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La poesia intraducibile

Vi è mai capitato di leggere una poesia che non può essere tradotta in un'altra lingua? Se l'avete vista tradotta, avete avuto la prova che la poesia, la vera poesia, non può essere mai tradotta.

Deve essere letta, capita, vissuta nella stessa lingua del poeta che l’ha scritta. Come si fa a tradurre “L’Infinito” di Leopardi, oppure M’illumino d’immenso” di Ungaretti? Vi propongo l’operazione inversa. Cercate di tradurre la poesia che segue dall’inglese. E’ di Robert Browning, poeta dell’ottocento inglese:

The year’s at the spring,
And day’s at the morn;
Morning’s at seven;
The hillside’s dew-pearl’d;
The lark’s on the wing;
The snail’s on the thorn;
God’s in His heaven-
All’s right with the world.

Robert Browning

“L’anno è nella sua primavera, il mattino al suo sorgere, sette ore del giorno, la collina ricoperta di perle di rugiada, l’allodola al suo volo, la lumaca sul biancospino, Dio in cielo, ogni cosa al suo posto nel mondo.”

Dov’è quel suono sibilante e sonoro della “esse” che appartiene all’anno, ai giorni, al mattino, alla collina, all’allodola, alla lumaca, a Dio e al mondo? Il suono del silenzio e del mistero della vita che solo un poeta come Browning poteva cogliere e riprodurre in versi, in forma poetica. Tutto scompare nella traduzione. Si annulla. Tutto sembra banale e scontato. Non si può quindi tradurre la vera poesia.

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