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Blog FAQ: Le domande del blogger

Nel suo blog, Giuseppe Granieri pubblica un'interessante serie di 'domande e risposte' (FAQ) sui blog. Ecco il terzo stralcio: le domande del blogger

12. Esistono le blogstar?

Le blogstar esistono, ma non in senso assoluto. La blogosfera è composta di numerosissimi ambienti (almeno uno per centro di interesse) e ogni ambiente ha i suoi centri di autorevolezza naturali. Ogni blogger si relaziona contemporaneamente con più ambienti, essendo magari Star in uno di essi e fan in tutti gli altri. Ovviamente il ruolo dipende dall’autorevolezza che ci si conquista sul campo affrontando temi e argomenti, o grazie alla capacità di manipolare il linguaggio regalando piacere di lettura.

Questa differenza di ruoli crea dinamiche simili al modello dello Star System teorizzato da Goldhaber alcuni anni fa. Tuttavia la vastità della blogosfera ci impedisce persino un censimento di tutti gli ambienti e delle posizioni di autorevolezza, ripulendo da ogni valore di notorietà assoluto il termine blogstar.

13. Sono importanti gli accessi per valutare un blog?

Per dirla con Clay Shirky: “Rather than spawning a million micro-publishing empires, weblogs are becoming a vast and diffuse cocktail party, where most address not “the masses” but a small circle of readers, usually friends and colleagues. This is mass amateurization, and it points to a world where participating in the conversation is its own reward. ”
Il cosidetto ‘piccolo circolo di lettori’ è importante a prescindere dal numero di persone che lo compongono. Nel meccanismo della reputazione, infatti, dieci lettori in grado di fare opinione a loro volta su altri 100 lettori valgono molto più di 500 lettori che non aumentano la risonanza.
Di fatto però è un discorso puramente teorico, che si può applicare come analisi a posteriori e che non vale come strategia. Le opinioni costruite pensando alla reputazione spesso sono percepite come insincere e alla lunga perdono la credibilità. Anche l’atteggiamento competitivo non è generalmente produttivo in un sistema come quello dei weblog, la cui ricchezza non è nell’affermazione di se stessi ma nella condivisione con gli altri di suggestioni e conoscenza. Per usare una splendida immagine di Beppe Caravita: “Uno si mette sul trono di legno del villaggio, ma un altro urla: “Hey, venite a vedere che cosa ho trovato!”. Riconoscimento, autoaffermazione o segnale? Non so se mi spono spiegato. Ma il più “aperto e anarchico mutualismo” a mio avviso nasce da quell’Hey! e non da quella sedia di legno”

14. A volte mi chiedo se ciò che scrivo può interessare qualcuno. Faccio bene?

La mia sensazione è che, considerando il costo quasi nullo dell’espressione (in rete), il problema non sia posto correttamente. Di fatto, basta un solo lettore per giustificare un testo quindi niente - in assoluto - è inutile, almeno finchè non si riesca a dimostrare che un testo non non abbia fornito (e non fornirà mai in futuro) a nessuno nemmeno un leggero input di riflessione. In fondo, nel momento stesso in cui questo si verifica, nell’attimo in cui l’input si realizza, la pubblicazione di quel testo acquisisce una sua ragione. Naturalmente sto ‘drammatizzando’ il concetto, portandolo all’estremo, per mera semplificazione analitica. Ma facciamo il ragionamento contrario e tentiamo la dimostrazione per assurdo: accogliere l’ipotesi che esista un testo inutile significherebbe tornare alla visione ‘anni settanta’ della rete fatta di fuffa e cashmere di Formentiana memoria. Ed è stato ampiamente documentato che, sebbene lecita (ci mancherebbe), questa visione è lontana dalla realtà (e dall’idea di sviluppo democratico e sostenibile) così come la terra è lontana da Marte. Ovviamente il discorso diventa diverso se, invece di applicare etichette di utilità (che coinvolgono il lettore, proprio in quanto utilizzatore) si parla di scelte editoriali personali. In questo caso, nei blog, ciascuno è editore di se stesso e gestisce i contenuti nella forma che preferisce. Però, si intuisce, è una questione di diversa natura.

15. Che ruolo posso avere nel calderone informativo?

Per dirla con uno slogan, tu esisti e la tua opinione è e sarà sempre importante per qualcuno. Proprio mentre stava per scoppiare la guerra in Iraq (in un momento di acceso scontro culturale) Salam Pax, unica voce irachena a confrontarsi in inglese nella blogosfera, ha scritto: “Dici: ‘è più facile parlare con persone che condividono lo stesso retroterra e gli stessi presupposti, ma è molto più gratificante comprendere il resto del mondo, e venirne compresi a propria volta.’. Credimi, lo so. Sono stato ricompensato immensamente. La mia vita si è arricchita grazie a tutti gli stimoli cui sono stato esposto, ma si è anche radicalmente trasformata.[…] Leggo i weblog, compresi quelli molto personali, anche per questo motivo. Intravedo un mondo che prima non avrei potuto conoscere e, di solito, è un’esperienza molto gratificante.

