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Giorgio Canova, il cinema e le biblioteche

Ci sono molte biblioteche, al cinema e nei film. Il guaio è che non sempre ci si va con o scopo di leggere.

A volte, anzi, ci si va per riposare (Colazione da Tiffany), altre volte per sedurre (Ti amerò fino ad ammazzarti), altre ancora per uccidere o per morire (Il nome della rosa). La più bella biblioteca che ho incontrato nelle mie ingorde frequentazioni schermiche non ha invece né libri né scaffali, né schedari né segnature. Ha però la cosa più importante: i lettori. È fatta solo di lettori. Sono i personaggi di Farenheit 451 di François Truffaut: quelli che deambulano in un bosco innevato, sussurrando le frasi e le parole dei libri che hanno imparato a memoria per sottrarli all’oblio a cui vorrebbe condannarli una società feroce, incolta e neo-autoritaria. Ecco, in tempi di neobarbarie catodica, mentre un disprezzo crescente circonda i libri e le parole, mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di progettare e costruire una biblioteca così: un luogo in cui incontrare non tanto libri, ma lettori. In cui sedersi attorno a un tavolo e stare ad ascoltare qualcuno che, in ogni momento, racconti con la sua voce le storie narrate dai libri. Mi pare davvero necessario, di questi tempi, sognare una biblioteca così: in cui il verbo si faccia carne. E in cui la parola torni a confondersi con la vita.