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Baby Kamikaze

Non c'è carcere per i genitori palestinesi che alimentano nei loro bambini il terrorismo suicida?

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Vi sono paesi dove i bambini diventano non solo soldati, ma sacrifici umani che uccidono senza pietà altri bambini, donne, anziani. Parliamo dei bambini Kamikaze palestinesi. Vengono addestrati nelle moschee o in centri fondamentalisti di Hamas, dalla Jihad islamica o dalle Brigate dei Martiri di Al Aqsa.

Durante un talk show, un presentatore televisivo ha intervistato due bambine di 11 anni, dall’aria disinvolta, chiedendo loro “Voi descrivete il martirio come qualcosa di bello. Pensate che lo sia?”

Risposta di una delle due bambine (Walla) “La shahada (il martirio) è molto, molto bella. Tutti desideriamo la shadada. Cosa ci può essere di più bello che andare in Paradiso?”

Risposta di Yussra: “Certamente. Noi non desideriamo questo mondo, ma la vita oltre la morte. Ogni bambino della nostra età deve pregare -O Signore, vorrei diventare un martire-”

Il terrorismo suicida coltivato dai bambini palestinesi, spesso viene alimentato persino dai genitori.

Molti baby kamikaze sono morti saltando per aria con le loro cinture imbottite di esplosivo o lanciandosi in azioni con lo scopo di uccidere più ebrei possibile e praticando la shahada. Sono innumerevoli gli episodi che hanno visto protagonisti e vittime i bambini palestinesi.

Aldo Forbice

La foto sopra e quella che segue sono immagini sconvolgenti e non le pubblichiamo per soddisfare il gusto del macabro ma perchè si possa capire fino a fondo il martirio sacro. Molti genitori( come la madre sopra) immolano i figli, preparandoli fin dalla nascita alla shahada.

Per comprendere meglio il Martirio:

Per l’Islam Shahada è uno dei cinque pilastri del credo insieme a

Salah (preghiera cinque volte al giorno)

Zakat (carità verso i più poveri e generosità)

Sown (digiuno fino a sera nel periodo del Ramadan)

Hjj (pellegrinaggio alla Mecca in Arabia Saudita- dove è custodita la pietra nera sacra- da compiere almeno una volta nella vita)

Per comprendere il significato di Shahada (che traduciamo come Martirio) dobbiamo rifarci al significato letterale facendo riferimento alla radice verbale araba che significa “vedere” “essere testimoni”, “diventare un modello”.

Uno shaid è comunque una persona che vede e che testimonia la verità ed è pronto a dare la sua stessa vita per essa. In questo modo sacrificando la propria vita per la verità egli diviene un modello da seguire.

Il musulmano non teme la morte. Il musulmano appartenente alla corrente integralista oltre a non temerla la cerca per tutta la vita e se fa parte degli “eletti” diviene martire.

La società palestinese promuove attivamente la convinzione religiosa che la divinità voglia la morte del credente.

Abbiamo tradotto le parole di una canzone popolare in un video rivolto a bambini, trasmesso centinaia di volte dalla televisione dell’Autorità Palestinese (è con questi metodi che si “indottrinano” i più piccoli) che parla della sete della terra per il sangue dei bambini.

Dice: “Com’è dolce il profumo degli shahid (martiri) com’è dolce la fragranza della terra, la sua sete si placa con il fiotto del sangue che sgorga dai giovani corpi”

“Non essere triste caro padre e non piangere per me” dice uno spot molto popolare in cui si vede il bambino prima e mentre un attore soldato lo uccide “mi sacrifico per il mio paese con desiderio e determinazione”

Video-clip e cartoni animati mostrano bambini belli e felici che giocano in paradiso circondati, da animali, vegetazione e ruscelli dopo essere stati immolati.

La convinzione che la divinità sia assetata del sangue umano come un tributo ed un sacrificio affonda le sue radici in credenze ancestrali.

Nella Bibbia possiamo leggere “Sacrificavano agli dei i loro figli e le loro figlie (Dt12)”

Alle madri palestinesi è stato insegnato a desiderare la morte per Allah dei loro figli. E’ stato sconvolgente sentire una madre che recentemente dichiarava alla TV dell’Autorità Palestinese perchè aveva esultato dopo il martirio del figlio. “Una madre grida di gioia perchè ella vuole che il figlio compia il martirio. Egli così diviene un martire per Allah l’onnipotente. Io volevo il meglio per mio figlio, una madre non può desiderare che il meglio per i propri figli!”

