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Il cervello: istruzioni per l'uso

La lettura di questo libro mi ha portato indietro negli anni. A quando, ancora giovane, mi chiedevo cosa fosse veramente il cervello e come funzionasse. Me lo chiedevo a ragion veduta: per mantenermi all’estero a studiare la lingua inglese ero finito, come infermiere, in un ospedale mentale in Inghilterra, a nord di Londra.

Alvano era il mio alter-ego in quei giorni. Ero alla ricerca di regole che indicassero con precisione come funziona il cervello umano. Esattamente quelle stesse regole che l’autore di questo libro crede di avere isolato per comprendere come questo complesso meccanismo chiamato cervello opera. Anche io, insieme ad altri giovani studenti provenienti da tutta Europa, cercavamo di capire lavorando direttamente sull’obbiettivo: migliaia di pazienti affidati alle nostre cure. Medici, infermieri professionali, impiegati, studenti e semplici lavoratori inseriti in una realtà operativa che, vista a distanza di tanto tempo, sembra quasi il contesto di un romanzo allucinante. Un posto questo di cui sto parlando, diventato “derelict place”, quindi dichiarato “scomparso”, come se non fosse mai esistito. Il brano che segue è un estratto da un libro che la questa Guida ha pubblicato qualche anno fa.

“Già la domanda ha in sé la risposta. Voglio dire: se chiedo il perché di qualcosa è proprio perché ho bisogno di una risposta che non posseggo. Se alla domanda del perché della mia vita non riesco a trovare una risposta, mi sarà ancora più impossibile dare una risposta al perché di una vita fisica e mentale anormale, cioè diversa, deviata dalla norma, dalle abitudini, dalla realtà scientifica, da quella morale, politica, religiosa, sociale. Mi sto chiedendo, e lo chiedo a te, lettore, perché esiste questa deviazione dalla norma che è la malattia fisica e mentale. Oddio, il termine ‘malattia’ è ragionevolmente improprio ma aiuta, almeno, a dare un metodo al nostro ragionamento. Alvano era finito in un manicomio del tipo di quelli che, al tempo, nella letteratura medica veniva classificato come “mental deficiency hospital”.

Qui è bene andare direttamente al cuore del problema che ruota intorno alla domanda: perché? Perché la maggior parte di questi pazienti hanno un cervello imperfettamente sviluppato sin dalla nascita? Solamente pochi di essi hanno un cervello normale che viene poi in seguito danneggiato per varie ragioni. Tutti, comunque, sono destinati a rimanere in questa condizione per tutta la vita. Non potranno mai migliorare, sono destinati anzi a peggiorare. Secondo statistiche recenti, su cento bambini, cinque presentano queste deficienze. C’è tutta una gamma di variabili sia per quanto riguarda la classificazione dei tipi di patologie che i sistemi d’accertamento del livello mentale, come ad esempio l’intelligenza, il temperamento, la salute fisica, l’ambiente, il lavoro, la scuola e molti altri. Le cause di queste condizioni possono essere diverse: fattori ereditari trasmessi attraverso le cellule sessuali dei genitori; influenze negative esterne traumatiche come ferite o malattie contratte dopo il concepimento; oppure una combinazione di entrambi. Quello che si intendeva, allora, in psichiatria col termine di “deficienza mentale” lo si intende ancora oggi anche se i termini sono mutati. Chiamatela come volete, questa esistenza da deficienti, cretini, imbecilli, idioti, ritardati, subnormali resta ancora senza una ragione, senza una risposta alla domanda iniziale.

Alvano se la pose dopo il primo giorno di lavoro in quel posto. Aveva ricevuto il battesimo di lavoro, per così dire, nel reparto più infame di tutto l’ospedale: “Ward M6”. Avrebbe imparato col tempo che essere di servizio lì era come essere puniti. Ci entravi fresco di voglia di lavorare, dopo una colazione all’inglese nella sala da pranzo dello “staff block”. Ne uscivi che puzzavi di escrementi dalla testa ai piedi. Sessanta pazienti, sessanta incontinenti, sessanta bagni. Sessanta barbe da fare, un solo rasoio elettrico, tante gillette. Sessanta terapie, sessanta diete. Un infermiere di servizio anziano, responsabile del reparto. Uno staff nurse diplomato, uno studente infermiere, due assistenti ordinari. Due pazienti lavoratori aiutanti. Ogni reparto aveva più o meno questo tipo di struttura e di gestione. La cucina era centralizzata anche se era possibile usare strutture del reparto. Visite mediche in reparto o in infermeria. Visite ispettive sia di mattino che di pomeriggio. I pasti arrivavano dalle cucine centrali. Le prescrizioni mediche, le terapie occupazionali e quelle ambulatoriali venivano effettuate due volte al giorno.

