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E l'uomo incontrò il cane

Autore Lorenz Konrad

Da gennaio a marzo 1994 la traduzione italiana de “La vita segreta dei cani” ha avuto ben tre edizioni. Negli Stati Uniti l’originale ha riscosso un grande successo, che si è ripetuto in vari altri paesi. Quali sono i motivi dell’entusiasmo che ha accolto questo libro? Forse il giusto equilibrio tra “storie di vita vissuta”, che piacciono tanto, e analisi scientifica o perlomeno colta. Sicuramente, tra le cause del successo, c’è l’affetto con cui l’autrice parla dei cani, dei suoi cani. Non c’è il tentativo di essere oggettivi, nel senso di distaccati ed estranei. Elisabeth Marshall Thomas applica (consciamente?) il criterio che Konrad Lorenz dichiarava nella premessa al suo libro “L’anello di re Salomone”: “Per scrivere sugli animali bisogna essere ispirati da un affetto caldo e genuino per le creature viventi”, continuando: “Le verità dell’universo organico si impongono infatti sempre più al nostro amore e alla nostra ammirazione e divengono sempre più belle quanto più profondamente si penetra in ogni loro peculiarità”. Argomento del libro è la coscienza del cane, dice l’autrice nella prima riga. Un tema solitamente affrontato con cautele e distinguo, col timore di cadere nel peggiore dei peccati: l’antropomorfismo. La Marshall prende di petto questo pericolo, senza esitazioni. Credere che “soltanto gli esseri umani sono capaci di pensieri e emozioni” è assolutamente lontano dalla verità, “un mero strascico della dottrina cristiana sulla Creazione”. Non solo. È questa nozione, rifiutare la coscienza agli animali, che è antiscientifica, e non il suo opposto, perché “noi esseri umani abbiamo sviluppato la coscienza - se non vogliamo spiegare tutto con i miracoli - grazie alla nostra lunga evoluzione come mammiferi… Dopo tutto, pensieri ed emozioni hanno un valore evoluzionistico”. Così viene liquidato, semplicemente ma con argomenti forti e seri, questo timore. La Marshall non si vergogna di dichiarare il suo affetto, le relazioni che ha con i cani. Questo libro infatti parla proprio del legame che coinvolge osservatore e osservato; qualcosa in più, nel caso degli animali e di quelli d’affezione in particolare, della ricomposizione tra soggetto e oggetto. Oltretutto, ricorda la Marshall, i cani “dividono la nostra vita da ventimila anni,… il nostro mondo è il loro habitat naturale, e lo è sempre stato. Inoltre, poiché i loro antenati non erano affatto cani bensì lupi, i cani non sono mai esistiti in quanto specie selvatica. L’autrice comunque non si limita a raccontare fatterelli o episodi; il suo tentativo è stato quello di registrare la vita di un gruppo di undici cani, cinque maschi e sei femmine, dieci dei quali sono rimasti con lei per tutto l’arco della loro vita, per un totale di oltre centomila ore di osservazione. Il suo intento è “sapere cosa fanno i cani quando sono lasciati a sé stessi”. Certo questi animali non potevano comportarsi in modo del tutto naturale, dato che la loro padrona, e i lettori ne sono subito avvertiti, controllava spostamenti e riproduzione. Le femmine, dopo una o due cucciolate o anche subito, venivano sterilizzate. Questo potrebbe essere un buon insegnamento per la Lega del cane italiana, che riceve una quota dalle vendite del libro, e che non ha mai fatto una campagna per la sterilizzazione dei cani. Affascinano le avventure di Misha, il bell’husky ospite della famiglia dell’autrice, che da solo percorre tutta la città, attraversando con attenzione gli incroci ed evitando macchine e accalappiacani; impietosisce la difficile maternità di Koki, traumatizzata dai maltrattamenti subiti durante il suo lavoro come cagna da slitta; commuove la morte di Zooey, malato di reni. Lasciano un po’ perplessi invece il “matrimonio” tra Misha e la bella Maria, o il “miracolo” di Maria (con questo nome!) che riesce ad allattare un cucciolo adottato senza aver partorito. In certi momenti questo libro appare un po’ ingenuo, quasi racconto edificante e un po’ compiacente verso i cinofili. I cani sorridono, scrive la Marshall, con il loro sorriso specifico e anche imitando gli esseri umani. Tutti i padroni di cane acconsentiranno, entusiasti di aver trovato conferma a una loro impressione, per molti inconfessabile.
