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Vincenzo Cerami e la biblioteca

Partendo dall'antichità..

Le parole di Cicerone, scelte o incollate secondo una sapienza retorica lungamente sperimentata, dettate dall’insaziabile sete di verità che è sola dei martiri, avevano preso la forma letteraria dell’invettiva. Le Filippiche contro Antonio erano veri e propri colpi di gladio, tanto feroci quanto implacabili per la precisione del discorso. Il sanguinario triumviro, inchiodato dalla verità inconfutabile e schiacciante della logica, irretito da una sintassi e da un periodare che non davano possibilità di replica verbale, non potrà fare altro che imporre all’avversario il silenzio. Dette ordine ai suoi sicari di tagliare via dal corpo di Cicerone la testa (che aveva intessuto la dura condanna) e le mani (che avevano minuziosamente dato forma indelebile al pensiero). Non solo, Fulvia, la donna di Antonio, sfregiò il cadavere dello scrittore con un ultimo oltraggio: gli traforò con uno spillo la lingua, colpevole di un’oratoria dallo stile limpido e stringente, alla quale nessun’altra retorica poteva opporre congrue e credibili argomentazioni. Le parole prendono succo vitale da altre parole, e insieme, assumendo l’aspetto di “discorso” ordinato e conseguente, dipingono un sudario infinito, fatto di testi scritti, di libri, di apologie e di invettive, di descrizioni e di narrazioni, di manuali e di resoconti. Dietro a tante parole ben messe in fila, impreziosite da orafi sopraffini d’ogni lingua, c’è ordine mutevole, discontinuità, quando non proprio caos. Dietro alla grande menzogna delle parole si svolge, in poche parole, la confusa, balbettante storia degli uomini. Marco Tullio Cicerone morì tragicamente perché il segmento di verità che aveva tratto dal ginepraio delle vicende romane del primo secolo avanti Cristo (secondo il quale il magister militum Marco Antonio doveva essere considerato il nemico pubblico di Roma), non coincideva con il disegno politico del potente triumviro. Cicerone sparì dalla Terra insieme con le sue invettive. E la storia andò avanti per suo conto. Chi venne dopo, con il “senno di poi” non si domandò come sarebbero andate le cose se Cicerone avesse convinto i suoi contemporanei a diffidare di Antonio. Gli studiosi di storia giudicano solo i fatti accaduti e non le occasioni mancate. Le biblioteche di tutto il mondo conservano il lungo racconto delle cose successe e delle cose sperate. Dall’invenzione dell’alfabeto a oggi. Dentro i chilometri di scaffalature, amorosamente custodite dagli addetti alla memoria umana del pianeta (stoiche creature immerse nella vanità) il nostro passato corre nei silenzi siderali di una stella morta qualche millennio fa. In quel bagliore Cicerone, a testa alta, cade in ginocchio davanti ai suoi assassini e Antonio, qualche anno dopo, ad Alessandria, decide di togliersi la vita. Tra le due morti passa appena un lampo. Tutti gli uomini insieme sono come un solo uomo: la sia vita diurna è ius, le sue rimozioni, le sue notti sono fas, le biblioteche sono i ricordi. Ovvero, ciò che succede è storia, ciò che non succede è sogno, il resto è memoria. Nei libri c’è scritto che abbiamo vissuto e che abbiamo sognato. Che siamo sempre noi, anche dopo millenni: vittime e sicari, una volta con la storia, un’altra contro. Delle centosei orazioni di Cicerone ce ne sono pervenute soltanto cinquantotto. Quarantotto non rispondono al nostro appello di posteri curiosi del passato. Ci manca quasi metà della sapienza di questo grande filosofo, scrittore e uomo politico romano. Il tempo (e le intemperie), quando ci sfugge di mano, riduce ogni cosa in polvere. Ci rigetterebbe nella preistoria senza passato se non custodissimo, nel sacro tempio di una biblioteca, con devozione, i tesori della memoria.