Finanza comportamentale: una teoria innovativa

L'avreste mai detto che sentimenti quali la paura e l'avidità giocano spesso un ruolo cruciale nelle decisioni di investimento degli individui? Non è un'ipotesi avventata, ma il frutto di studi che negli ultimi anni si stanno imponendo con sempre maggiore credibilità. Stiamo parlando della c.d. Finanza comportamentale (o Behavioral finance) sviluppatasi in alternativa alla teoria economico-finanziaria dominante basata invece sull'assunto che gli individui adottino comportamenti razionali considerando tutte le informazioni disponibili.

Da sempre studiosi e ricercatori hanno esaminato i mercati finanziari nell’intento di scoprire strategie di investimento sistematicamente valide e ripetutamente applicabili. Nel fare ciò, quasi tutti hanno basato le loro scelte sull’ipotesi che l’investitore agisca sempre in modo da massimizzare il rendimento del proprio investimento, sfruttando al meglio tutte le informazioni disponibili, attuando dunque comportamenti ragionati. Eppure gli investitori non sono sempre così razionali. Alcune ricerche dimostrano, infatti, come gli individui siano in realtà afflitti da irrazionalità, incoerenza e incompetenza nel momento in cui si confrontano con eventi caratterizzati da incertezza.

Partendo da questo presupposto, la teoria di finanza comportamentale si propone di spiegare in che modo emozioni ed errori cognitivi possano influenzare gli investitori ed i loro processi decisionali. In realtà, un’univoca e sintetica definizione operativa della finanza comportamentale non è facilmente formulabile, in quanto trattasi di disciplina giovane e dai contributi eterogenei. Si possono però riassumere i quesiti ai quali essa tenta di rispondere:

Esiste una spiegazione teorica che accerti la possibilità di battere sistematicamente il mercato? 

Tutti i giocatori agiscono razionalmente e nel loro proprio interesse? 

Le informazioni sono ugualmente ripartite nello spazio e nel tempo allo stesso modo tra tutti i partecipanti?

Origini di una disciplina a lungo discussa
La Finanza comportamentale si è sviluppata quale ramo della teoria neoclassica a partire dagli anni ’50, grazie ai contributi di vari autori, tra i quali emerge l’economista francese Maurice Allais, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1988. Questa disciplina ha tuttavia ottenuto una discreta visibilità negli ambienti accademici solo a partire dalla metà degli anni ’70, grazie a nuovi e più approfonditi studi. Il merito di tale evoluzione è in parte ascrivibile a due professori di psicologia Amos Tversky e Daniel Kahneman, che nel 1979 presentarono, sulla rivista Econometrica, un articolo innovativo destinato a far cambiare opinione circa la validità del modello interpretativo neoclassico, fondato sui concetti di razionalità e massimizzazione.
I due autori, partendo dalla presentazione del paradosso di Allais (dove si mostra come l’utilità di un evento rischioso non è combinazione lineare delle probabilità associate a ciascun risultato possibile) sviluppano l’analisi critica della teoria dell’utilità attesa e degli assiomi su cui essa si fonda (assiomi di von Neumann-Morgenstern 1944-1947 e 1953) arrivando così alla formulazione di una nuova teoria.

Recenti sviluppi della Finanza comportamentale

Il crescente interesse da parte di investitori e “addetti ai lavori” verso le teorie della Behavioral finance ha contribuito alla nascita dell’A.I.FIN.C  (Associazione Italiana di Finanza Comportamentale) costituita da un team di docenti universitari ed esperti di economia, finanza e psicologia. Di recente istituzione è anche il primo sito italiano interamente dedicato a questa disciplina. Realizzato a cavallo tra il 2003 e il 2004 ma in continua crescita, è consultabile all’indirizzo www.finanzacomportamentale.it. Tra gli obiettivi del sito, spiega il giornalista Luca Mellano, figura il proposito di divulgare la cultura finanziaria e la conoscenza di questa giovane disciplina grazie all’ausilio di materiale accademico in costante aggiornamento.

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