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Ora come allora?

Cosa rappresentano 150 anni nella storia di un popolo che diventa stato dopo secoli di diversità e separazioni? Potrà diventare questo stesso popolo una nazione finalmente moderna?

Questi sono gli interrogativi che quasi tutti si pongono in questi giorni man mano che si avvicina la data del 17 marzo allorquando il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà al Pantheon per rendere omaggio a Vittorio Emanuele che proprio il 17 marzo del 1861 proclamò il Regno d’Italia. “È stato il primo capo dello Stato italiano, spiega Giuliano Amato, presidente del comitato dei garanti per le celebrazioni dell’Unità, ed è per questo che Napolitano andrà quel giorno al Pantheon, non c’è nulla a che vedere con i suoi successori”. Già da questa dichiarazione credo si possa intuire come la coscienza del passato sia stata poco digerita e metabolizzata facendola diventare storia comune, comunque storia di un popolo che aspirava, allora come oggi, a diventare nazione. Ma tant’è, se rileggendo in maniera equilibrata e corretta la storia del Risorgimento, si scopre che c’è il rischio che “ora è come allora”. Questa lettura mette in evidenza molte affinità tra quello che fu il Risorgimento e ciò che è il presente sotto gli occhi di tutti noi.

“Molte cose di ieri ci ricordano l’oggi, e viceversa. L’antagonismo e le innegabili differenze, culturali prima ancora che sociali ed economiche, tra il Nord ed il Sud. Una predisposizione quasi antropologica degli Italiani, mai completamente superata, alla divisione, alle fazioni, al particolarismo; ma al contempo una fortissima tensione all’unificazione e all’orgoglio nazionale. Un alternante sentimento patriottico, ora effimero e traballante ora saldo e caparbiamante rivendicato. Lo storico scollamento tra l’elite intellettuale e la sociatà di massa. L’imprescindibile funzione politica di equilibrio svolta dai moderati e le aspirazioni liberali spesso ridotte a illusioni. Le necessarie rivendicazioni degli spiriti laici e gli inviolabili sentimenti degli animi cattolici. La presenza del Vaticano, ineliminata e ineminabile, ora sentita come ingerenza politica ora come garanzia morale. E sopratutto le difficoltà e le contraddizioni, a volte disastrose e paralizzanti ma sempre superate con grandi prove di carattere e creatività, di un popolo unico e straordinario il quale, ben più che da 150 anni, condivide storia, lingua, arte, cultura e civiltà. Quella del Risorgimento è stata una storia tragica, epica, eroica ma anche violenta, a volte grottesca o persino meschina. Una Storia di cui essere orgogliosi e a volte di cui vergognarsi. Ma è la storia che ha fatto l’Italia e gli Italiani, che ha fatto il Paese così com’è e noi come siamo. Il Risorgimento, segnando per l’Italia sia la realizzazione di uno Stato nazionale unitario sia la formazione di una coscienza nazionale “politica” e non più soltanto culturale, ha consegnato - a tutti noi - un senso di appartenenza, ma sopratutto un destino comune. Che negli ultimi 150 anni ha significato uno spirito di coesione e di solidarietà indispensabile per affrontare i problemi e le sfide. Ieri come oggi.”

Questa lunga citazione l’ho tratta di peso dalla presentazione che Alessandro Sallusti ha fatto allla pubblicazione a fascicoli intitolata “Italia Unita: il Risorgimento e le sue storie” in edicola in questi giorni in abbinamento al quotidiano che lo stesso Sallusti dirige. L’esigenza di dare un “carattere” a quella che dovrebbe essere l’identità di un popolo quando diventa nazione ha spinto la redazione dell’opera a proporre, a mò di introduzione, una citazione di Massimo d’Azeglio, tratta da “I miei ricordi”. Questa decisione la dice lunga sulla importanza di questa parola nella radiografia di una popolazione. Essa dice: “… e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino gli Italiani che sappiano adempiere al loro dovere: quindi che si formino alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto”.

