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Un romantico Risorgimento

La storia d’Italia nella prima metà 19° secolo fu una storia di lotte per l’unità e per l’indipendenza. Le intenzioni si manifestavano in due parole di uso comune: Romanticismo e Risorgimento. Il tutto si realizzò negli anni che vanno tra il 1861 e il 1871.

Ogni cosa ebbe inizio dopo il collasso dell’ egemonia napoleonica in Europa ai primi del secolo. L’Austria riprese il suo controllo sui vari stati della penisola. Ma il regime di Napoleone aveva gettato i semi per una nuova realtà che aveva nel pensiero dell’unità il suo nucleo centrale. L’idea della libertà aveva conquistato i cuori e le menti sia degli artisti che dei politici. Queste idee vennero espresse nel movimento romantico che prese forma, forza e consistenza letteraria e politica nei primi decenni, estendendosi fin verso la metà del secolo. Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi furono i più importanti esponenti di questo movimento con il loro rifiuto ad accettare l’adesione alle forme classiche, con l’affermazione di idee patriottiche, cristiane e umanitarie, in continua ricerca della verità. Caratteristiche queste che poi si affermeranno nelle varie forme di scrittura e di azione politica per oltre un secolo.

Fu Vittorio Alfieri per primo a collegarsi alle idee del movimento romantico con i suoi scritti. Classico nella forma e per temperamento, egli scrisse durante gli ultimi anni del vecchio regime. Fu uno dei primi a ritenere che la tradizione aveva un peso troppo oppressivo sulle arti, sulla mente e sui cuori degli Italiani. Le sue idee vennero abbracciate da Ugo Foscolo. Alcuni studiosi hanno messo in evidenza il suo pre-romanticismo per avere rigettato la trappola del neo-classicismo nella forma epistolaria della sua famosa opera che va sotto il nome di “Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis” pubblicata nel 1807. Sia in Alfieri che in Foscolo si possono trovare forme e contenuti in stile classico e romantico. Il tutto però caratterizzato da un tocco quanto mai personale. Il che costituiva di certo una grossa novità rispetto alla tradizione del passato.

La poesia di Foscolo anticipò quella che verrà chiamata la “sensibilità romantica” che s’era già diffusa in Europa ma che in Italia si affermò tardi e precisamente nel 1816 con la pubblicazione da parte di Mme de Stael del suo saggio “”De l’esprit des traductions” uscito nella rivista “Biblioteca Italiana”. Nel suo articolo la de Stael spingeva gli Italiani a liberarsi della loro soggezione al tradizionalismo che li portava a tradurre le opere letterarie proveneinti dai paesi stranieri, in particolare dal nord Europa, dai Francesi, Tedeschi e Inglesi. Ovviamente queste idee suscitarono grande scandalo qui da noi. Le sue idee vennero considerate come un oltraggio alla dignità nazionale. Ben presto, però, molti si resero conto che la scrittrice franco-svizzera aveva detto la verità. Tra le reazioni positive famosa è “La Lettera Semiseria di Crisostomo” del 1816 scritta da Giovanni Berchet. In questa finta epistola l’autore affermava che la vera poesia doveva essere rivolta al popolo, sia che questi fosse colto o no. In pratica la lettera aveva la forma di un moderno “manifesto”, un documento che, di fatto, segnò l’inizio del Romanticismo italiano.

Nel 1818 venne fondata la rivista letteraria “Il Conciliatore” che si fece portavoce degli scritti di scrittori quali l’abbate Ludovico di Breme e Ermete Visconti. Di Breme scese a difesa della De Stael consigliando i poeti e gli scrittori italiani a modernizzare i loro scritti. Il Visconti definì teoricamente i termini del Romanticismo nel suo scritto “Idee Elementari sulla Poesia Romantica” dell’anno 1818. Il governo austriaco, ovviamente, non vide di buon occhio la rivista e autoritariamente la chiuse. Alcuni suoi collaboratori come Silvio Pellico, autore di opere come “Francesca da Rimini” (1815) e poi “Le mie Prigioni” (1832) venne imprigionato, ma rimase sempre un convinto romantico indipendentista.

Altra grande figura di questo periodo fu senza dubbio Alessandro Manzoni il quale ebbe modo anche lui di entrare nel dibattito classico-romantico. Nella sua prefazione al “Conte di Carmagnola”, un’opera teatrale del 1820, egli denunciò le classiche unità di tempo, luogo e azione. Tre anni dopo, il romanziere Massimo D’Azeglio, in una lettera delineò i caratteri del Romanticismo e spinse l’opera del Manzoni in prima linea. Egli si fece sostenitore della modernità, innovazione, e rilevanza della forma poetica. Arrivò perfino ad affermare che la poesia romantica aveva il compito di andare alla ricerca della verità. La sua era, di fatto, una missione storica verso l’affermazione del progresso e l’unificazione dell’Italia. Manzoni fece sua questa idea nel romanzo “I Promessi Sposi” uscito nel 1821 con il titolo di “Fermo e Lucia”. In esso egli si opponeva agli ideali classici in letteratura, mettendo invece in luce le vite della gente comune. In questo caso, i cittadini di Milano sotto la dominazione spagnola nel 17° secolo. Un messaggio politico ai suoi contemporanei.

Con il suo romanzo Manzoni si assegnò il compito, mai affrontato prima da nessun scrittore italiano, di creare un’opera letterara che rappresentasse l’intera nazione italiana nella sua vera lingua. Quasi mezzo secolo prima, quindi, Manzoni riusciva a dare Unità ad un popolo che non era ancora unito, bensì formato da tanti e diversi stati, con i loro diversi dialetti, governanti, prìncipi e dominatori. Nella sua seconda versione dei “Promessi Sposi”, uscita nel 1827, corregge la forma linguistica della sua opera precedente perchè artificiale e formale e realizza un lavoro che, da un punto di vista linguistico, indipendentemente dal contenuto, può essere paragonato alla Divina Commedia di Dante. Gli ideali romantici del Manzoni vennero ad essere poi riaffermati da Giacomo Leopardi il quale in vita non ebbe modo di farsi conoscere dai suoi connazionali. Oggi è universalmente considerato uno dei più grandi poeti italiani di tutti i tempi. I suoi “Canti” (1831), spesso più tristi e malinconici di tanti poeti che lo avevano preceduto, insieme ai suoi pensieri racchiusi nel “Zibaldone”, pubblicati verso la fine del secolo, caratterizzano lo spirito e le idee romantiche della letteratura italiana preunitaria. A cavallo dell’Unità vanno segnalati poi scrittori romantici come Ippolito Nievo con le sue “Confessioni di un italiano” (1867) il quale continuò a scrivere sulla linea personale del Foscolo. Vincenzo Gioberti, con il suo trattato “Primato Morale e Civile degli italiani” (1843), sostenne con convinzione l’Unità d’Italia basata sulla forza storica di Roma e quella del potere militare del Piemonte. Proprio nei giorni della dichiarazione del Regno d’Italia (1861), Giuseppe Verdi scrisse la sua opera “La Forza del Destino”. In questa “forza” romantica si realizzò un’idea unitaria che oggi, a distanza di 150 anni, mai nessuno potrà infrangere o tanto meno riportare indietro nel tempo. Checchè ne dicano i moderni pseudo-scissionisti, indipendentisti o federalisti che siano. Indietro non si torna. La “Storia” e il “Destino” hanno chiuso la porta.

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