proprio cammino verso la meditazione per eliminare il dolore, senza usare paradossalmente le parole, quelle parole di cui questo libro, come questo post, tutto sommato, non dimentichiamolo, è fatto. Un paradosso, appunto, qualcosa quindi di contraddittorio ed impossibile. Resta il fatto che da esso scaturisce la considerazione che “la malattia in quanto tale non può essere ridotta alla semplice sequenza clinica sintomi-diagnosi-terapia, bensì è un evento che riguarda tutta la persona e il frutto, probabilmente, dell’incredibile sfasamento tra le creature che siamo e il modo (e il mondo) in cui viviamo. Di qui la necessità di ritornare al proprio corpo, di riportarlo alla quiete che la vana frenesia degli affanni quotidiani gli nega, di imparare ad ascoltarlo nel silenzio della mente e a decifrarne i messaggi, sapendo che è questa l’unica strada per ritrovare l’armonia e il benessere, e che le più belle esperienze che possiamo fare nascono dalla capacità di lasciarsi ancora sorprendere e dal coraggio di partire alla scoperta di territori nuovi ed inesplorati”.

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