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I riti della Settimana Santa a Catanzaro

Si perdono nella notte dei tempi, le origini della processione che ogni venerdì Santo, viene celebrata a Catanzaro. La Naca affonda le sue radici nel periodo della dominazione spagnola, ma sicuramente si rifà alle sacre rappresentazioni medioevali.

Il termine dialettale Naca viene dal greco (nachè) e significa Culla, in pratica è la portantina dove Gesù è deposto. La Naca è ornata di damasco raso e seta, di fiori, lumi ed angioletti di cartapesta, uno dei quali porta i simboli della Passione: il calice, i chiodi ed il martello. Questa veniva portata a spalla dai rappresentati delle corporazioni dei mestieri, per molto tempo, infatti, ebbero questo privilegio i calzolai, i contadini e gli artigiani. Oggi, invece, la Naca viene portata dai rappresentati delle forze dell’ordine, nell’ultimo periodo i Vigili Del Fuoco. L’andamento dei portatori dev’essere leggermente “annacante” (dondolante). Alla “ Culla “ segue la Madonna Addolorata, vestita con un abito nero e rappresentata con un cuore trafitto da sette spade. Questi sono i sette dolori della Vergine e Madre di Cristo. La processione viene realizzata dalle confraternite e dalle cappelle delle arti e dei mestieri.
Un ruolo importante è assegnato ai membri delle confraternite che ad anni alterni organizzano la processione. Esce in ordine l’insegna della fratellanza seguita da tre gigantesche bandiere: la prima dell’Addolorata, la seconda di san Giovanni e la terza di Gesù, preceduti a loro volta da una nutrita schiera di ragazzini in abiti bianchi. In doppia fila i soldati romani precedono e accompagnano le tre croci, insieme a loro i musici: una tromba, un tamburo e una grancassa segnano con ritmo greve l’incedere del corteo. Al centro della scena Cristo, coronato di spine e a piedi nudi, con lividi e piaghe sanguinanti, soggiogato dalla pesante croce di legno, impregnata dalle iniquità umane. Egli è preceduto da due ladroni, con altrettante croci. Intanto dietro, seguono mestamente, raccolte in vesti orientali, le tre Marie che sostenendosi a vicenda appaiono afflitte dal dolore; alle loro spalle un gran catafalco (Naca) sorretto dagli omeri doloranti dei congreganti in abiti fraterni; la statua dell’Addolorata, quella di san Giovanni e una gran folla di fedeli chiudono il mesto corteo.

La processione procede lentamente e si arresta ad ogni dolorosa caduta del Signore, fino a quando, quasi dal nulla, spunta la figura del Cireneo. E’ un momento atteso da tutti, specie dai bambini, che si domandano con insistenza in quale punto del percorso apparirà colui che allevierà le sofferenze di Cristo. Data l’ora tarda e il buio delle strade del sobborgo, da ogni balcone e finestra spuntano lampade e lanterne che illuminano i passi del Cristo Redentore. Ognuno cerca di esporre quelle più luminose, nell’intento non già di rivaleggiare con il vicino, ma di rendere meno oscuro il travagliato percorso della Via Crucis. Assiepata su entrambi i lati della strada, una folla straboccante giunta da ogni dove, avvinta dal sacrificio estremo, si genuflette battendosi il petto al passaggio del Nazareno.
Terminato il percorso si fa ritorno in chiesa. Sull’altare maggiore preparato per tempo, a mò di Golgota, si rappresenta la scena madre: la crocifissione.

Il Sabato Santo è giorno di meditazione e silenzio. Giunta la sera sul far della ventitreesima ora i devoti fedeli si avviano in chiesa; gli altari e le statue, in precedenza spoglie e ricoperti solo da drappi violacei, attendono di essere ornati di fiori e ceri. I celebranti indossano paramenti bianchi ricamati in oro e, al buio totale, si preparano alla celebrazione della s. Messa. Fuori della chiesa un gigantesco cumulo di legna arde scoppiettando e divora le figurine Sante logore e consunte dai troppi baci e dalle eccessive carezze profuse nel corso dell’anno, queste accompagnate tre le fiamme da ripetute preghiere sono sostituite dalle nuove. Sul sagrato si procede alla benedizione del fuoco con il quale si accende il cero pasquale e da questo una miriade di candele che poi sfavillano al buio, sull’altare è pronta l’acqua battesimale che sarà utilizzata nel corso del nuovo anno liturgico. Allo scoccare della mezzanotte, si accendono le luci, cadono i drappi violacei e sciolte le campane, in un tripudio di letizia, irrompe la Gloria. Conclusa la funzione, i bambini distribuiscono l’acqua benedetta che ognuno porterà a casa con il cuore pieno di gioia e di speranza.

La Domenica di Pasqua e la Cunfrunta, vestiti a festa, ci si ritrova per la celebrazione della santa Messa e lo scambio reciproco d’auguri. In casa, odori di succulenti manicaretti aspettano i fedeli parrocchiani per il pranzo pasquale. Sulla tavola l’immancabile agnello e patate e il classico dolce a cuzzupa ( un prodotto locale composto da farina, zucchero e uova e guarnito da uno o più uova sode inserite con il guscio nella pasta e dalle forme simboliche di pesce, colomba, spada ecc,) mentre già nella mattinata in molti non rinunciano alla tradizionale frittata. Alle tre del pomeriggio, sulla piazza principale, al suono della banda del paese, si rappresenta la Cunfrunta. Escono dalla chiesa, portate a spalla, la statua della Madonna coperta da un mantello nero e la statua di san Giovanni, mentre in precedenza quella di Gesù risorto, all’insaputa di tutti, è nascosta in un vicoletto. In piazza la statua di san Giovanni s’inchina alla Madonna e corre a cercare Gesù; la scena si ripete per tre volte, aumentando l’andatura. Per tre volte san Giovanni rivolgendosi alla Madonna fa cenno, piegandosi all’indietro, di non aver trovato Gesù, finché, mantello al vento e uno strano sorriso, che ognuno intravede, torna dalla Madonna e, inchinatosi, si pone in disparte lasciando la scena all’Affruntata. La statua della Madonna, con fare esitante, avanza e indietreggia finché, caduto il mantello nero, tra applausi e mortaretti, in tutto il suo splendore trionfa la figura di Cristo risorto.