Riflessioni di un detenuto bibliotecario: da Alice.it

La profondità della riflessione e l'interesse sociale di questa esperienza ci sembrano degni di una lettura che veda come strumento di reinserimento nella vita libera una formazione professionale di questo tipo

Il mio rapporto con la biblioteca nella vita normale non è mai stato molto forte: alcune ricerche durante gli studi e qualche mattinata d’inverno a leggere o studiare durante le marinature da scuola.
Ho utilizzato tale struttura non frequentemente, un poco per pigrizia e molto forse per la scelta degli altri svaghi e interessi che il mondo esterno può offrire.

Nella realtà carceraria tutto ciò ovviamente non esiste e proprio per questa mancanza la biblioteca può assumere un ruolo di fondamentale importanza per i detenuti.
Dico questo per esperienza personale.
Quando ho fatto il mio ingresso in carcere ho subito cercato di accedere al servizio ma, purtroppo, ho trovato una situazione abbastanza sconsolante che ne rendeva impossibile l’utilizzo e me ne faceva avvertire ancora di più l’importanza.

Fortunatamente questo stato di cose è stato di breve durata e il disagio vissuto durante l’assenza del servizio m’ha dato ulteriori stimoli per intraprendere l’attività che adesso sto svolgendo con entusiasmo.
Infatti, quando ho saputo che sarebbe stato attivato un corso di biblioteconomia, ho subito aderito, un po’ per curiosità, un po’ forse per spezzare il ritmo monotono della vita carceraria, ma soprattutto, credo, per riuscire ad entrare in quella che per me stava diventando sempre più una “Wunderkammer”.

Il corso è stato interessante fin dall’inizio e molto utile.
Quello che maggiormente mi ha affascinato è stato poter mettere subito in pratica la parte teorica e in più dare inizio alla ristrutturazione della biblioteca.
Sono molto grato a Ida [Ida Morosini incaricata dalla Direzione della Casa Circondariale di Como di organizzare e gestire la biblioteca, ndr], che è l’artefice di tutto questo e che mi ha dato la possibilità di poter partecipare alla realizzazione di questo progetto.

Tutto è stato ed è ancora molto bello, interessante e istruttivo: dall’analisi dei problemi che avremmo potuto incontrare alla ricerca del modo di eliminare le cause, dove possibile, dall’individuazione di soluzioni alternative fino all’attuazione dei piani stabiliti.
Tutto è stato molto coinvolgente: riusciva a dare un senso alle mie giornate e a darmi motivazioni, in poche parole a farmi sentire ancora vivo.

La catalogazione dei libri è stata decisamente impegnativa e tutt’altro che monotona si è rivelata la classificazione CDD: avevamo un continuo scambio di idee sulla scelta della classe, qualche volta non trovavamo un accordo, spesso rimanevano dubbi, che, solo con la riflessione o la consultazione degli OPAC, effettuata a casa da Ida, riuscivamo a superare.

Adesso, dopo dieci mesi che il progetto è partito, la biblioteca ha assunto una sua fisionomia e l’opera di catalogazione è ormai quasi finita, ma di lavoro davanti ne abbiamo ancora tanto, grazie sempre all’attività di Ida, che continua a seguire il progetto supervisionando e lavorandoci lei stessa, dentro e fuori la struttura carceraria, al fine di migliorarne il servizio e per renderla sempre più simile alle altre biblioteche.

A breve inizieremo a fare i primi scarti con uno studio mirato per capire la tipologia dei libri più utili e richiesti e cercheremo di acquisirli. Questo prospettiva di lavoro mi affascina molto, perché mi permetterà di scoprire gli altri meccanismi e le logiche che stanno dietro alla vita di una biblioteca.

