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Nawal Saadawi: l'ostinazione delle donne

Sociologo, scrittrice, medico, ricercatrice e studiosa. Nata e vissuta in Egitto ha combattuto per anni per i diritti umani delle donne e contro il governo egiziano repressivo. Viene incarcerata quando inizia a criticare apertamente ed aspramente la politica del Presidente egiziano Sadat. In carcere non si arrende e scrive l'opera che diventerà poi così famosa in tutto il mondo da essere tradotta in dodici lingue. "Memorie dal carcere delle donne" E' questa la traduzione letterale del titolo del libro. In prigione si rifiutano di fornirle carta e penna per scrivere ma lei non si scoraggia ed usa fogli di carta igienica e la matita kajal per gli occhi.

 

Nasce nel 1931 a Kafr Tahla, un piccolo villaggio rurale a qualche Km dal Cairo.

 La sua pur essendo all’apparenza una famiglia numerosa tipicamente egiziana in realtà non è molto tradizionalista. Il padre insiste per offrire a tutti i suoi figli (sono otto ) comprese le figlie femmine un’istruzione.

Nawal descrive il padre come un uomo non autoritario, mite e ragionevole, la madre come una potenziale rivoluzionaria, le cui ambizioni ed idee, erano con buone maniere, costantemente soffocate dal marito ed infine appare spesso nei suoi ricordi l’immagine di Sittil Hojja, la nonna paterna, straordinario personaggio: una contadina analfabeta che non ha paura di niente e che nell’Egitto feudale degli anni 30 si mette a schiaffeggiare il capovillaggio.

Malgrado le limitazione imposte in quegli anni in Egitto alle donne dall’autorità religiosa, Nawal riesce a frequentare l’università del Cairo ed a laurearsi brillantemente nel 1955 in psichiatria.

Si sposa con Sherif Hetata, anch’esso psichiatra ed aprono uno studio insieme al Cairo. Il marito, aderente ad un partito dell’opposizione condivide le idee politiche di Nawal e per questo viene arrestato e recluso per tredici anni nel carcere di massima sicurezza del Cairo.

Nawal viene arrestata  dopo  la notorietà del  suo libro “Le donne ed il sesso” (il testo tratta i taboo imposti dalla religione alle donne e temi più gravi quali l’infibulazione e le conseguenze fisiche e psicologiche) Viene considerato da subito un “libro nero”, discutibile e pericoloso.

Tornata alla libertà dopo l’uccisione del Presidente egiziano Sadat vuol far conoscere la condizione delle recluse nelle carceri egiziane ed oltre a scrivere diverse pubblicazioni fonda “l’associazione internazionale di solidarietà per le donne arabe” che coordina fino ai giorni odierni.

Adesso dichiara sorridendo:

Niente di più pericoloso, per una donna che vive nel mondo in cui io mi trovo, della verità.

Potevo scegliere tra due strade: una era quella di accettare servilmente la mia condizione di donna in un mondo che rifiuta la donna come essere umano, l’altra strada assai più difficile è stata quella che ho scelto e cioè studiare, ricercare e poi prendere una penna e scrivere. Quella penna e quel pezzo di carta e sopratutto le mie idee mi sono costate anni di galera.

Niente è più pericoloso della conoscenza e del sapere in un mondo che costringe la donna a vivere nell’ombra.

In Bangladesh, in Egitto, in Africa, non immaginate ragazze che cosa può accadere a coloro che decidono di dichiarare pubblicamente realtà scomode, o scrivere un articolo “scomodo”. Sono stata in prigione per aver scritto un articolo. Appena un articolo.

Il Presidente Sadat era furioso, dopo averlo letto. Mi ha messo in prigione.

Non sono stata offensiva nei suoi riguardi. Non erano calunnie le mie. Stavo scrivendo scientificamente, obbiettivamente. Analizzavo la sua politica che rovinava la nostra economia, aumentando la voragine tra ricchi e poveri. Sadat incorraggiava apertamente il fondamentalismo islamico. Era furioso quando ha letto ciò che ho scritto. Ho espresso un’opinione e mi è stata rubata la libertà. Adesso più che mai, ora che io e mio marito siamo liberi, vogliamo cambiare le cose.

