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Quante Italie?

La percezione dell’età dell’Italia come Stato e come Nazione la si può avere soltanto in relazione al tempo trascorso durante il quale le varie generazioni si sono susseguite nel corso di questi 150 anni che ci accingiamo a festeggiare.

Sono le donne e gli uomini con il loro avvicendarsi sulla scena di un paese a determinare i fatti ed i sentimenti che formano un popolo. Ma sono anche gli avvenimenti che li colpiscono a far nascere idee e sorgere comportamenti. Un evento di questo tipo fu la Rivoluzione Francese alla quale il conte Vittorio Alfieri, scrittore e poeta, vero e proprio antesignano di “Arcitaliano”, dedicò un’opera, il Misogallo, con un titolo derivato dal latino e dal greco, che significa “colui che ha in odio i francesi”. Un’opera satirica composta di generi diversi, riferita agli eventi avvenuti oltre le Alpi nel luglio del 1789. Con una critica feroce, spietata ed incalzante l’Alfieri corregge i suoi iniziali entusiasmi per le vicende francesi, viste come un tradimento nei confronti della Libertà, con gli eccessi del Terrore. Per l’occasione Vittorio Alfieri scrive questa opera tra il 1793 e il 1799. Essa contiene sessantatre epigrammi, cinque prose, quarantasei sonetti e un’ode. Il lavoro, come s’è detto, oltre che una violenta espressione di odio contro la Francia del sanguinoso Terrore è anche un’implacabile denunzia di tutti i difetti ed i vizi di quel popolo cugino.

Per l’occasione il Poeta parla di “tre Italie”, una espressione che ancora oggi emerge nei dibattiti di natura non solo politica e culturale, ma anche economica, sociale ed istituzionale. Quali sono queste tre realtà alle quali egli fa riferimento? Vediamole nei dettagli: all’Italia passata, augusta e venerabilissima; alla presente, inerme, divisa, avvilita; alla futura, virtuosa, magnanima, libera ed una. Egli dice che gli odi di una nazione per l’altra, provenendo da danni vicendevoli, non sono nè ingiusti nè vili. E’ innegabile che l’Italia debba odiare la Francia che l’ha gravemente danneggiata giacchè i Francesi, contro il diritto delle genti, ridotti dai loro governanti, inetti o tirannici, a cercare di vivere oltre le loro terre, armati, si riversano sopra popoli vicini, insanguinandoli. Perciò l’Italia ha il dovere e il diritto di odiare la Francia ed anche di disprezzarla. L’Italia, egli afferma, deve assumere una “faccia nazionale” e d’ora in poi la parola “Misogallo” deve significare “libero italiano”. Verrà il tempo, egli aggiunge, che la Francia sarà “minorata di mezzi e di numero” e che l’Italia, libera da ogni viltà di costumi e divisioni, odierà, disprezzerà i suoi nemici non temendoli ma ridendo.

Lo stemma della nuova Repubblica Francese è una “donna sfacciata e minacciosa”, che tiene in mano una picca, su cui è conficcato una specie di berretto rosso. Questo è il berretto dei galeotti, e la picca a forma di remo, rappresenta la ciurma dei ribelli sanguinari. Non porta motto, ma l’ha scritto in fronte: “Uccido e tremo”. Il poeta si dichiara felice perchè il destino gli ha fatto quattro doni: non nascere plebeo nè francese, ma nascere di stirpe latina e poeta: massimo dono, quest’ultimo, che lo pone in alto. Se fosse nato plebeo o francese o servo, non avrebbe scritto nulla di nobile nè in prosa nè in versi. L’uomo che si stima minor di un altro, spesso soggiace a se stesso e si fa vincere dalla viltà. Ma chi esagera nello stimare se stesso e disprezza tutti gli altri, finisce col soggiacere a tutti. Tali gli Italiani, che non si stimano affatto, e i Francesi che si stimano in tutto. Ma il fuoco divino può ridestarsi in quelle menti che prima furono infiammate e non in quelle che conoscono solo l’impudenza. Verrà il giorno in cui gli Italiani scenderanno a combattere audacemente, con armi proprie, contro i Francesi. saranno loro di sprone il loro antico valore e i suoi carmi. Memori di quello che furono, arderanno di fiamma irresistibile. Incitati dai suoi versi saranno guai per i Francesi. Saranno grati al Poeta che sebbene nato in un’epoca di servaggio, seppe profetizzare e creare la sublime epoca che verrà.

Al di là della foga retorica del tempo, sono poeti e scrittori come Vittorio Alfieri ed opere dimenticate come il “Misogallo” che hanno concorso a fare l’Italia unita e moderna. Ci sarebbero voluti ancora diversi decenni per fare l’Italia uno Stato libero ed indipendente come lo conosciamo e ci viviamo oggi. Possiamo affermare con sincerità che ancora molti dei sentimenti espressi dal fiero Alfieri sugli Italiani siano ancora di là da venire. Resta forse ancora da fare la quella coscienza identitaria, quell’ “ethos italiano”, come qualcuno l’ha chiamato, che ancora manca al Bel Paese. Un amalgama ancor più difficile da conquistare in un’epoca in cui le identità sembrano essere inglobate, diluite in un ideale ma utopistico universalismo che ha il rischio di diventare un post-babelico e frammentario localismo sempre più conflittuale e contraddittorio. Proprio l’antitesi di quello che pensava il conte Vittorio Alfieri: “una Italia virtuosa, magnanima, libera e una”.

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