Ai musulmani in Palestina viene insegnato o meglio inculcato attraverso un’insistente e pressante indottrinamento ( in termini più semplici “lavaggio del cervello”) che “a colui che invoca sinceramente il martirio Allah garantisce la sua ricompensa e tutti i suoi peccati sono perdonati; dal primo fiotto di sangue egli sarà esentato dai tormenti del Giudizio Divino. Infine si unirà a settantadue giovinette dai profondi occhi scuri e sul suo capo sarà posta una corona che vale più di ogni pietra preziosa che c’è sulla terra.”

Capire ad ogni costo: una ricercatrice, che desidera rimanere anonima, trascorre tre giorni con la famiglia di un ragazzo martire palestinese che si è fatto espodere a Gaza.

Cosi inizia il suo racconto:

“Una sera di fine Maggio attendo in un taxi parcheggiato su una piazzola ai margini di una strada buia e polverosa della striscia di Gaza, finchè mi accorgo dei fari lampeggianti di un’auto. Scende un uomo mascherato: è il comandante di una piccola cellula delle brigate dei Martiri di Al Aqsa. L’intermediario nelle settimane precedenti l’incontro ha detto lui che desideravo, trascorrere qualche giorno con loro per capire e far conoscere al mondo la verità sui martiri di Allah.

Il comandante con toni fermi ma cortesi mi chiede di mettermi una benda sugli occhi e di sdraiarmi sui sedili posteriori della Mercedes. “Non vogliamo che le accada niente, la sicurezza prima di tutto”

….dopo aver conquistato la loro fiducia vengo presentata a Yunis un giovane di 27 anni, laureato in arti figurative, che si sta preparando per una missione suicida. Non si sa se tra pochi giorni o tra qualche settimana. Con il volto coperto mi parla dei quadri di Michelangelo, di Leonardo e di Picasso. Cerco di dissuaderlo in maniera indiretta, senza dar troppo nell’occhio…ma lui continua a parlarmi

“Siamo gente istruita, non siamo terroristi come ci definiscono, lei dovrebbe far capire al mondo che i nostri non sono semplici omicidi a sangue freddo.Questa dovrebbe diventare la sua missione, è importante quanto la mia. Il mondo lo chiama terrorismo io autodifesa. Nel compiere la mia missione adempierò a due obblighi: uno verso il mio Dio l’altro per difendere me stesso ed il mio paese.”

Poi si accende una sigaretta e dice che la vita è preziosa. Preferirebbe fare gite al mare, partecipare a feste e riunioni di amici e famiglia. “Ma questo non è possibile perchè viviamo sotto l’occupazione. Per ottenere la libertà occorrono sacrifici”

Anche il comandante, di cui non ho visto il viso, è un uomo istruito…ringhia contro gli insediamenti israeliani, le detenzioni per motivi politici e le restrinzioni di libertà di movimento di centinaia di palestinesi nei loro territori.

Hamad il secondo aspirante kamikaze, studente ventenne conserva le chiavi della casa di sua nonna a Jaffa dalla quale l’intera famiglia era stata cacciata. Mi mostra le foto delle sue viti e del suo mare. E’ stato il rancore per l’umiliazione inflitta alla sua famiglia a spingerlo verso il martirio.

La religione è stato un argomento costante, si guardavano anche le cassette delle registrazioni dei precedenti martiri. Le perdite venivono espresse in maniera puramente numerica. Anche se tutto ciò era profondamente doloroso, non era il caso di mostrare, almeno esternamente, alcun tipo di sentimentalismo.

Poi si parla di Mohammed Farhet, di 17 anni, si è fatto esplodere un anno fa…

La madre presente quel giorno insieme alla sorella, guardandomi mi dice “Non ho il cuore di pietra come pensi, per mio figlio ho pianto un mese intero, prima del martirio…quando ho saputo che era tra gli eletti. Piangevo tutte le volte che lo vedevo. Ma gli ho detto che le mie lacrime non dovevano impedirgli di compiere la sua missione. Per tutto quel periodo l’ho guardato come facevo quando era bambino. Non ho il cuore di pietra ma ero pronta a sacrificarlo per qualcosa di più prezioso e sacro della nostra vita terrena.”