Sto cercando di andare oltre la mia nazionalità, sto traducendo le mie opere nelle lingue indigene, voglio incontrare le donne del Bangladesh, del Pakistan. Dobbiamo unire le forze noi uomini e donne di tutto il mondo, dobbiamo andare oltre la religione. Ecco perchè viaggio, partecipo ai congressi internazionali, incontro persone diverse ma poi torno in Egitto e vivo in Egitto. Dobbiamo conoscere il mondo, aprire la mente all’esterno ma lavorare per il bene del nostro paese.

All’università del Cairo, dove insegno, dico ai miei allievi di non lasciare l’Egitto. E’ necessario lavorare localmente per il bene del nostro paese, scrivere localmente, bisogna combattere qui per la libertà.”

Nawal Saadawi è stata liberata  ma a causa delle sue lotte per i diritti umani delle donne e dei più deboli la sua vita è costantemente minacciata dai gruppi islamici integralisti egiziani.

La traduzione, (approssimativa poichè non è semplice tradurre da una lingua ricca di espressioni come l’ arabo) della prima pagina del libro “Memorie dalle prigioni delle donne”

L’arresto:

“Ho sentito bussare alla porta. Ero seduta davanti al piccolo scrittoio di legno della mia camera da letto, completamente assorbita dalla scrittura del mio nuovo romanzo. L’orologio al mio polso indicava le tre. Era Domenica pomeriggio del 6 settembre 1981. Continuavo a scrivere, ignorando quei colpi alla porta. Forse era la vicina o il lattaio. Ma i colpi continuavano incessanti. Infastidita mi sono alzata e diretta verso la porta. Dagli stipidi di vetro opaco intravedevo molteplici ombre lunghe e nere. Un brivido mi attraversava: ero sola in casa. Ladri, forse. Ma i ladri non bussano alla porta. Con agitazione e mani tremanti ho aperto gli stipidi di vetro ed ho guardato attraverso le inferriate. I miei occhi sbalorditi hanno scorto tantissimi uomini con baionette e fucili che mi osservavano con occhi taglienti. “Apra…”

Un sogno, forse? Stanchezza che fa si che la realtà  si mescoli all’immaginazione? La mia mente non accettava di credere a quello che stava succedendo. “Mi state arrestando?” -mentre mi sembrava di precipitare in un pozzo- “No, ci segua le faranno appena qualche domanda e la riconduranno alla sua abitazione”

Invece mi stavano portando in un carcere di massima sicurezza dall’altra parte del Cairo”

“La mattina dopo ho aperto gli occhi ed ero in prigione, con i muscoli indolenziti per una notte trascorsa su una branda…. In quel momento ho preso una ferma decisione “Vivrò in questo posto come in qualsiasi altro luogo”  Era un decisione insana perchè già mi sentivo estranea alla realtà, che rimaneva fuori da quelle pareti, da quelle innumerevoli porte di ferro…”

 

Un’articolo di Giuliana Sgrena scritto nel 2001 all’epoca dell’esilio di Nawal Saadawi e del marito Sherif in Olanda

La Sadawi nuovamente incriminata, dopo l’arresto ai tempi del presidente Sadat, perchè ribadisce tramite un’intervista ad un settimanale arabo le sue convinzioni: “Il velo non è obbligatorio, qui gli uomini sono ossessionati dal sesso”. Il marito Sherif commenta “Nawal saprà far fronte a questa nuova questione: è ormai abituata a battaglie del genere”

Dal Manifesto  di Giuliana Sgrena

Questa volta nel mirino degli integralisti egiziani è finita Nawal El-Saadawi.

 La nota scrittrice femminista egiziana che da una vita - è ora settantenne - si batte per i diritti delle donne contro una visione fondamentalista dell’islam finirà sotto processo per eresia.

 Lo ha deciso il procuratore generale, al quale spetta la decisione di dare seguito a una querela per apostasia, dopo l’approvazione nel 1998 - per arginare le accuse contro intellettuali - di un emendamento alla legge che permetteva agli individui di intentare causa per eresia, nota come hisba.

Ad avviare il procedimento è stato il noto avvocato integralista, Nabih el-Wahsh, che ha inviato al procuratore la richiesta di incriminazione di El-Saadawi con l’accusa di “derisione dell’islam e ridicolizzazione dei suoi principi fondamentali”.

 Non solo, ha chiesto al marito di Nawal di divorziare dalla moglie in quanto apostata. Una prassi già utilizzata contro il professore di studi islamici Nasr Hamed Abu Zeid, anche lui accusato di apostasia e per questo la corte del Cairo, nel giugno 1995, aveva imposto alla moglie il divorzio.