Ogni reparto era dotato di un salone, di un dormitorio, di TV e di servizi di lavanderia locale o centrale. Telefono interno ed esterno via centralino. Tre erano i turni di lavoro: 07.00-13.30; 13.30-20.00; 20.00-07.00. Un giorno libero, un giorno lungo di servizio a settimana. Ogni sei settimane, un fine settimana libero, un fine settimana di servizio. Ogni sei settimane si cambiava turno di mattina o di pomeriggio. C’era chi preferiva lavorare di notte e guadagnava di più. Quattro notti di servizio a settimana. Tre, se durante il weekend. Due o tre giorni liberi. Quattro settimane di vacanze pagate l’anno. Turni di straordinario possibili e ben pagati. I reparti erano circa una trentina. Maschi e femmine alloggiati in villette separate, cottages, e aree distinte. Una comunità autonoma e indipendente dalla città che distava circa dieci minuti in autobus pubblico. Un esempio di gestione sanitaria avanzata che non dava, comunque, una risposta alla domanda che Alvano si era posto quel primo giorno di lavoro. Quella notte non era riuscito a dormire nonostante la doccia ed un bagno. Aveva nelle narici quel puzzo che lo avrebbe accompagnato per molto tempo. Perché quegli esseri umani non avevano avuto un cervello normale? Perché erano stati condannati a restare fuori della sfera di comprensione della condizione umana? Ma siamo proprio sicuri che avrebbero poi avuto la possibilità di capire quello che noi non abbiamo ancora capito? Siamo proprio sicuri che Peter, quando prendeva in mano il carbone coke dal camino acceso e tentava di mangiarselo, eludendo la vigilanza dell’infermiere, non sapeva quello che faceva? Lui non aveva alcuna percezione del dolore. Lui si divertiva, ci giocava col fuoco, è il caso di dire. La pelle si bruciava e si staccava, d’accordo, ma lui rideva, e noi poveri infermieri finivamo davanti al superintendente per omesso servizio ed assistenza. E poi dovevi spiegare ai genitori, durante la visita del weekend come era successo, perché Peter non era stato sotto controllo, quali le terapie in atto, perché il lucchetto della grata del camino non era chiuso, perché non erano stati avvisati prima, perché lo avevano fasciato in quel modo… tanti perché ai quali bisognava trovare una risposta che fosse plausibile, chiara, responsabile.

Ma il perché originario restava inevaso. Nessuno provava a darti una risposta. Nemmeno quello scienziato del dottor Shapiro sapeva dartela. Eppure lui aveva la parola facile. Il cervello umano lo conosceva come le sue tasche, come le buche del vicino campo di golf nel quale andava a giocare spesso coi noi studenti infermieri. Prima di battere il colpo con la mazza contro la pallina verso la buca successiva, a volte si fermava col braccio a mezz’aria e diceva: “Vedete, giovanotti. Il cervello è fatto di tante buche che devono essere riempite, ogni momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Chi le riempie in un modo, chi in un altro. Non puoi sfuggire. Se poi improvvisamente ti accorgi che non ce ne sono più di buche, allora vuol dire che la partita è finita”. Una volta, qualcuno tra di noi che seguivamo le sue lezioni, gli chiese:“Ma perché dobbiamo giocare?”. -“Non hai scelta, amico mio. O continui a giocare oppure ti tolgono la mazza oltre che le palline!”. E rideva, rideva, rideva. Per rispetto e per timore, ridevamo anche noi, ma non avevamo capito il senso. Ancora oggi Alvano continua a chiedersi il significato di quella battuta. Lui, Shapiro, ormai la partita l’ha finita da tempo. Qualcuno gli ha tolto sia la mazza che le palline e lo ha visto vagare per i campi di golf del cielo sempre verdi, alla ricerca delle buche…”

Fin qui l’esperienza del cervello di Alvano e del sottoscritto. A distanza di quasi mezzo secolo questo interessante libro dello scienziato John Medina cerca di spiegare in chiave moderna i misteri del nostro cervello. Non so quanto potrà essere utile a chi intende sapere qualcosa di più e sopratutto vuole fare del cervello stesso un buon e se possibile migliore uso. Fatica vana, a mio modesto parere. Il cervello dell’uomo resta un misterioso segreto inspiegabile e il buon dottore Shapiro lo sapeva bene…

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