Fuksas: Sublimi tradimenti da Hitchcock a Pasolini

L’architetto racconta il suo nomadismo fra i libri e spiega il concetto di contaminazione estetica: attraversare l’arte al di là dei generi.

Le sue sono biblioteche da nomade. “La biblioteca dipende dalla vita di una persona: da quanti traslochi e dai libri lasciati nelle varie case. Ho cambiato indirizzo decine di volte”. Racconta con fare scherzoso Massimiliano Fuksas, nato a Roma 57 anni fa, laureato in architettura nel 1969. Una bella casa all’ultimo piano con terrazze sul Lungotevere, in una finestra compare San Pietro e i un’altra Castel Sant’Angelo. Autore di molte opere in Italia e all’estero. Tra i suoi progetti: il grattacielo della Regione a Torino (con un vuoto all’interno alto 110 metri) e, a Roma, il Palazzo dei Congressi noto come la nuvola oltre a un palazzo per l’agenzia spaziale italiana. E ancora tre edifici ad Amburgo e un pezzo di centro città a Eindhoven, in Olanda. È appena uscito un suo libro con Paolo Conti, Caos Sublime edito da Rizzoli. Fuksas ha quattro biblioteche importanti nelle case e negli studi di Roma e Parigi. “per me è impossibile concentrare i libri in un unico posto, poi mi mancherebbero in questa vita da girovago che mi accompagna da oltre vent’anni. È anche vero che non trovo mai quello che mi serve perché sta sempre da un’altra parte, però lo posso sempre sostituire con altri libri”. Le librerie sono composte da diversi interessi e periodi. Gli anni Sessanta portano con loro la passione per la saggistica politica che andava da Louis Althusser a Theodor Adorno, l’opera completa di Lenin e il mondo della riflessione con Lukacs. “C’era quasi l’orrore per la letteratura tanto amata, quella degli scrittori americani come J.D. Salinger. Poi con gli anni Settanta, è ritornato l’amore per la letteratura: grazie a Fernanda Pivano (che ci ha fatto conoscere autori della Beat generation come Ferlinghetti, Ginsberg e Kerouac) queste letture ci cambiano completamente la visione d’insieme. La Angry generation di Osborne mi riporta invece, al teatro”. A quindici anni Fuksas leggeva testi di teatro e quelli di Sartre in particolare. E ancora oggi la sua “sezione teatro” è ricca di autori e testi: Il diavolo e il buon Dio o I sequestrati di Altona sono incontri precedenti a Il muro e alla Nausea mentre successive sono Le parole. “A me piaceva Sartre perché sapeva cogliere nella profondità cambiamenti, il senso storico anche della politia che oggi si lega all’interesse per la saggistica”. Verso l’inizio degli anni Settanta, per un decennio, ricompaiono in casa libri di architettura, e sono tanti. E la collezione dei cataloghi è infinita. Aprendo un libro antico rilegato in cuoio, sul Brunelleschi, Fuksas commenta: “Prima leggevo la storia dell’architettura perché la insegnavo. C’erano autori come Bruno Zevi (ho tutti i suoi libri) che era talmente forte, pregnante, entusiasmante per quello che diceva e per come. Non amavo Galvano della Volpe e Manfredo Tafuri perché usavano una scrittura incomprensibile. A m interessano sempre gli elementi di transizione (per esempio) il passaggio dal manierismo al barocco, dal rinascimento al manierismo, personaggi che sono sempre stati di transizione e anche autori di cambiamenti come Bramante, Michelangelo. Brunelleschi è molto importante perché, anche lui, passa dal medievale all’umanesimo”. Gli elementi che sono “nodi di transizione” sono quelli che interessano in modo particolare Fuksas e nel Novecento Italiano due, gli architetti: Luigi Moretti e Giò Ponti di cui si comincia ora a rivedere il ruolo e l’importanza. “Ad un certo punto richiudo la disciplina e ricomincio a vedere tutto quello che è fuori tema”. Negli anni Ottanta arriva poi uno scrittore i cui libri sono sparsi nei vari punti della casa: Paul Auster con tutto quello che rappresenta. Ed anche Bruce Chatwin entra in tutte le biblioteche di Fuksas, allo stesso modo in cui l’interesse per il cinema entra nel vivo del suo lavoro. Dice Fuksas: “Sono rimasto colpito da un libro di Wim Wenders dove si racconta come è nato il film Il cielo sopra Berlino del 1987, e dove Wenders dice che dopo un film si sente completamente svuotato e ha bisogno di ricaricarsi. Così va al cinema e va a vedere tanti film ma si accorge che dal cinema non nasce cinema ed anch’io potrei dire che dall’architettura non nasce architettura. In quel libro, Wenders chiama il suo amico Peter Handke e da varie conversazioni nasce l’idea per la sceneggiatura del film: una visione del mondo fra quelli che vogliono rimanere angeli e quelli che invece vogliono vivere da esseri umani. Dunque uno scontro tra chi può scegliere di vivere in un modo (per esempio stare in una casa sempre la stessa con una libreria sempre la stessa ordinata) e chi può scegliere di scontrarsi con la vita”. E conclude: “C’è nel film Peter Falck davanti al muro di Berlino e proprio questa terra (che è un grande fuoco) mi fa pensare all’architettura. Dall’idea di questo vuoto, da questo spazio infinito, da questa terra di nessuno, capisci che non bisognava costruire. E invece hanno costruito, quasi per eliminare ogni traccia di quel muro, cancellando così tutte le tracce della storia. Quante cose ho capito da un film, da un libro, da una sceneggiatura”. Dal libro intervista fra François Truffaut e Alfred Hitchcock (libro che si trova nella casa di Parigi), Fuksas dice di aver utilizzato tante idee per l’architettura. “La cosa importante è che Hitchcock spiega in quel libro come faceva i film. Gira tutto in interno per avere la stessa luce che decide lui e che è assurda, completamente metafisica e iperrealista allo stesso tempo. Solo lui sa rendere le cose così livide, con questi colori perfetti. Poi quel che Hitchcock fa con il sistema di montaggio, lo dice lui, è contro i rompiscatole dei cultori del piano sequenze. E il sistema della sequenza sono i pezzi del sistema di montaggio. Aver compreso che c’è questo sistema, ha cambiato l’architettura degli anni Ottanta, Novanta, perché ha modificato una visione accademica fatta di sequenze”. I critici dicono che Fuksas “fabbrica delle immagini”. “Non è vero perché l’immagine l’ho già integrata all’interno di una sequenza – replica Fuksas –. Monto una serie di sequenze insieme e mi dà quelle emozioni che alla fine voglio trasmettere alla gente”. Di Pier Paolo Pasolini, Fuksas parla invece in termine di autore contaminato: “Adorava tutti i generi contaminati: faceva il cinema come la pittura, la pittura come il teatro, il teatro come la letteratura. Così la scrittura diventava cinema e un saggio politico, poesia; Pasolini non aveva un concetto di genere. Detesto le compilazioni e il nozionismo e i tanti scrittori italiani che usano quel sistema per mettere insieme un romanzo. Leggo tutto quello che mi può essere utile perché mi serve per pensare, per creare, per produrre. I libri sono senza epoca, non hanno niente di organizzato. Questa mia biblioteca di circa dieci mila volumi non ha nessun senso passivo, è una parte sempre dinamica del mio lavoro”.

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