Un risultato molto importante che abbiamo raggiunto oramai da tempo (5-6 mesi) è stato quello dell’interprestito con il sistema interbibliotecario di Como. È molto utile in quanto, com’è ovvio, ciò allarga enormemente la scelta e così è possibile soddisfare maggiormente le esigenze di lettura.
Ancora, però, non è stata capillarizzata l’informazione e soltanto una cerchia ristretta di persone riesce ad approfittare del servizio, credo che ciò dipenda anche dal fatto che è necessaria una certa preparazione e occorre sapere cosa si vuole leggere e dove cercarlo.
Molti detenuti, infatti, si avvicinano per la prima volta alla lettura e non hanno gli strumenti per poter scegliere il libro adatto a loro, spesso non hanno neppure idea di cosa vogliano leggere.
Così viene loro più facile decidere guardando e sfogliando materialmente il libri esposti oppure chiedendomi consigli.
Non è facile “indovinare” il libro adatto ad una persona che neppure si conosce e che non sappia neanche bene cosa vuole e quando questo avviene, mi sento investito di una certa responsabilità che molte volte eviterei volentieri, ma che tuttavia mi dà molta soddisfazione quando l’utente torna contento e affascinato da questo mondo.
La lettura del primo libro tante, troppe volte, è fondamentale: se riesce ad interessare o a coinvolgere la persona, questa è facile che diventi un lettore fedele, in caso contrario è molto improbabile che si cimenti nuovamente con la lettura.

Il servizio prestiti comunque sta funzionando sempre meglio.
Alcuni detenuti hanno subito recepito e metabolizzato molto bene il servizio e sono diventati “clienti” fissi, altri usano un po’ meno tale opportunità e molti si avvicinano con timidezza, però il suo utilizzo si sta progressivamente allargando, e ha comunque attivato interessanti scambi di esperienze tra i detenuti.

La cosa più importante da fare, credo, sarebbe rendere la biblioteca, non solo un punto per la richiesta dei libri, ma uno spazio culturale dove ci possano essere dibattiti su varie tematiche o altro. Uno spazio di confronto, così da poter capire anche le varie esigenze dei detenuti, trovare interessi comuni ed essere stimolati a trovare soluzioni alternative, in maniera tale che poi, sulla base di queste si possano organizzare corsi, seminari che decisamente verrebbero seguiti con maggior interesse e partecipazione.
Ecco l’aspetto fondamentale: riuscire a rendere partecipe il singolo all’interno della collettività, farlo sentire ancora un elemento attivo.
Come cantava Gaber “…libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.(Anche lo spazio libero ha, però, il suo peso!)
Importante è rendere coscienti i detenuti che questo si può fare (ma si può realmente fare?) e attivarli perché loro stessi oltre che beneficiari ne siano i promotori.
Così qualsiasi attività culturale e non, che riesca a coinvolgere il maggior numero di detenuti e che li renda partecipi il più possibile sarebbe a mio avviso un salto di qualità nella vita carceraria.

Per quanto mi riguarda, la biblioteca la vedo un po’ come una sorta di organismo vivente, simile ad un serpente che cambia la sua pelle vecchia con la nuova e il suo rinnovarsi deve interagire con il tessuto sociale circostante, accompagnandolo nel suo cambiamento: riuscire a fare questo è molto difficile, in un carcere è quasi impossibile, per tempi e studi necessari, ma il tendere ad esso dovrebbe essere uno dei fini da perseguire.
Inoltre nella realtà carceraria i tempi sono, purtroppo, sempre molto lunghi, e i fondi il più delle volte addirittura inesistenti per queste attività.
Così queste biblioteche sono sempre un po’ vecchiotte, con tanti libri ormai superati, poiché solitamente costituiti da scarti di altre biblioteche, che, ovviamente, non rispondono alle esigenze dei detenuti.
Questo, secondo me, è una grave lacuna, perché qui dentro è molto importante, anzi fondamentale riuscire a dare alla persona nuovi stimoli, risvegliare, o fare scoprire nuovi interessi. Penso che questi aspetti siano fondamentali in un percorso rieducativo e anche per dare un senso al periodo di carcerazione di ognuno di noi.

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