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Bin Laden: dalla lealtà alla vendetta

Il terrorismo, i terroristi. Riflessioni su definizioni e uso di questo termine.

Giungo infine, come avevo promesso, alla questione Bin Laden e dei Sauditi in Afghanistan. L’affaire bin Laden è grosso modo dello stesso tipo di quello di Sheikh Abdul Rahman, accusato e condannato come istigatore della bomba al World Trade Center di New York nel 1993. Il New Yorker ha pubblicato una lunga storia sul suo conto. E assomiglia a quella di Aimal Kansi, il Baluch pakistano, ugualmente accusato dell’omicidio di due agenti della Cia.

Cercherò di essere breve. La jihad, tradotta migliaia di volte in “guerra santa” non si riduce a questo. Può essere una lotta con mezzi violenti o meno. Ed ha due forme: la piccola e la grande jihad implica la violenza. La grande jihad è una lotta con se stessi. Ecco il concetto. La ragione per la quale lo ricordo è che nella storia islamica la jihad in quanto fenomeno internazionale violento è praticamente scomparso negli ultimi quattro secoli. Improvvisamente è resuscitata con l’aiuto degli Americani, negli anni Ottanta. Quando l’Unione Sovietica è intervenuta in Afghanistan, Zia ul Haq, il dittatore militare del Pakistan, ha colto l’occasione per lanciare una jihad contro il comunismo miscredente. Gli Stati Uniti vi anno visto un’opportunità divina per mobilitare un miliardo di musulmani contro quello che Reagan chiamava “impero del male”. Il denaro ha cominciato ad affluire. Gli agenti della Cia hanno cominciato a solcare il mondo musulmano per arruolare gente per la jihad.

Bin Laden fu una delle migliori reclute. Non era soltanto arabo. Era saudita. Ma non era soltanto saudita. Era anche multimilionario, pronto ad investire il proprio denaro in quell’affare. Bin Laden ha cominciato a circolare per reclutare altra gente nella guerra contro il comunismo. Io l’ho incontrato per la prima volta nel 1986. Ero stato raccomandato da un responsabile americano di cui non so ancora se fosse un agente o meno. Gli avevano domandato chi erano gli arabi a cui si interessava per l’Afghanistan o il Pakistan. E quello rispose: “Dovete incontrare Osama”. Sono andato a incontrare Osama. Era là, ricco, con i suoi reclutati venuti dall’Algeria, dal Sudan, dall’Egitto, esattamene come Sheikh Abdul Rahman. Quel tipo era un alleato. Restava un alleato.

Il cambiamento è avvenuto in un momento preciso. Nel 1990 gli Americani hanno installato le loro forze in Arabia Saudita. L’Arabia è un luogo sacro per i musulmani: la Mecca, Medina…. Non c’erano mai state truppe straniere là. Nel 1990, all’epoca della guerra del Golfo, sotto il pretesto di aiutare l’Arabia Saudita a sconfiggere Saddam Hussein, sono venute. Osama Bin Laden si è mantenuto tranquillo. Saddam è stato battuto. Ma le truppe americane, truppe straniere, sono restate sulla terra della Ka’ba (il santuario islamico della Mecca). Osama ha scritto più volte delle lettere domandando: perché siete ancora là? Partite. Siete venuti per aiutare, ma invece restate.

Alla fine ha intrapreso una nuova jihad contro gli occupanti. La sua missione era quella di cacciare le truppe americane dall’Arabia Saudita così come aveva cacciato le truppe russe dall’Afghanistan. Vedete dunque a cosa mi riferivo evocando le manovre segrete.

La seconda cosa a proposito di Bin Laden è che si tratta di un ambito tribale, realmente tribale. Il fatto di essere miliardario non cambia affatto la questione, il codice etico resta tribale e questo codice si può riassumere in due parole: lealtà e vendetta. Siete mio amico mantenete la vostra parola, sono leale con voi. Se voi tradite la vostra parola, allora reclamo vendetta. Per lui, l’America non ha mantenuto la parola. L’amico leale è stato tradito. La fiducia è stata tradita. Ed ecco l’effetto boomerang della guerra in Afghanistan. Per questo ho detto che bisognerebbe finirla con le guerre nell’ombra. Hanno un prezzo che il popolo americano non può immaginare e che persone alla Kissinger ignorano.

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