Sanguineti: nel labirinto delle parole

Il critico e poeta vive in una casa con oltre diecimila volumi: un caos organizzato in cui risaltano i classici più amati e i giovani da tenere d’occhio.

“Parliamo qui in mezzo agli italiani o di là fra gli autori francesi?” Se preferisce ci spostiamo nella stanza dei saggi dove c’è un’ottima luce”. Il cortese invito di Edoardo Sanguineti dà già un’idea di quale spazio abbia la biblioteca nel silenzioso appartamento in collina, sopra Genova, dove il poeta-critico-intellettuale vive con moglie e figli da oltre vent’anni. Anche se in realtà il discorso andrebbe rovesciato: questa è semplicemente una grande biblioteca affiancata, quasi in modo marginale, da pezzi d’arredamento e da oggetti d’uso quotidiano. Non a caso nonostante la famiglia si stia semplificando (i due figli maggiori sono fuori, gli altri due sulla porta), Sanguinetti ha già messo in conto in tempi brevi, un trasloco: “Perché la situazione – sorride – può degenerare da un momento all’altro”. E indica pile di riviste e colonne di titoli che non riescono più a trovare rifugio in maree di scaffali già stracolmi. Oltretutto la nuova casa incentiverebbe l’intento tante volte rimandato: catalogare quella massa cartacea per mettere la parola “fine” a tante improduttive cacce al tesoro. “M’è capitato di dovere ricompare un libro che già possiedo, sepolto chissà dove e di cui sento l’amichevole presenza, soltanto per controllare una citazione. Quanti volumi si trovano qui? Ho perso il conto; diecimila, forse di più”. Almeno formalmente c’è un metodo di territorialità che consente, tanto per fare un esempio, di muoversi dai classici greco-latini a Hemingway e agli altri americani. Ma di fronte a doppie file e triple file, ogni confine diventa labile e il risultato della ricerca non è sempre garantito. Le pareti sono tutte occupate, corridoio compreso, e i pochi scampoli di muro non colonizzato dal sapere ospitano i quadri dipinti dagli amici del padrone di casa: Baj, Carol Rama, Del Pezzo e altri. Comunque sull’ipotetico riordino globale, soltanto certezze: “Rinuncerò al criterio alfabetico perché non mi è affine. Preferisco rispettare le aree e la cronologia, senza smembrare le collane. E poi che senso avrebbe mettere Alighieri vicino ad Apuleio?”. Questa immensa biblioteca formata sul nucleo dei classici ereditati dai genitori e allargata a ogni età e in ogni direzione risponde a un’antica esigenza del Sanguineti adolescente, “ a una voglia d’esplorazione radicale e insieme a una splendida utopia”: leggere tutto quanto è stato scritto, possedere e conquistare i libri con l’ansia del collezionista. “Ho cominciato bambino con Pinocchio, il detestabile Cuore, e con la collana “La scala d’oro”, che raccontava bene ad usum infantis opere come l’Odissea, Gulliver e Robinson. Poi da ragazzo il passaggio diretto ai classici. Dolci cioccolatini come Dante, Boccaccio, Ariosto ma anche bocconi amari come Tasso e Manzoni, due autori che non mi hanno scaldato né la mente né il cuore”. Il percorso preferenziale, quello che lo porterà verso scelte fuori del coro, registra la sterzata decisiva quando invece del “troppo levigato Petrarca” Sanguineti abbraccerà gli eretici Bruno e Campanella, “così affascinanti in quel loro essere trasgressivi”. Giusto attorno ai 20 anni nasce così quella passione mai sopita per le avanguardie, una passione che si sviluppa trasversale rispetto all’arte con Klee, Picasso, Kandisky, i giovani Carrà e De Chirico, alla musica con Stravinskij, Schonberg, Stockhausen, Boulez, Berio e alla letteratura con i surrealisti Artaud, Aragon, Breton e il dadaista Tzara. I tutto ciò un nuovo linguaggio anarcoide e quasi eversivo che