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In carcere i tossicodipendenti si disintossicano?

In carcere i detenuti tossicodipendenti non fanno uso di sostanze stupefacenti e si disintossicano forzatamente? E' un'illusione.

In carcere la droga circola e circolano sostanze diverse, spesso droghe pesanti.

Nonostante i controlli a cui tutti i visitatori, operatori sociali, medici e personale sono sottoposti.

Un’indagine nelle carceri del Nord Italia (la riferisce la LILA-la lega italiana per la lotta contro l’AIDS) denuncia che oltre il 40% dei tossici ha fatto uso di eroina in carcere. Mentre il 7% si è bucato per la prima volta in galera.

Spesso per assumere stupefacenti i detenuti oltre che le siringhe usano l’anima della biro, questa pratica causa la diffusione del contagio di HIV.(anche se secondo le statitistiche la diffusione dell’HIV nelle carceri italiane, negli ultimi anni è in diminuzione)

Proprio per la facilita di procurarsi la sostanza molti tossicodipendenti dichiarano di preferire la galera alla comunità dove, può sembrare un paradosso, sotto questo punto di vista gli internati sono più controllati rispetto a certi istituti penitenziari.

Da Reuters.com dell’11/06/2004

ROMA - Rifornivano di droga i detenuti del carcere capitolino di Regina Coeli, utilizzando parole in codice come “caffé” e “zucchero” per eludere i controlli.

Con questa accusa i carabinieri - che ne danno notizia - hanno arrestato nove persone tra cui due agenti penitenziari, e ne hanno denunciate altre dieci per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti.

L’operazione - denominata “Carbone” perché l’arresto della prima guardia carceraria avvenne nel giorno dell’Epifania - ha consentito di individuare il gruppo di rifornimento e sgominare una centrale di spaccio gestita presuntamente da un intero nucleo familiare - marito, moglie, suocera e cognato - che è stato tratto in arresto.

Secondo quanto riferito dai carabinieri, il traffico in carcere era gestito da due detenuti che prendevano le “ordinazioni” e poi le trasmettevano alle due guardie carcerarie, che si rifornivano dalla banda nel quartiere Bastogi.

Gli arrestati - oltre al nucleo familiare e alle guardie carcerarie anche i due detenuti e un pregiudicato che faceva parte della banda - usavano nomi in codice per la droga: “caffè” per l’hashish, “zucchero” per l’eroina e “farina” per la cocaina.