Nello stesso tempo però “La vita segreta dei cani” lascia trasparire, con leggerezza, riflessioni serie e importanti. L’interpretazione dell’importanza del gruppo sociale per i cani, per esempio, è molto interessante. Quando la Marshall racconta degli infanticidi che ogni tanto si verificano tra i suoi cani pensa ai Boscimani Ju/wa del deserto del Kalahari, in Sudafrica, con i quali aveva vissuto da giovane (così, minimizzando, comunica il proprio passato da antropologo). Se tra gli Ju/wa nasce un bambino che non può essere allevato perché in competizione con un fratello o una sorella ancora da svezzare, la madre lo uccide: “Anziché perdere entrambi i figli, la madre uccideva un neonato alla nascita, quasi come aveva fatto Koki”. Un paragone che può scandalizzare qualcuno, ma che riporta a un fatto essenziale. L’essere umano non è, non è solo, quello bianco, occidentale, civilizzato, colto, con linguaggio scritto e parlato e magari il computer. La storia della specie umana è molto più antica, e meno luminosa e lineare di quel che piace ricordare.
Tornando ai cani, non si può non parlare di “E l’uomo incontrò il cane”, un vecchio libro di Lorenz che ebbe un notevole successo e ancora oggi viene ristampato. Nel titolo originale c’è ‘Mensch’, che significa essere umano, ma il primo incontro descritto da Lorenz è proprio con l’uomo, maschio e cacciatore. Nel racconto, volutamente un po’ romanzato, si narra di quando gli antenati dei cani si accostarono all’uomo, molto e molto tempo fa, seguendolo e aiutandolo nelle battute di caccia. Non sono i lupi, come molti potrebbero pensare, ma gli sciacalli. Secondo il famoso etologo infatti quasi tutte le razze canine derivano dallo sciacallo, e solo alcuni cani nordici (samoiedi, chow-chow, esquimesi e pochi altri) hanno sangue lupino e neanche completamente puro. Lorenz si dilunga su queste diverse origini e sulle differenze di carattere che ne provengono. Tale concezione fu contestata e in seguito Lorenz stesso smussò un po’ la sua posizione a riguardo. Ma per il lettore non è questo l’aspetto più importante. Lorenz informa e dà spiegazioni scientifiche, ma nello stesso tempo tesse l’elogio del “miglior amico dell’uomo”, del suo affetto e delle sue capacità. Le descrizioni della fedeltà del cane sono tali da smuovere anche il cuore più duro, come gli appelli all’obbligo morale verso questo animale, spesso invece trascurato o abbandonato (l’abbandono non è frutto dei moderni!). Anche alla base di questo libro c’è il rapporto, la familiarità, e non manca una piccola polemica contro gli studi di laboratorio. Lorenz con i suoi animali ci vive e ci passa il tempo; per esempio per studiare il dingo ne fa allevare un cucciolo da una delle cagne di casa, osservandone attentamente il comportamento.
Tra l’altro, Lorenz dice che gli animali domestici non sono meno intelligenti di quelli selvatici e che il linguaggio umano è un mezzo espressivo più rozzo di certe forme di comunicazione tra animali. Egli però non intende sovvertire le gerarchie del mondo e insiste sulla posizione unica e più elevata che, tra tutti gli esseri viventi, occupa l’uomo (’Mann’ o ‘Mensch’? Dato il non troppo sottile maschilismo dell’autore, il dubbio è legittimo). Per avere una panoramica delle razze canine più diffuse c’è l’”Atlante delle razze canine. Una guida di riconoscimento”, chiaro e ben fatto come in genere sono i manuali della Franco Muzzio editore. Nella brevissima introduzione, nove pagine, Alberto Meriggi riesce a dare anche alcuni fondamentali consigli per la “manutenzione” del cane.
E chi non ama i cani? Deve leggere “Il gatto in noi” (vedi alla pagina seguente la recensione di Carlo Lauro), in cui William Burroughs dà un allucinato resoconto di come agisce il fascino felino. E una poco poetica spiegazione di come il cane si avvicin• all’uomo. Niente di eroico, altro che l’amicizia virile elogiata da Lorenz. I cani si avvicinarono agli accampamenti umani per nutrirsi delle feci. “Mangiatori di merda”, li chiama infatti con disprezzo Burroughs.