Da allora la coppia vive in esilio in Olanda.

 Il caso Nawal El-Saadawi è nato da una intervista che la scrittrice ha concesso al settimanale Al-Midan, all’inzio di marzo, nella quale ribadiva alcuni pilastri della sua battaglia femminista

. Nawal El-Saadawi, in base alla sua interpretazione progressista dell’islam, sostiene che il velo non è obbligatorio, contrariamente a quanto afferma la maggior parte degli studiosi dell’islam che, secondo la scrittrice, “sarebbero ossessionati dal sesso”.

Tra le affermazioni incriminate vi è anche quella che definisce il pellegrinaggio alla Mecca - uno dei cinque pilastri dell’islam - come vestigia del paganesimo. Ma ha anche attaccato la legge islamica sull’eredità, in base alla quale le donne ereditano la metà di quanto spetta ai maschi.

 Una legge che dovrebbe essere abolita secondo El-Saadawi, visto che - sostiene - il 35 per cento delle famiglie egiziane dipendono dal reddito di una donna.

Le prime accuse, dopo la pubblicazione dell’intervista erano arrivate dal gran mufti egiziano, Sheikh Nassr Farid Wassel, che ha inviato una lunga lettera al settimanale accusando Nawal El-Saadawi di eresia e di “porsi al di fuori dell’islam”.

Anzi, prima della pubblicazione, il mufti avrebbe ascoltato i nastri dell’intervista e avrebbe chiesto alla scrittrice di ritirarla. Lei si sarebbe rifiutata, ma ha accusato il giornalista di aver travisato le sue risposte nelle quali si limitava a ribadire fatti storici.

La miccia era comunque innescata: al giornale venivano inviate lettere infuocate, una di quelle pubblicate sosteneva che “bisogna far saltare la testa di El-Saadawi con un colpo d’ascia”.

 La stessa pena veniva invocata dall’avvocato integralista El-Wahsh che l’ha denunciata. A sorprendere la scrittrice, che si trova in Europa, non è tanto la denuncia dell’avvocato “mentalmente disturbato”, ma la decisione del procuratore

.Il marito Sherif Hetata, si è detto comunque sicuro che Nawal dopo il suo rientro in Egitto saprà far fronte alla questione, perché “è abituata a simili battaglie”.

Certamente questa decisione viene letta da molti come una licenza di uccidere. Nawal El-Sadawi, autrice di molti libri tradotti in numerose lingue, anche in italiano, ha pagato duramente il suo impegno a sostegno dei diritti delle donne e contro l’infibulazione.

 La circoncisione, quando avevo sei anni, è la cosa più dolorosa che ho dovuto subire, racconta in una sua autobiografia: “Da quando ero bambina, questa profonda ferita inflitta al mio corpo non si è mai rimarginata…”.

I suoi libri che denunciano l’oppressione della donna sono stati spesso banditi dalla fiera del libro del Cairo, tanto che spesso ha dovuto pubblicarli in Libano. Mentre per le sue attività politiche era già stata incarcerata nel 1981, ai tempi di Sadat.

 

Tra i trenta libri  pubblicati da Nawal Saadawi:

“Women at Point Zero”

“L’innocenza del diavolo”

“Memoirs of a woman doctor”

“Camminando attraverso il fuoco”

Il titolo del libro si ispira ad una frase che la madre della scrittrice era solita pronunciare e che la riguardava: “Getta Nawal nel fuoco e ne uscirà illesa”

ed infine la l’autobiografia “La figlia di Isis: la colpa di essere nata donna”

per mezzo della quale dichiara di aver avuto una vita più che difficile a causa della sua testardaggine ma allo stesso tempo di essere scampata al triste destino delle donne arabe: quello di diventare spose sottomesse all’età di 11 anni e di sfornare figli per il marito. Nawal, come ammette più volte è divenuta un medico ed una scrittrice affermata, nonchè donna realizzata grazie all’atipicità della sua famiglia di origine (la disgrazia di zie e parenti e la vergogna del vicinato) Sono tanti gli annedoti con cui amorevolmente descrive la famiglia: il padre che definisce “illuminato” perchè pulisce l’insalata, apparecchia e lava le stoviglie, la madre che la difende sempre e che ne condivide le idee e la incita con la frase “butta Nawal nel fuoco e ne uscirà indenne” ed infine il marito straordinario che la sostiene per una vita intera.

 

 

 

 

 

 

  

 

 

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