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Le prigioni dell'antico castello di Lari

Il castello di Lari, in provincia di Pisa, risale al 1200. In questa sede veniva amministrata la giustizia, era sede del tribunale e nei sotteranei erano ubicate le carceri e la sala delle torture dove i condannati venivono giustiziati. Questo luogo rimane a ricordare gli orrori commessi dalla Chiesa e dagli uomini contro i propri simili, la santa inquisizione e le sue assurde condanne; come quella inflitta ad una donna che curava con le erbe accusata di avere una relazione con il demonio. Il Papa, recentemente, in un gesto di grande umiltà, ha chiesto perdono, facendosi carico di tutti gli errori commessi nel passato.

Il Castello adesso è proprieta del Comune di Lari ed è aperto al pubblico.

E’ stato ristrutturato e trasformato in un museo. Le prime sale che si visitano sono quelle del Tribunale dove, fra gli altri, fu processata una donna, Gostanza di Libbiano, accusata di stregoneria. Si prosegue poi verso la sala dei tormenti dove i detenuti venivono condotti per essere torturati o giustiziati.

Vicino alla sala dei tormenti si trovano le celle del carcere, anch’esse luogo di tormento. Qui i detenuti avevano a disposizione solo un tavolaccio di legno sul quale stendersi ed un’po di luce filtrava attraverso le grate delle finestre posizionate in alto sul soffitto.

Ma erano le celle dei sotteranei a raccontare l’orrore.Qui, infatti erano reclusi i detenuti peggiori, al buio ed al freddo in quelle nicchie scavate nella pietra umida che si allagavano quando cadeva la pioggia.

I detenuti erano spesso legati alle caviglie con due grosse catene assicurate alla parete.

Fonte: Associazione culturale “Il Castello” P.zza del Castello 1 Lari (Pi) Per informazioni tel 0587684126

La leggenda: Il fantasma del Rosso della Paola

Nel castello di Lari i detenuti venivono incarcerati e tenuti in condizioni estreme, torturati, processati e condotti a morte.La stessa sorte doveva essere condivisa anche da Giovanni Princi detto il Rosso della Paola, incarcerato per le sue idee politiche, che oggi verrebbero definite di sinistra.

Qui fu imprigionato e qui trovò la morte suicidandosi, impiccato alle inferriate della sua cella. Ma le ragioni della morte non furono mai chiarite.

Sul corpo aveva inequivocaili segni di percosse e fu ipotizzazto che fosse stato torturato ucciso e poi il corpo privo di vita appeso alle inferriate della sua cella per simulare un suicidio per impiccagione. Queste furono solo ipotesi…ma c’è chi dice che il fantasma del Rosso della Paola inquieto continua a farsi sentire tra quelle mure intrise di sofferenza, manifestandosi con colpi nei piani superiori, non visitabili perchè non ristrutturati. Forse per reclamare quella giustizia che non ha avuto in vita.

La santa inquisizione e le sue assurde condanne:

a morte una donna che curava con le erbe accusata di avere una relazione con il demonio.

Gostanza viene arrestata una mattina di novembre dell’anno 1594 all’età di circa 60 anni. E’ vedova ed abita a Bagno a Acqua, l’attuale Casciana Terme in Toscana.

Conosce l’arte di curare con le erbe, a lei ricorrono molte persone ed aiuta a partorire ed a far nascere i bambini. Per farsi medicare e curare da lei vengono da molto lontano oppure mandano qualcuno a prenderla.

Un giorno muore un giovane che Gostanza aveva tentato di guarire, per questo non solo viene accusata di averlo ucciso ma anche di eseguire pratiche poco chiare e di avere una relazione con il demonio.

La prima parte del suo processo si svolge sotto la responsabilità di un monsignore che godeva a quel tempo della fiducia sia da parte del potere statale che di quello religioso.Egli si reca a Lari dove interroga, nel palazzo dei Vicari, alcuni testimoni, ed il giorno successivo la stessa Gostanza da Libbiano che qui viene condotta e rinchiusa nelle carceri. Sin dal primo interrogatorio emergono dati rilevanti sulla storia della donna e sulla sua attività di levatrice e di guaritrice.

Agli interrogatori seguono le torture per estorcere alla donna delle confessioni sulla sua presunta relazione con il demonio.

Gostanza da prima nega, ma poi scioccata dai suoi accusatori e dai continui maltrattamenti, finisce per convincersi lei stessa di essere l’artefice del maligno e stanca delle torture inizia ad ammettere ogni cosa gli viene imputata, forse con la speranza di fermare la mano del suo carnefice. La situazione e le accuse vengono aggravate anche da chiacchiere, ripicche e gelosie di donne del suo paese.

Per fortuna dopo svariate torture fisiche e morali l’inquisitore generale, uomo di più aperte vedute la salva dalla condanna a morte e la proscioglie dall’accusa di stregoneria con questa sentenza

di non tornare più alla sua casa, ne si accosti a tre miglia a quei contorni, sotto pena del carcere e della frusta; sotto le medesime pene le vien proebito di medicare uomini, donne o bestie in alcun modo; le viene imposto di dire inoltre dove va ad abitare, affinche si possa osservare la sua vita per l’avvenire”

Ls

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