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"Sulla mia pelle" di Valerio Jalongo

Il regista del film, che conosce a fondo il carcere perchè ha lavorato a Rebibbia tenendo per due anni un seminario di scrittura creativa rivolto ai detenuti, dichiara: "Lavorare in carcere è difficilissimo. Occorre superare due barriere: il sospetto dei detenuti ed il tentativo di scoraggiamento da parte delle strutture. Spesso sei considerato un fastidio."

 

Tony Zanchi non ha più nulla. Aveva una vita, anche una famiglia, ma dopo anni passati in una cella, non gli resta più molto. Ora, però, è pronto per la riabilitazione: il suo è un regime di semilibertà. Ma si può essere semiliberi?

 

La vita di Tony, che lavora in un caseificio e dorme in galera, si va trasformando in una quotidiana corsa dietro all’orologio, in cui ogni dettaglio è definito per legge nel piano di trattamento firmato dal giudice di sorveglianza: la burocrazia tiranneggia ogni secondo della sua esistenza.

 

Venerdì prossimo sarà nei cinema “Sulla mia pelle”, il film di Valerio Jalongo, interpretato da Ivan Franek (doppiato da Fabrizio Gifuni) e Donatella Finocchiaro. Un’altra storia di carceri, forse perché, come dice il regista, “dietro le sbarre il concetto di libertà si fa più limpido”. E Valerio Jalongo, Rebibbia, l’ha frequentata davvero. Grazie all’articolo 17 che consente di entrarci a fini educativi, per tre anni ha collaborato con i detenuti e ha guidato un seminario che si chiamava LiberaMente. Insieme, scrivevano delle storie: lui il suo film, loro quello che vivevano. In poche parole, si aiutavano.

 

“Lavorare in carcere - ammette Valerio Jalongo - è difficilissimo. Occorre superare due barriere: il sospetto dei detenuti e il tentativo di scoraggiamento da parte delle strutture, che fanno di tutto per non incentivare questo tipo di attività, perché per loro è un fastidio.

Il carcere è un luogo dove l’essere è nudo: non c’è nient’altro. Mentre fuori è tutto diluito. Fra i detenuti c’è un senso di fratellanza che nel mondo esterno non esiste”. Sembrerebbe un posto migliore della società… “Assolutamente, no. Non si tratta di un luogo da mitizzare: in galera, a parte pochi casi, si può solo peggiorare”.

 

Nel suo film c’è anche una critica alla semilibertà. “L’idea della legge Gozzini è bellissima: la libertà che viene somministrata a piccole dosi, finché il detenuto non è di nuovo capace di camminare con le proprie gambe. Ma i tutori di questi percorsi di riabilitazione, i maestri di questi uomini, siamo noi, le persone libere e oneste. Chi esce, invece, spesso non trova maestri né un lavoro. Incontra la mafia e tanta gente che di certo non fa buon uso della libertà. Per non parlare delle difficoltà di essere un uomo in prova. Ho lavorato con un brigatista rosso, con un esponente dei Nar, con un rapitore di bambini, con un trafficante di droga e ho capito che a volte un carcere può diventare lo spazio ideale per sognare il futuro: fuori, oramai gli stessi spazi, vengono ristretti e la nostra dignità di individui, umiliata”.

 

Dal Messaggero 3 giugno 2005