Bond a 50 anni. Pro e contro di una nuova forma di investimento

Negli USA esistono da decenni, la Francia li ha appena lanciati e l'Italia ci sta pensando. Ma queste nuove obbligazioni sono sicure? Convengono davvero?

Sono l’ultima moda. Li chiamano «matusa-bond», cioè titoli obbligazionari a lunghissimo termine, anche 50 anni, una durata degna di Matusalemme. Ma non sono che uno dei tanti prodotti con cui banche, gestori del risparmio e imprese stanno cercando di sfruttare l’interesse, manifestato negli ultimi mesi, per le obbligazioni, nonostante gli scandali, più o meno recenti, che hanno investito questi strumenti finanziari, o meglio, alcune imprese emittenti.

Questa «malattia da bond» sembra non considerare un pericolo tutt’altro che remoto: l’aumento dei tassi di interesse, atteso nel 2005 sia negli Usa sia in Europa. Alla luce di ciò, non appare certo questo il momento favorevole per acquistare obbligazioni a tasso fisso e a lungo termine. Infatti, qualora tale aumento si verificasse, all’incremento dei rendimenti corrisponderebbe una discesa delle quotazioni sia dei bond già emessi sia dei fondi obbligazionari.

Se da un lato, gli investitori, soprattutto quelli italiani, sembrano preferire l’acquisto di obbligazione societarie, scoraggiati ormai dai bassi rendimenti dei titoli di stato e dai rischi delle borse, dall’altro molte aziende, tra cui Enel, Finmeccanica e Telecom Italia, hanno cercato di sfruttare l’attuale orientamento dei risparmiatori, raccogliendo capitali attraverso l’emissione di obbligazioni (a lungo e lunghissimo termine) anziché avvalersi dell’emissione di titoli azionari.

Va sottolineato però che emissioni con durata superiore ai vent’anni sono per lo più destinate ad investitori istituzionali. Tuttavia, attraverso i fondi comuni di investimento, questi matusa-bond si insediano anche nei portafogli delle famiglie, che negli ultimi mesi sembrano rifuggire dai fondi liquidità apprezzando maggiormente investimenti a medio e lungo termine.

Una variabile che spesso i risparmiatori colpiti dalla «febbre del rendimento» non considerano è quella dell’andamento futuro dei tassi. A questo proposito c’è chi presume che la Fed, la banca centrale americana, ritocchi al rialzo i tassi. Medesimo comportamento potrebbe tenere la Banca centrale europea, aumentando entro l’anno il costo del denaro, al fine di controllare l’inflazione.

I titoli a lunghissimo termine appaiono un buon investimento soprattutto per chi li emette, ma non sono adatti all’investitore privato, poiché trattasi di titoli altamente speculativi. Infatti, al verificarsi di un rialzo di mezzo punto dei rendimenti, la quotazione di un titolo cinquantennale a tasso fisso perderebbe quasi il 10% del suo valore in caso di vendita.

Se è vero che il prezzo delle obbligazioni scende all’aumentare dei tassi sul mercato, è anche vero che questo calo non è uguale per tutti: ad una maggiore durata corrisponde una maggiore discesa della quotazione.

Cosa è meglio comprare allora?

In attesa di un rialzo dei tassi l’ideale sarebbe acquistare obbligazioni a cedola variabile oppure a tasso fisso ma con durata di uno o due anni al massimo.Non bisogna mai dimenticare che un portafoglio con un buon rapporto rischio/rendimento, secondo quanto suggerito da Drusani (responsabile gestioni della Banca Albertini Syz)  è all’incirca composto come segue:

 10% titoli a lungo termine

 10% titoli indicizzati all’inflazione

 15% fondi obbligazionari che investono in corporate bond

  65%titoli con durata massima triennale.

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