Ma guarda! Siamo ad appena due anni dopo la proclamazione dell’unità allorquando il D’Azeglio cominciò la stesura dei “Ricordi” e già questo “carattere” degli Italiani era latitante come ancora oggi. D’Azeglio aveva allora 65 anni e, oltre che afflitto da una serie di lutti familiari, era profondamente deluso per l’andamento della vita civile nell’Italia appena unificata. Lui, gentiluomo piemontese che aveva accompagnato da posizioni monarchiche e moderate tutto il processo risorgimentale, dopo la morte di Cavour era stato di fatto emarginato dalla vita politica nazionale. La decisione di scrivere le memorie nasce da una condizione spirituale di distaccata amarezza. E tuttavia l’intento civile che aveva animato la sua azione continua ad alimentare anche l’attività del memorialista. Ne risulta il ritratto di un uomo combattuto tra il vecchio e il nuovo, che mira anzitutto a trasmettere alle nuove generazioni un messaggio di severità e coerenza morali che poi determinano, appunto, il carattere. A distanza di un secolo e mezzo “il polo opposto” sembra ancora segnare la direzione che il popolo italiano persegue. Non a caso questa nostra epoca sembra essere l’epoca non solo dei “poli contrapposti”, ma anche di “posizioni multipolari”. Segni quanto mai evidenti di mancanza di severità e di coerenza, soltanto con le quali un carattere vero può essere costruito.

Dando uno sguardo al piano dell’opera, già edita dalla Giunti in forma di volume, si vede che le premesse dell’Unità italiana hanno radici profonde nel secolo 18° quando vennero gettate le basi per un mondo nuovo che sembra nascere dalla rivoluzione francese e che si periodizza tra il 1796 e il 1815. Ad esso fanno seguito il crepuscolo napoleonico tra il 1815 ed il 1821 e il trionfo della Restaurazione tra il 1820-1831. Seguono poi i tre famosi anni in cui il pensiero cercò di trasformarsi in azione e che vide l’iniziazione politica di Giuseppe Mazzini, la nascita della Giovine Italia e il sorgere del partito dei moderati che si dovettero confrontare con la rivoluzione. Negli anni che seguirono tra il 1834 ed il 1847 i moderati riuscirono a far nascere il loro spazio, mentre i cattolici si mossero con il “Primato” di Gioberti e la grande illusione di un papa liberale. Negli anni tra 1848 e 1849 ci fu una vera e propria “primavera dei popoli” che aprì nuovi orizzonti verso l’idea federalista di Mazzini, la delusione dell’intellettuale Carlo Cattaneo, i primi passi dello stato liberale piemontese. Il Conte di Cavour al governo divenne il nuovo vangelo del liberalismo. Tra gli anni 1855 e 1861 si giocò poi il prezzo dell’Unità e subito dopo cominciò l’autunno del Risorgimento.

La vicenda dell’ Italia Unita è sopratutto la storia di una vicenda politica che purtroppo ha poco di unità sociale e culturale. Il risultato del Risorgimento sarà il farsi dell’Italia come Stato ma il suo successivo autunno segna anche il destino degli Italiani come popolo ancora tutto “work in progress”. La narrazione di questa “storia all’italiana” scorre lungo un duplice filo di eventi e problemi, imprevisti e prevedibili i primi, antichi ed irrisolti i secondi. L’itinerario storico-politico che l’Italia compie per giungere all’unificazione non sembra affatto concluso. Le questioni che dovrà affrontare nel lungo cammino sono sempre molte e sotto gli occhi di tutti. Il nostro primo Risorgimento è stato un’impresa collettiva che ha visto gli italiani combattere per l’indipendenza della nazione e per liberarsi da secoli di servitù a potenze straniere: un’indipendenza conquistata in nome della libertà. Ma questa storia non è da intendersi come un monolitico percorso dall’esito scontato e sopratutto concluso. Restano sospese una pluralità di storie che determinano un processo di unificazione mancato nelle menti piuttosto che nei cuori. Esse segnano tuttora il persistere di differenze e di squilibri che la classe politica non sa e non vuole risolvere. E di tutto ciò ne paghiamo ancora le conseguenze.

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