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Sgarbi di Natale

Come ti scrivo, ti confeziono e ti faccio acquistare un libro per un regalo di Natale? In una maniera molto semplice. Ecco un’operazione abbastanza diffusa in questi giorni di acquisti e di regali natalizi. Il libro è oppure no anche un prodotto di mercato?

Si possono cucinare libri come si sfornano piatti per la festa di Natale. Questo post vuole provare l’assunto di quanto ho appena detto con un esempio che parte dalla recensione di un libro (scritto da un famoso autore), pubblicata da un’addetta ai lavori su di un settimanale a grande diffusione nazionale. Bisogna dire che questa non è che una delle tante operazioni che molti autori ed editori fanno in questi giorni. Tra “Cuori e Spade”, “Mafia e Camorra”, “Gomorre e Cupole” anche questa recensione a cui mi riferisco appare come un “pistolotto” editoriale. Sembra una informativa stampa in un’apposita rubrica dal titolo sintetico ed esplicativo di “Extra” che la rivista “Panorama” pubblica settimanalmente. L’idea è aggiornare i lettori su di un autore che è un vero e proprio padre della “vis polemica”, sul suo ultimo libro, confezionato a tempo di record per il pacco dei regali di Natale. Il messaggio può così arrivare non solo ai numerosi lettori del noto scrittore, (il più autorevole critico d’arte della penisola oltre che famosissimo polemista su giornali e in salotti TV, nonchè battagliero e libertario militante politico), ma anche alle migliaia di lettori abituali del settimanale. Tutti diventano subito possibili acquirenti del libro. Il gioco è così presto fatto.

Ed infatti, un semplice lettore bibliomane, come il sottoscritto, che fa? Legge la recensione-soffietto del libro, entra in una libreria di Bologna dove si trova e acquista il libro che ha un titolo ammaliante: “Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri”. Il sottotitolo riporta un riferimento alla sua piccola città di adozione, dove ha trascorso gran parte della sua vita e dalla quale ormai vive sempre più lontano. Egli scopre in quelle parole dell’articolo sul suo paese di provincia meridionale, che è la città di Sarno, assurta a “paradigma di una città”, (come ha avuto modo di mettere in evidenza scrivendo di un recente libro pubblicato sul suo dialetto), fa parte niente di meno dell’itinerario che l’autore del libro ha deciso di intraprendere attraverso le bellezze perdute o ignorate del Paese Italia. Anche questa antica e martoriata città, degradata a paese, ha un suo posto. Anche se fa parte del profondo Sud ed appartiene a quella Italia che non ci si aspetta. “Con Sgarbi alla scoperta dell’Italia che non ci si aspetta” urla il titolo della recensione. E’ evidente che Sgarbi si rifa ad un altro famoso viaggio, quello firmato da un Mr Yorick nel settecento inglese, pseudonimo di Laurence Sterne. E il sottotitolo aggiunge: “Il critico d’arte mette da parte la vis polemica e ci accompagna in un itinerario nella bellezza del Paese. Aprendoci gli occhi sui tanti capolavori che, senza saperlo, abbiamo ogni giorno sotto il naso. Dalla controversa “Padania” fino alla vituperata Sarno”.

Chi mi legge dovrà per forza convenire che non potevo astenermi dal comprare questo ultimo libro di Vittorio Sgarbi, come ho fatto con diversi altri dello stesso autore presenti nella mia non piccola biblioteca. Il richiamo delle radici, quando si sta lontani da esse, è sempre forte. Avere la conferma che il proprio paese, anche se non vi sei nato, ma che ti ha visto crescere, studiare e lavorare, passa ingiustamente per “vituperato”, fa un certo effetto. Ti illudi che il grande critico, scrittore, polemista e politico abbia deciso di intraprendere questo “Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri” scrivendo qualcosa in difesa di esso. Scopri, invece, che è stato allestito soltanto un ennesimo “instant-book” per essere cucinato tra i “piatti” del Natale. Intendiamoci: non mi riferisco agli scritti che l’autore ha prodotto sui vari argomenti artistici riferiti ai luoghi inseriti nel suo itinerario, scelti da nord a sud dell’Italia (più a nord che a sud, a dire il vero!). Interventi sempre eccellenti per analisi e sintesi di un “occhio” quale quello che solo Vittorio Sgarbi possiede, quando si trova a dover affrontare visioni d’arte trasformando quelle stesse visioni in “parole figurate”. Ma presentate, ahimè, in un grande squilibrio tra le varie parti, che fa rivelare in maniera evidente la dannata fretta nel mettere su il libro e lanciarlo nelle mani del lettore per le feste. Qualche maligno potrebbe addirittura pensare che sia stata la sorella Elisabetta, direttrice della Edizioni Bompiani a proporlo per fini di mercato. Di sicuro non è così. Sono alcuni segni che fanno pensare ad una fretta nell’allestimento superficiale dei contenuti che restano comunque di grande pregio.