16. Che intendi quando parli di ‘nuova critica indipendente’?

L’esame dei contenuti dei blog applicati alle opere culturali è, secondo me, esemplificativo dell’impatto che il sistema-weblog ha sulla comunità di lettori che gli gravita intorno. Evidentemente è un discorso che partecipa di un meccanismo di socializzazione della conoscenza e che, con le dovute differenze si può applicare anche ad altri settori.
Quando parlo di ‘nuova critica’ mi riferisco alla costituzione di una knowledge base di opinioni critiche indipendenti e collettive allo stesso tempo. Nel considerarla una conquista importante, parto da due osservazioni:

1. la critica ‘riconosciuta come tale’ (o comunque quella accreditata a esprimersi sui media mainstream) oggi è poco credibile e poco interessante, presa com’è nella sua perenne oscillazione tra la marchetta redazionale (che la fa vivere di un mercato che contribuisce a formare) e l’ossessione erudita (che aumenta la distanza dalla gente). Inoltre alcuni assiomi del ‘mercato culturale’ rendono particolarmente sfumati i confini tra critico, recensore, studioso, divulgatore e propagandista.

2. gli autori/lettori dei blog coincidono in larga misura con il pubblico ‘in cerca di stimoli’ che il mercato culturale considera come ‘target’.

Da un punto di vista generale, la possibilità che il pubblico ha oggi di esprimere pubblicamente il giudizio su un libro (o un disco o un film) è una innovazione fondamentale nella società della comunicazione. Il parere di chi ha compiuto una decisione di acquisto (la cultura, purtroppo, oggi è sempre associata ad un costo) è un parere indipendente, libero, non condizionato da presupposti redazionali o economici.

Il giudizio di un blogger su un prodotto culturale è il risultato di una esperienza personale diretta. E la critica, una volta superata la superstizione scientifica, è un giudizio estetico che consiste appunto in una valutazione personale dell’opera. Non esistono parametri seri per definire un atto critico come migliore di un altro. Non conta quanto sia espresso bene, nè se sia costruito su solidi presupposti accademici o semplicemente su una pennellata impressionista.

Conta, invece, (proprio in quanto atto comunicativo e divulgativo) la sua capacità di incontrare sensibilità affini, fornendo input e creando un plusvalore di conoscenza.
Anche quando è solo un giudizio de panza, anche se l’atto critico si limita al “cheppalle Faulkner”, ha comunque un suo valore intrinseco per i lettori del blog. I lettori, infatti, hanno modo di conoscere l’intera storia intellettuale del blogger attraverso ciò che il blogger scrive ogni giorno. E proprio attraverso questa conoscenza aggiungono altro valore (credibilità, affinità, ecc.) ad un punto di vista teoricamente non accreditato.

In fondo l’ipotesi è intuitiva: se abbiamo un pubblico con una determinata ‘capacità media di comprensione’ delle opere culturali, questo pubblico (messo in condizione di avere voce) sarà in grado di esprimere la critica di cui ha bisogno. Parafrasando Henry James (che parlava del romanzo), direi che il futuro della critica è intimamente legato al futuro della società che la produce e la consuma. E una società che permette a tutti di esprimere critica mi appare infinitamente più stimolante, almeno finchè si riconosce al lettore la capacità di discernere tra i contenuti che gli si offrono (in maniera questa volta trasparente).

Il plusvalore culturale (la crescita) è tutto nella condivisione e nel confronto, oltre che nella partecipazione ad un’esperienza collettiva di costruzione di senso (come in tutto ciò che permea il sistema-weblog).

Io personalmente tendo ad immaginare il critico come una persona che segue un percorso culturale, fa delle scoperte e divulga ciò che maggiormente lo colpisce. Quindi non posso che guardare con gioia al fatto che oggi mille persone (magari domani diecimila) mi raccontino le loro scoperte o semplicemente le mettano lì a mia disposizione. Io poi sceglierò chi segue i percorsi che mi interessano e chi me li sa raccontare meglio in base ai miei gusti.

Già oggi, tra chi legge i blog, è facile riscontrare una grande influenza nelle decisioni di acquisto. In fondo ho comprato tutti gli ultimi dischi grazie a recensioni lette sui blog. E lo stesso vale per i libri o per i film che ho visto e/o desidero vedere. Personalmente mi fido dei blogger che leggo ogni giorno, più di quanto mi fidi di storiche testate come Tuttolibri. E non sono l’unico.