è propedeutico all’incontro con Marx (“impossibile capire il mondo e se stessi se non si sono letti , né lui né Freud”), Brecht e Majakovskij. Nello studio di casa Sanguineti, che con la televisione e qualche altra timida presenza tecnologica, ospita la letteratura italiana, ci sono anche molti libri di quegli autori che il poeta, animatore del Gruppo ’63 (c’erano Nanni Balestrini, Giorgio Manganelli, Alberto Arbasino, Umberto Eco) attaccò polemicamente come simboli di una cultura vecchia e troppo ligia al potere. “Li ho criticati appunto perché li ho letti attentamente e con la convinzione che la polemica letteraria possa davvero vivacizzare il dibattito. I miei obiettivi erano scrittori come Cassola e Bassani, raccattatori di premi, legati a filo triplo al sistema e con nessuna voglia di nuovo. Devo dire che il Gruppo non vedeva di buon occhio nemmeno Moravia mentre io nei suoi confronti ero più aperto. Una questione politica? No, infatti non ho mai apprezzato, e molti del gruppo con me, nemmeno Pasolini e Fortini, entrambi di sinistra ma con un forte senso di disprezzo verso le avanguardie, essendo figli d’una formazione borghese e di una tradizione letteraria che attingeva, almeno il primo, direttamente da Pascoli”. E la poesia? A giudicare da dove tiene la maggioranza dei suoi libri, e cioè la cantina, Sanguineti non deve avere un ego ipertrofico. In compenso mostra con orgoglio libri come Il verso libero di Gian Pietro Lucini, tardo prodotto della Scapigliatura, amico di Marinetti, una sorta di anarchico-aristocratico che lui ha scoperto e rivalutato con grande soddisfazione. “I periodi che prediligo sono quelli che hanno segnato al pari di altre discipline o arti un punto fermo nel ‘900: i primi due decenni con i futuristi e i crepuscolari Gozzano, Palazzeschi, Govoni, Campana e la parte centrale dal ’50 al ‘60 inoltrato. Rispetto Ungaretti, trovo Montale molto meno interessante e in quanto a Quasimodo penso che il tempo l’abbia giustamente ridimensionato. Sui nomi più vicini ho poco da dire: Luzi e Giudici sono stati sopravvalutati e fra quelli che non amo salvo Zanzotto”. Si deduce che Sanguineti, reduce da 30 anni di docenza universitaria (l’anno scorso ha lasciato la cattedra di letteratura italiana a Genova) deve essere stato un professore severissimo. L’elenco dei libri di autori non amati alla fine supera di molto quelli per cui far sventolare le bandiere. Ammette: “Sono convinto che nessuno scrittore potrebbe essere tale se amasse in modo viscerale, a parte i classici, qualche altro autore. Se scriviamo è perché abbiamo l’illusione di dire qualcosa che non è mai stata detta”. E se si chiedesse al professore di pescare nella sua sterminata libreria-casa una decina di nomi da sistemare in una posizione particolare? È un gioco troppo facile e troppo vago per intrigarlo. “Queste classifiche sono teoricamente carine ma impossibili. Preferisco fare qualche citazione guardando fra gli scaffali. Due italiani da leggere: Savinio e l’Arbasino di Anonimo lombardo. Due giovani italiani da tenere d’occhio: Aldo Nove e Tiziano Scarpa. Tre classici da rileggere: Lucrezio, Shakespeare e Goethe. Quattro poeti che ho amato moltissimo: Baudelaire, Lorca, Eliot, Apollinaire e un altro, misconosciuto ma straordinario: Lautréamont. Ma sia chiaro questa non è affatto una classifica”. Al poeta cresciuto con l’utopia della lettura globale, un’ultima domanda: c’è un luogo, un orario, una predisposizione d’animo che favorisce l’incontro con il libro? “No, perché la magia della lettura è proprio quella di farsi trasportare con fiducia. Ogni momento è quello giusto”.

Save n'Keep

Bookmark condivisi e privati.

Con Save n' Keep ora è possibile!