Ed aggiunge che suo figlio prima di farsi esplodere ha avuto qualche attimo di esitazione, infatti l’ha chiamata al cellulare per chiederle consiglio “Sta in guardia figlio mio, ricordati di Dio e ripeti i versetti del Corano, solo così troverai la forza, concentrati sul compito che ti è stato assegnato, cogli il momento. Che Iddio ti aiuti a farcela e tu possa diventare un martire come meriti. Non esitare e colpisci più duro che puoi contro il nemico” Queste le ultime parole per il figlio….Poi la donna spenge il telefono e si mette di fronte al televisore in attesa delle notizie sull’attentato che il ragazzo doveva compiere temendo che potesse essere ferito ed arrestato e privato così dell’aurea del martire a cui aspirava.

Tratto da “Il ragazzo-bomba” di Giorgio Marandola corsista Cepic anno 2004 (Centro Europeo psicologia e criminologia)

Il ragazzo indossa una cravatta per l’occasione. Forse la camicia è nuova. Pantaloni puliti, ben rasato, il lungo bagno lo ha reso liscio come uno sposo. Entra nel bar, o sull’autobus, o nel centro commerciale, sicuro quanto lo consentono i suoi nervi. Sotto la camicia ha una cinta, larga otto pollici, con sei passanti per i sei candelotti di dinamite o i sei panetti di tritolo. Un filo passa dentro i pantaloni fino all’interruttore. Basta un tocco, soffice, magari dopo un’ultima preghiera, e il ragazzo esplode, la sua anima vola verso il paradiso, e porta con sé un carico variabile di altre vite, innocenti.

Giovani come lui, che vanno a scuola, o signore impegnate a scegliere la frutta, o passanti distratti, in anticipo, o ritardatari, sugli autobus di Gerusalemme, alla fermata di Ashkelon, davanti al Mc Donald e Benetton, giù a Tel Aviv.

E’ successo, e tutti sanno che accadrà ancora.

Una certezza macabra, celata nel cuore, accompagnata da una inquietudine quotidiana, resa tangibile e palpabile dall’atteggiamento morbido e permissivista della comunità internazionale nei confronti dei “picciotti” del carnefice Yasser Arafat.

Prima del momento della deflagrazione , la preparazione è stata meticolosa. L’aspirante suicida non è sempre un volontario, i dirigenti temono le infiltrazioni, danno poco spazio a chi si autocandida. Il kamikaze appartiene ad un piccolo gruppo scelto di esaltati, la cui fedeltà sia stata riconosciuta dai superiori e dagli sceicchi.

E’ generalmente celibe, di età compresa tra i 18 e i 27 anni e viene principalmente da Gaza, spesso reduce da lunghe pene detentive nelle carceri israeliane.

Ma “la situazione personale e l’indottrinamento religioso - ritiene il dottor Mustapha Masri, che lavora a Gaza nell’unico centro psichiatrico - non dicono che una parte della storia”. Il fanatismo da solo non basta. Questi giovani sono il prodotto disperato di una intera epoca contrassegnata dalla violenza. C’è il desiderio di vendetta, sicuramente. E la volontà di emulare altri coraggiosi. Ma soprattutto c’è l’aspirazione ad esser purificato da ogni colpa precedente, vera o presunta.

I selezionatori osservano i potenziali suicidi, li mettono alla prova con azioni militari in cui si mette a repentaglio la vita. Diventano i loro mentori, istruttori e padri spirituali.

Uno di loro, racconta un suicida mancato, li faceva stendere in una fossa e li copriva con una lamiera, lasciandoli sotto per molto tempo.

Così, diceva, imparate a familiarizzare con la morte.

Una volta scelto, il ragazzo viene sottratto al mondo, e vive per alcuni giorni in completa simbiosi con il suo capo.

Da lui ascolta gli ultimi sermoni, con lui recita le ultime preghiere.

Lì nel nascondiglio finale, impara la tecnica scelta per l’occasione, senza sapere ancora né dove né quando.

L’ultima sera, o addirittura il mattino stesso, i suoi accompagnatori gli forniscono l’esplosivo che è stato introdotto per altre vie, tenuto nascosto in un luogo sicuro.

Infine dopo i rituali di purificazione, lavato e sbarbato per essere un perfetto shahid, un martire al cospetto di Dio, viene accompagnato sul luogo dell’operazione. Scende da una macchina e prende l’autobus. I suoi complici si allontanano rapidamente, raggiunti soltanto dal tuono sinistro dell’esplosione.

Più di due dozzine di palestinesi hanno sinora compiuto il supremo sacrificio, uccidendo circa 200 persone, e le esplosioni hanno scavato un cratere immenso al centro del processo di pace, facendo saltare il nocciolo duro della speranza, terra in cambio di sicurezza…