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Chi sono gli Italiani

Chi sono gli Italiani? Un popolo, una nazione, una razza? Certamente uno Stato, almeno da 150 anni. Uniti comunque. Malgrado tutto: due guerre mondiali, una dittatura, una guerra civile e alcuni tentativi di dividerci.

Che cos’è che fa l’ identità di una nazione capace di amarsi e di detestarsi con la stessa forza? Il nostro Paese è davvero un “Paese dove sono accampati gli Italiani?”, come ci definì Ennio Flaiano in un suo implacabile aforisma? Oppure, ancora peggio: “La nazionalità italiana non è una nazionalità ma una professione”?. Non si contano i libri, i trattati e gli studi sulla identità italiana alla quale anche questo modesto bibliomane appartiene. Un diffuso mensile in occasione delle celebrazioni in corso dei 150 anni dell’Unità d’Italia ha approntato un dossier sulla nostra identità di popolo, nazione e stato, parlando di nuovo Risorgimento. Lingua, cultura, lavoro, salute, partiti, scuola, sport, la vita di ogni giorno. Una storia comune a cavallo non di 150 anni ma di ben due millenni. Un periodo di tempo che sembrerebbe sufficiente a cementare il senso di unità e di identità di un popolo che diventa nazione, in una collettività capace se non di amarsi, ma almeno di non detestarsi. Tutto ciò sarebbe senz’altro possibile se gli anni trascorsi uniti fossero duemila. Invece, sono stati soltanto 150 e perciò sembrano ancora pochi per chiamarsi uno Stato Nazione. Quali sono, allora, le ragioni di divisioni e che cosa ci tiene ancora uniti?

Gli Italiani non sono allora una razza, ma una somma che diventa mescolanza di diversi popoli e diverse identità. Questi “popoli” tendono a pensare a se stessi, sopratutto come romani, napoletani, siciliani, fiorentini, milanesi, torinesi, calabresi e via dicendo. In effetti il legame che intercorre tra città come Torino e Bari, oppure Napoli e Trieste è davvero molto esile. Le nostre venti Regioni sono molto diverse tra di loro e il regionalismo sembra essere l’unico collante che li tiene uniti ad una capitale, Roma, che ha solo 150 anni di vita. Alle spalle di questa situazione, nel 1859, c’erano altre realtà spaziali, sette Stati diversi, sull’attuale territorio. Per la precisione: Regno di Sardegna, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Lombardo Veneto, Granducato di Toscana, Stato Pontificio, Regno delle due Sicilie. Nel 1870, prima della presa di Porta Pia, c’era lo Stato Pontificio e Il Regno d’Italia.

La realtà di oggi poggia su 20 Regioni. L’Unità fu il risultato di una paziente opera di tessitura geopolitica e gli artefici dell’unità ne furono ben consapevoli. La frase: “Abbiamo fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani”, spesso attribuita al Conte di Cavour, appartiene invece a Massimo D’Azeglio. E’ ancora attuale ed emerge in molte situazioni difficili in cui sono forti i contlitti e le tensioni sia sociali che politiche. Molto spesso gli Italiani fanno notevoli sforzi verso l’unità, com’è il caso, ad esempio, di occasioni popolari fortemente sentite ma che sono riportabili ad attività effimere quali ad esempio le partite di aclcio o le competizioni sportive. Ma anche musical e occasioni canore, come il festival di San Remo, non mancano. Questo patriottismo distorto emerge anche quando sono all’estero di fronte ad una tavola imbandita di piatti conditi di vino e di gelati. La passione e l’ardore nazionalistici diventano un affare di stato, con occasioni di conflitto non solo individuale ma anche di mercato e di produttività.

C’è da dire, comunque, che il fatto positivo di questi atteggiamenti di presunto nazionalismo evidenzia la nostra mancanza di belligeranza conflittuale con gli altri. Non a caso l’Italia è il Paese meno guerrafondaio del globo, anche se è uno dei paesi che vende e produce le migliori armi al mondo. La nostra Costituzione aborre di fatto la guerra. Non a caso abbiamo un Ministero della Difesa invece che della guerra. Contraddizioni che lasciano pensare e mettono in evidenza l’aspetto sottilmente ipocrita della nostra visione del vivere. Se è ipocrita un atteggiamento esistenziale di questo genere, l’altra faccia della medaglia evidenzia il fatto che gli Italiani sono maestri nell’arte che va sotto il nome del compromesso, vale a dire la volontà di non estremizzare le situazioni. Tutto può essere risolto in maniera pacifica, ma anche (l’altro risvolto della medaglia!) con una possibile corruzione di una o delle due parti.

Un altro aspetto della “italianità” negativa è quella che va sotto il nome di “campanilismo” nel grande mosaico della debole identità italiana. Il campanile è una metafora che ricorda le “radici” di una persona, come di una comunità. Sentimento quanto mai importante. Significativo che queste radici si diffondessero equamente su tutto il territorio nazionale. Il che non accade, purtroppo, come abbiamo modo di verificare in diverse occasioni. Per dirne una decisiva: quando assistiamo alla stesura del bilancio dello stato e il povero Ministro dell’Economia cerca di distribuire equamente le finanze del Paese. Si scatena una vera e propria bagarre politica che non risparmia nessuno dei nostri rappresentanti parlamentari di tutti i partiti, siano essi di governo o di opposizione. L’interesse locale prevale su quello nazionale. Tutto viene pesato in termini di voti, di interessi locali, di corruttele e compromessi variamente colorati. Paesi contro province, province contro regioni, regioni contro lo stato centrale, contro Roma ladrona centralizzata e sprecona.

Qui si conclude questo mio primo intervento sulla identità italiana che questa Guida ha approntato in occasione dei primi 150 anni dell’Unità Italiana. Man mano mi occuperò del carattere, delle abitudini, della famiglia, della lingua, della cultura, della politica e di quant’altro può concorrere a definire l’identità di uno Stato, quale quello italiano in occasione dei suoi 150 anni di vita. Festeggiamenti che si spera possano condurre a creare davvero quella realtà possibile che va sotto il nome di Stato Nazione.

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