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Intervista ad Ennio Rega

"Scritture ad aria" é l'ultimo singolo di un artista inquieto e profondo.

Ennio Rega presenta il suo terzo lavoro a poco più di un anno dall’uscita di Concerie.

Scritture ad aria si compone di tre brani e contiene il videoclip a firma della The Mob.

Il singolo anticipa la pubblicazione dell’album omonimo di 11 brani prevista entro il 15 maggio ed è stato prodotto da Scaramuccia srl con distribuzione Egea.

Ho avuto la possibilità di raggiungere con una e-mail Ennio Rega e si è mostrato disponibile e sensibile come gli artisti del suo calibro.

L’intervista che segue si è rivelata piena di spunti interessanti ed è un insieme di tasselli che ricompongono in parte l’enigmatica e artisticamente complessa struttura di un artista unico nel suo genere.


 

Chi è Ennio Rega a questo punto della sua vita?

 

E’  più facile dire chi non sono o chi ero, non sono un tipo da comitiva né una pecora, non sono uno che ha messo una linea di confine alla fanciullezza né un appassionato di carta straccia della Zecca, ero entusiasmato dal mondo intorno (oggi sempre più ridicolo e traboccante di insulsa  illusione e megalomania).

Ennio Rega  è uno che da sempre fa della sua vita il massimo sacrificio per potersi permettere il lusso di sognare ad occhi aperti. Insomma non mi vanto né mi pento di aver buttato via il benessere dieci anni fa,  quando per  questa rischiosa avventura abbandonai una ben  avviata professione di architetto. Qui ci si nasconde dietro a un pianoforte, con  una canzone dopo l’altra, si tenta di dare risposte alle domande silenziose della gente, e si vive guardando ogni cosa fuori da noi.

Per essere più generoso dirò che sono un uomo timido e mai sottomesso, che pratico da sempre l’umiltà, che non amo parlare di me e ai complimenti reagisco con meraviglia e grande imbarazzo.

 Ennio Rega, come sempre, è un uomo estremamente fragile ecco, questo posso dire, pur consapevole delle sue carte,  resta un uomo fragile che, nel tentativo di non darlo a vedere, ha sbagliato vita varie volte. Dietro maschere sacrali ci sono sempre uomini fragili  oppure cattivi, nessuna via di mezzo. Se ti riferisci alla mia attività musicale nello specifico ti dirò che il tutto ha avuto inizio con continuità solo dal 2002, quando con una band si jazzisti ho iniziato a suonare il pianoforte in giro per locali e a partecipare a sporadici ma importanti eventi. In questi ultimi quattro anni mi sono fatto le ossa, forte di una  concentrazione che mi veniva dall’aver abbandonato definitivamente la precedente professione. Ma nella mia vita di prima ho aperto e chiuso brevi siparietti, dal Tenco al primo disco alle colonne sonore etc..

 

Nella canzone d’autore la musica non prescinde dai testi. Le parole delle tue canzoni hanno ora più che mai una “potenza che compie imprese inattuali”. E’ questa la naturale maturazione del tuo essere artista?

 

Come ho dichiarato più volte per me la forma “canzone d’autore” tout-court non esiste, ci sono gli autori da una parte e discografici imbecilli dall’altra. I cantautori italiani degli  anni 70 hanno proposto, sulla scia di Dylan,  Guthrie etc.. un tipo di canzone a me non affine.  Abbiamo guardato all’America ma avremmo dovuto evolvere il linguaggio musicale italiano innovato  da Modugno e pochi altri.  Non mi sembra che nella musica dei cantautori italiani degli anni 70 ci fosse una qualche riuscita innovazione. Così come le canzoni di Modugno, le loro cose si articolavano quasi sempre sui quattro  accordi “da spiaggia”, con la differenza che, De Andrè a parte,  Mister Volare ha partorito dei capolavori irripetibili, altroché.

Quindi direi, più che la naturale maturazione, è il mio naturale punto di partenza che cresce espandendosi a macchia d’olio e non verticalmente. Quando viene fuori un qualcosa che “funziona”, lo apprendo da labbra altrui. Una cosa l’ho capita: il talento lo si ha per grazia ricevuta e non è necessariamente eterno, se non curato opportunamente si può perdere irreversibilmente, insomma chi va con lo zoppo…..non ho potuto guardare Sanremo oltre una mezzora, perché cercando un senso tra le parole mi sono ritrovato a seguire passo passo i testi…ho avuto paura.

 

L’ispirazione parte da suggestioni improvvise. Hai l’abitudine di limare le tue canzoni all’infinito?

