Siedono vicino al tavolo della conferenza Susan Hazan e Te Kaka Keegan, ma sono letteralmente agli antipodi, dal punto di vista della geografia e della materia trattata. Perfino l’inglese, d’obbligo al convegno organizzato al Politecnico di Milano sull’informatica per i Beni Culturali, è marcatamente diverso. Molto “british” quello della dottoressa Hazan, tra i responsabili della collezione dei manoscritti del Mar Moto presso l’Israel Museum di Gerusalemme. Quasi incomprensibile, persino ai numerosi americani presenti in aula, quello di Keegan, padre di ascendenti europei e madre maori, del dipartimento di scienze dell’informazione dell’Università di Waikato, Nuova Zelanda. Eppure le presentazioni dei due esperti, entrambe concentrate sui problemi della conservazione e dell’accesso ai patrimoni archivistici, dimostrano che la tecnologia può avere l’incredibile potere di colmare le distanze. La trascrizione digitale di un testo apparso originariamente su un supporto fisico come la carta e il papiro è solo uno dei mille temi di discussi al Politecnico nell’ambito del convegno sulla Cultural Heritage Informatics. Per cinque giorni relatori di tutto il mondo si sono confrontati su tecnologie e progetti mirati alla salvaguardia ma soprattutto alla divulgazione di un patrimonio che, come nel caso di Keegan, non è solo artistico o storico, ma anche linguistico. “La Nuova Zelanda è stata scoperta solo alla fine del ‘600 e ci è voluto un secolo e mezzo per avere le prime pubblicazioni a stampa della lingua dei suoi abitanti aborigeni, i Maori”. Fu per merito dei missionari religiosi, che per diffondere i loro messaggi avviarono una florida produzione di giornali e periodici a carattere generale. Pochi a parlano, pochissimi l studiano. La Maori Language Commission decide nel 12987 un finanziamento per un progetto che ha come scopo quello di rendere più accessibile l’archivio su microfilm con circa 18mil pagine di una quarantina di testate apparse tra il 1842 e il 1930. Nasce così la Niupepa Collection: Niupepa è una deformazione di newspaper in inglese pidgin, un esempio di come gli aborigeni prendevano a prestito termini corrispondenti a cose o concetti estranei alla loro cultura. Ogni pagina microfilmata è stata convertita in un formato grafico digitale e riversata su CD ROM. Con l’avvento di Internet l’intera raccolta può essere consultata in Rete, gratuitamente. Per ogni immagine un software di riconoscimento ottico ha estratto anche il contenuto testuale, sul quale storici, glottologi o semplici interessati possono effettuare le proprie ricerche. I giornali maori della Niupepa sono solo uno degi archivi della biblioteca digitale che l’ateneo neozelandese ha messo online. Il costo del progetto non è indifferente (circa 3 dollari ameianbi per pagina), ma può essere considerato un valido contributo alla tutela della biodiversità linguistica. Anche perché, racconta l’informatico maori, per sviluppare l’interfaccia di navigazione in lingua indigena ci siamo dovuti inventare parole che ovviamente non esistevano. Molto diversa l’esigenza di archeologi teologi di Gerusalemme, dove un museo-monumento svolge anche un’importante funzione simbolica, lo Shrine of the Bokk (il reliquiario del libro), custodisce gli 800 rotoli di Qumran. Lo spessore di questa raccolta è di gran lunga più rilevante e come sottolinea la Hazan, l’aspetto davvero unico dell’approccio pedagogico a questo archivio èla sua natura così interdisciplinare e l’uso di un’ampia gamma di attività formative. Le tecnologie, però, sono le stesse. Una volta acquisite in formato digitale – opportunamente convertite nel codice alfabetico facilmente trasportabile da un computer all’altro – solo l fantasia può limitare le modalità di fruizione. Tra queste modalità c’è la realizzazione di uno Shrine of the Book virtuale, affidata proprio ai tecnici del Politecnico. L’aspetto ricostruttivo, basato sull’uso di sofisticati modelli grafici tridimensionali, è il più affascinante di una tecnologia in grado di conservare e amplificare testimonianze culturali particolarmente delicate e oscure.
Un archivio digitale molto particolare
Cosa può fare l'informatica per i Beni Culturali?
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Pubblicato il 26 settembre 2001 in: Biblioteche Virtuali
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