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Uno sguardo dal ponte al Piccolo di Piazzale Tecchio

Il capolavoro di Arthur Miller, verrà messo in scena nei giorni: Venerdi 29 Febbraio ore 21.00, sabato 1 Marzo ore 21.00, domenica 2 Marzo ore 18.00, per la regia di Luigi Migliaccio dalla Compagnia "Il Barattolo"

Di Uno sguardo dal ponte (A View from the Bridge) esistono due versioni: la prima, in un atto, rappresentata nel settembre del 1955 a New York, assieme con Ricordo di due lunedì; la seconda, in due atti, rappresentata nell’ottobre del 1956 a Londra.
La seconda versione, quella che si può leggere nella traduzione italiana, nasce dalla precedente e ne costituisce il superamento, essendo il risultato di un processo di sostanziale rielaborazione drammaturgica e critica.

Per capire il significato dei dramma, sia in se stesso come nelle intenzioni di Miller, è opportuno rifarsi ai motivi che hanno indotto l’autore ad attuarne la seconda edizione, tanto più che egli stesso ha avuto cura di documentare il fenomeno.
Si deve dire innanzi tutto che la vicenda raccontata in uno sguardo dal ponte trae origine da un fatto di cronaca dal quale Miller fu profondamente e a lungo turbato: una torbida vicenda familiare, ambientata tra gli immigrati italiani di Brooklyn, per lo scrittore al medesimo tempo illogica e significativa, perfetta e misteriosa come una manifestazione del fato greco (non a caso a Broadway la scenografia era dominata da un frontone di stile greco).

Di qui lo sforzo di decifrare i termini della vicenda, ma al contempo anche lo scrupolo di “ trascriverli “ con la massima oggettività possibile.
“ Se questa storia era accaduta, e se non avevo potuto dimenticarla in tanti anni - ricorda Miller -, essa doveva avere per me un qualche significato, e potevo scrivere ciò che era accaduto, e perchè era accaduto; e del significato che ciò aveva per me, descrivere quel tanto di cui mi rendevo conto. Tuttavia desideravo lasciare l’azione così com’era, in modo che lo spettatore avesse la possibilità di interpretarne il significato interamente per conto suo, e accettarArthur Millere o respingere la mia interpretazione. Questa consisteva nell’orrore d’una passione che nonostante sia contraria all’interesse dell’individuo che ne è dominato, nonostante ogni genere di avvertimento ch’egli riceve, e nonostante perfino ch’essa distrugga i suoi principi morali, continua ad aumentare il suo potere su di lui fino a distruggerlo“.
Assistendo alle rappresentazioni, Miller si rese conto che il taglio netto tra fatto, messo in scena con distacco e assenza di partecipazione, e commento, affidato ad un narratore in qualche modo estraneo alla vicenda, soluzione in complesso basata sul presupposto di una estraneità dell’autore nei confronti dei personaggi e del loro modo di agire, salvo il rapporto creato dall’interesse intellettuale e dall’orrore morale, era sostanzialmente un artifizio.

Lo stesso assillo che lo aveva portato ad occuparsi di quei personaggi e delle loro vicende, costituiva la prova che anche in questo caso, come in tutte le opere anteriori, lo scrittore era molto più strettamente legato alla materia drammatica di quanto non credesse e che la storia narrata non era quella di un “mostro” abnorme, bensì di un uomo e, per tale fatto, in certa misura storia di tutti.

Poste queste premesse, è facile capire in quale direzione si sia sviluppato il lavoro che ha portato all’edizione attuale: difficile e talora un poco scivoloso impasto di distacco e di partecipazione, di tragedia e di dramma, di realismo e di astrazione, il tutto arricchito da intenzioni non sempre realizzate e da quel pessimismo attivo che fa dire a Miller - ed è uno dei temi di fondo del suo teatro: “La storia dell’uomo è un continuo rovesciare il determinismo attuale per far posto ad un altro determinismo più aderente ai mutevoli rapporti della vita “.
Uno sguardo dal ponte fu rappresentato per la prima volta in Italia nel gennaio del 1958 con una regia di Luchino Visconti salutata dalla critica come magistrale: protagonisti Paolo Stoppa, Rina Morelli, Marcello Giorda, Ilaria Occhini, Sergio Fantoni e Corrado Pani; le scene, particolarmente ammirate, erano di Mario Garbuglia.

Nell’ottobre del 1967, nove anni più tardi, Raf Vallone, che sempre nel 1958 era stato protagonista del dramma nell’edizione parigina allestita da Peter Brook, ha riproposto al pubblico italiano, con la propria regia, l’opera, avendo al fianco Alida Valli, Massimo Foschi, Lucio Rama, Lino Capolicchio e Delia Boccardo; scenografo Enrico Job.
Nel 1962 Raf Vallone fu anche protagonista dell’edizione cinematografica del dramma, per la regia di Sidney Lumet.

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