Delle 341 pagine (con 76 illustrazioni), circa 150 sono dedicate al nord, inclusa la Padania. Poco più di 50 al sud ed alle isole. In appendice ci sono poi circa cento pagine di fitte schede chiamate “Estasi liguri”, tutte splendidamente scritte, dedicate a capolavori che solo un critico come Vittorio Sgarbi sa presentare. Non si capisce bene come vadano lette e collocate nella economia del libro. Al Sud vero e proprio, ed alla mia “vituperata” Sarno in particolare, ecco lo scarno paragrafo che il nostro autore dedica: “Una zona sublime di natura incontaminata e anche dimenticata è la fertilissima pianura del Sarno, purtroppo devastata dall’alluvione. A Sarno, in Piazza Giovanni Amendola, si alza la maestosa facciata del palazzo Municipale nello stile del Vanvitelli. Dal Municipio per via Mazzini si arriva a Piazza Michelangelo Capua, chiusa dalla Chiesa dell’Immacolata, tardo-barocca. Risalendo dal Municipio, si arriva al Castello, del quale restano grandiose e potenti rovine.” Il paragrafo si conclude con un accapo (siamo a pag. 205 del volume) e lo scrittore sfuma il suo dire iniziando un nuovo paragrafo con queste considerazioni: “E’ proprio al Sud, dunque, che il contrasto si fa più stridente tra le poche mete conosciute, le zone abbandonate e non battute neanche dagli stranieri. Si potrebbe pensare ad un ufficio di coordinamento del Ministero dei beni e delle Attività Culturali, che, in concerto con le Regioni, animasse con mostre, guide, restauri, itinerari questi luoghi ormai dimenticati ed abbandonati: oltre ai luoghi conosciuti, facesse vivere anche città, paesi e siti archeologici ai margini da ogni percorso com’è accaduto per esempio ad Atripalda. Ma non esiste turismo ad Aversa, a Nola, a lauro, a Carpitello, dove pur imponenti testimonianze storiche suggerirebbero di arrivare. Molto rimane avvolto nel mistero o coperto da una barriera di cemento e plastiche, neon, dietro i quali o oltre i quali ancora sopravvive un’impronta del tempo perduto. Dobbiamo riuscire ad abbattere questo muro, a cencellare le testimonianze dell’orrore, ridare anima alle rovine. Così comincia una nuova archeologia”.

Quante altre cose avrebbe potuto/dovuto scrivere il critico Vittorio Sgarbi su questa “vituperata” città di Sarno? Molte o tante non sarebbero mai bastate a far capire il dramma di una città che sta scadendo sempre di più nei suoi valori storici, morali e culturali. Mi ha colpito, anzi a dire il vero, “ferito” quell’aggettivo che Vittorio Sgarbi ha usato all’inizio del suo paragrafo: “sublime”, riferito alla zona dove la città di Sarno si stende, nella sua natura incontaminata e dimenticata. L’autore ha fretta di passare oltre nella sua scrittura e di liquidare argomenti che meriterebbero di essere approfonditi, sviscerati, denunciati. Essi si nascondono nella parola fatale “alluvione” quella tragica ed indimenticata del 5 maggio 1998, addirittura assurta a modello ambientale negativo. Un modello negativo che a distanza di oltre dieci anni, da queste parti tutte le varie istituzioni, organismi ed autorità continuano a palleggiarsi in attesa di nuove, possibili catastrofi naturali. Non è un caso che proprio in questi giorni lo stesso critico ed autore abbia addirittura denunciato, in una realtà del nord, quale quella della città di Bergamo, il modello negativo di Sarno per quanto riguarda l’attenzione al territorio. Avrebbe dovuto vedere le condizioni in cui versano i terreni sempre più a rischio alle pendici dei monti del circondario dove sono ancora visibili le oltre quaranta ferite inferte alla montagna dalle frane del 5 maggio 1998. Avrebbe potuto visionare come nei canali in cui dovrebbero defluire le acque da quei ciclopici invasi di cemento costruiti alle falde del Monte Saro, dopo i tragici eventi di quei giorni, vedere come crescono sempre più alberi e vegetazione di ogni tipo, depositi di monnezza e di degrado senza dignità e senza controllo di chicchessia. Avrebbe dovuto vedere con il suo “occhio” ereditato da Roberto Longhi lo studioso al quale egli dedica il suo libro, per rendersi conto di come tutti, autorità, cittadini ed istituzioni, stanno distruggendo quei reperti archeologici di Foce con il Teatro Ellenistico ormai solo un ricordo che risalgono ad oltre duemila anni fa. Avrebbe potuto anche osservare, sempre col suo infallibile occhio, la scomparsa di un fiume che dà il nome alla città ed alla sua valle, il Sarno, che ormai da diversi anni detiene e si onora della qualifica di “fiume più inquinato d’Europa”. Di lui vanno orgogliosi e fieri i cittadini di Sarno e di tutte la città e paesi che si affacciano sulle sue rive. Di questo avrei voluto che Vittorio Sgarbi avesse scritto. Una occasione perduta, immolata sull’altare di un libro confezionato ad arte e solo in occasione del Natale, per fare mercato.

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