 

Mi succede di cambiare e ricambiare, ma non all’infinito e per fortuna approdo sempre a qualcosa di meglio. Per me funziona così: butto giù un idea a braccio senza cura della  forma e la tengo, in attesa di sottoporla alle uniche due ore di intelligenza rocciosa che Dio mi ha concesso: la mattina tra uno sbadiglio e l’altro, prima di ogni rito, in pigiama davanti al pianoforte. Troppe volte mi è accaduto la sera di ritrovarmi a suonare un abbozzo di canzone, in lacrime scosso da brividi di forti emozioni,  per poi  sorprendermi a cestinare tutto la mattina dopo.

Ci sono stati due casi però in cui ho scritto musica e testo in due ore…vado cercando invano le ragioni di tale rara fortuna. E’ accaduto con “Rerè” e “Geremia blue note”. In altri casi come “Vecchio casello” mi sono allargato in una decina di storie diverse sempre intorno a un casello ferroviario, in qualche caso si conviveva con fantasmi notturni in altri la coppia si separava etc..la suggestione ne converrai di un posto così,  è fortissima. Mi porto ancora nel naso l’odore delle lanterne ferroviarie (a palla, poste ai lati della massicciata),  a petrolio e stoppino, di quando viaggiando su un  accelerato con carrozze di terza classe,  fermo nella campagna di notte, aprivo lo sportello ed annusavo tutta la mia illimitata libertà. Come fai a buttare quegli attimi, ti ci affezioni e sono guai perché la canzone non decolla: troppe parole, e tu lì a tirargli il collo finché una mattina accetti la sconfitta e la metti da parte per un po’. Ci vai a riattingere col tempo. C’è tempo da avere, per porre momentanee distanze da ogni nuova creazione. 

 

Pensi che una legge come quella in Francia che impone una programmazione radiofonica in lingua francofona pari ad oltre il 60% del totale possa essere una soluzione da adottare in Italia per dare spazio anche alla musica d’autore?

 

Penso che non sia una buona cosa, contesto fermamente questa imposizione. La cultura deve essere libera, per crescere ha bisogno della creatività del mondo. Il rock non è inglese e gli italiani non sono melodici. La musica è una zona di frontiera che ha i confini dell’universo. Dovremmo pensare a una legge che imponga alle programmazioni radiofoniche, direttori artistici colti e appassionati e non in vendita. Nel bene e nel male questo iniquo conformismo  è un serpente che si morde la coda, un rotolare sullo stesso cerchio all’infinito, tutti infettati dalla stessa pandemia. Il vaccino ci sarebbe ma, volutamente non viene pubblicizzato. L’unico modo per dare più spazio alla “canzone d’autore”  è chiudere i battenti alla “canzone dell’inutile”. Prova a spiegare ai più ingenui e  sprovveduti, diseducati dai Festivalbar di turno, la differenza che c’è tra un “ti amo” d’autore ed un “ti amo” inutile, non ci riuscirai perché  non hanno più predisposizione all’ ascolto, dono di sintesi, e possono al massimo sentirti. Eppure è semplice, c’è un sola ragione per dire “ti amo” come  c’è un sola ragione per dire “va a fa ‘n culo”: una ragione intelligente. Le radio dovrebbero preoccuparsi di promuovere questo nuova ragione…rivedere lo stile anche degli spot pubblicitari di ristoranti e discoteche. Perché lo stile è diventato un falso problema!?

 

La tua musica così eterea e concreta allo stesso tempo si pone al di fuori dei canoni del successo oggettivo.

Lo scopo per te è scrivere o diventare inaspettatamente famoso?

 

Lo scopo è comunicare, cercare un “verso” profondo e commovente che sappia dare risposte all’uomo che  subisce più di altri l’indifferenza della società. Il fatto che la terra tra cinque miliardi di anni sarà una buia roccia vagante nell’universo non mi autorizza a sprecare la  vita in funzione di un  successo effimero. La fama di un artista dovrà  corrispondere solo alla sua bravura, alla sua ragione d’esserci, questa è l’unica finalità che inseguo in questo Paese di grandi artisti infrattati chissà dove.

Lo scopo del mio terzo album “Scritture ad aria” è quello di essere, più che  un’opera, una riflessione sull’opera. Se  in “Concerie” ho raccontato la storia,  facendo dell’ascoltatore uno spettatore, in  “Scritture ad aria” cerco di capire da chi sono partito e in chi altro mi sono inoltrato, in questo ripetersi perenne di una realtà globalizzata in cui la mente tace.  Cerco la mia identità nello specchio del pensiero logico e della poesia. Lo scopo quindi è riflettere, possibilmente da solo. Basta spegnere la televisione e andarsi a fare una passeggiata,  non c’è bisogno di sostituire la televisione con lo studio, basta andarsi a fare due passi.

La cultura di cui parlo è altro: aprire bene gli occhi, riesercitare il proprio diritto a pensare, a guardare cosa resta della “realtà”, fuori, per strada. Ecco in questo nuovo album voglio, guardando fuori allo sbaraglio, addizionare e sottrarre in me, per capire cosa resta “tra l’entusiasmo e la luna” del bambino che eravamo.

 

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