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"La mela" di Samira Makhmalbaf

La premiata "Maknmalbaf" colpisce ancora con la diffusione in Italia, tramite l'Istituto luce, di quest'ultima opera. Il Film è girato da una delle più giovani registe premiate dalla critica internazionale. Figlia dei due noti artisti iraniani, di cui il padre è regista di "Viaggio a Kaandahar" e la madre del recente "Piccoli ladri" ha ereditato dai genitori quel modo particolare di narrare stralci di vita e vicende realmente accadute, cercando di mettere in risalto il lato comico delle situazioni più dolorose che si contrappone alla cruda vericidità dei fatti narrati. Nei films dei Makhmalbaf (padre, madre e due figlie) non viene mai a mancare la speranza che si insinua nelle anime e nei cuori feriti dei personaggi, i quali in mezzo alla miseria, alla guerra , alla prigionia, al terrore del regime dei talebani riescono a trovare buoni motivi per continuare a vivere. Personaggi che sono di volta in volta bambini senza genitori, donne ingiustamente imprigionate, ragazzine costrette a sposarsi prematuramente, anziane contadine schiave delle tradizioni e della comunità patriarcale: figure tenere e disarmanti e fiere e coraggiose al tempo stesso.

Un padre e una madre cieca tengono segregate in casa le due figlie dodicenni per paura che il mondo le contamini. I vicini chiamano l’assistente sociale, ma sarà un gioco di bambini con un filo e una mela a sbloccare la situazione”.

Il primo film di Samira Makhmalbaf usciva sugli schermi di vari paesi che lei aveva 18 anni. Giovanissima e bella figlia d’arte - il cui padre Mohsen è uno dei magistrali registi del cinema iraniano e insieme preside di scuola e insegnante- sfida gli assetti e le consuetudini, del suo paese e le nostre, e mostra che si può…

Occhi infantili, di bambine, bucano lo schermo: increduli e curiosi insieme di fronte alla macchina da presa ed al mondo che c’è oltre la finestra sbarrata, come la porta di casa, fin dalla nascita.

Si tratta di bambine carcerate entro le mura domestiche dai genitori stessi, che agiscono così per paura e per equivoci d’affetto, con la convinzione di proteggerle dal mondo circostante: il padre è un uomo debole, timoroso e vinto; la madre cieca e segregata essa stessa; le bambine struggenti, le vicine ed i vicini - bambini/e ed adulte/i - sono l’apertura del film e della storia, che si ispira ad un fatto di cronaca. Una volitiva giovane donna prende in mano la situazione, nel suo lavoro di assistente sociale: determinata a far sì che la libertà delle bambine si realizzi e ad impostarne le condizioni di realizzabilità…

Il film definito dalla regista un’opera di “video ricerca sociologica” è un istant-movie ispirato ad un evento realmente accaduto in un quartiere a sud di Teheran: lo script è stato preparato nei tre giorni successivi alla diffusione della notizia (pubblicata sui giornali e comparsa in televisione) della denuncia fatta dai vicini di una famiglia, le cui figlie, recluse nei dodici anni della loro vita, sono state costrette all’analfabetismo, alla denutrizione, all’isolamento.

Le riprese, durate solo due settimane, mescolano sequenze video girate in maniera amatoriale (quelle iniziali riferite al fatto di cronaca, quando le sorelle gemelle, dopo essere state affidate ad un centro di assistenza, vengono restituite a genitori a patto che accettino di lasciarle uscire, di mandarle a scuola e di ricevere le visite di controllo dell’assistente sociale) con la prosecuzione del racconto su pellicola, in commistione tra narrazione filmica e documentazione di realtà.

Centrale nella scelta narrativa della regista: l’importanza del vicinato e della vita di quartiere in contrapposizione con il cortile-gabbia della casa; l’azione realistica della giovane “educatrice” determinata a perseguire le condizioni di libertà per le bambine nel loro contesto di vita. Vivide le sequenze della meraviglia delle bambine nell’aperto delle strade ed il contrappunto dell’educazione impartita sul padre dalla giovane donna attraverso un conflitto senza esclusione di colpi ma sempre attraverso le cose e la forza del pattuire.

Alla sua opera prima, la diciottenne Samira dimostra un talento poetico-visivo ed una sensibilità estetica e filmica fuori dell’ordinario. Come le storie che racconta?