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Ostacoli alla valutazione della pericolosità sociale - Andreoli

Carceri aperti ad un'incredibile afflusso di cittadini, visitatori, curiosi che vi accedono presentandosi come volontari e le figure professionali hanno sempre meno spazio e tempo. "Mi sono scontrato molto spesso con le direzioni carcerarie poichè non mi mettevano nelle condizione adatte per valutare la pericolosità sociale di un detenuto, negandomi tempo e spazio...è vergognoso ! Le strutture carcerarie, non di rado ci sono di ostacolo.

Lei ha criticato il modo in cui la psichiatria è trattata nelle aule di giustizia. Però ha anche sottolineato che talvolta gli psichiatri si mettono a disposizione del gioco tra le parti. Come succede?
Ho certamente detto che talvolta il comportamento di singoli psichiatri è vergognoso, perché non usano professionalità verso il loro compito, esaurendo in due incontri la valutazione a cui sono chiamati. Tuttavia il lavoro, come già ho precisato, non viene agevolato. Al di là del luogo delle visite, il carcere, che ha regole rigidissime, è la considerazione finale del lavoro psichiatrico che viene troppo spesso disat-tesa dalla magistratura, vanificandone lo sforzo e la competenza. Se il giudice dispone una perizia psichiatrica, ritenendo questa scienza capace di fornire elementi utili sul soggetto che la corte non può ottenere da sé, deve necessariamente mostrare rispetto per il lavoro svolto.

Porto a questo proposito un esempio molto semplice. Mi sono occupato del caso Carretta. In realtà eravamo in tre psichiatri, ciascuno lavorava per conto di un diverso soggetto, eppure siamo tutti arrivati a conclusioni comuni. Questo è un esempio chiarissimo di come tre psichiatri che decidano di svolgere seriamente il loro compito possono dal punto di vista clinico formulare una sola ana-lisi. E questo perché si sono applicate le conoscenze della psichiatria e si è fatto di tutto perché le condizioni di lavoro fossero rispettate. Anche nel caso Maso, in cui lavoravo alla valutazione della personalità di tre ra-gazzi, ho dovuto battermi per questo. Li incontravo almeno tre volte la settimana. Quando, a un certo punto, il mio compito venne ostacolato dalla struttura carceraria, scrissi una lettera al magistrato, dicendo che o mi si metteva nelle condizioni di avere rispettato il mio setting, o rinunciavo al lavoro, per ragioni di etica professionale. Nel giro di quarantotto ore è stata messa a disposizione una stanza nel carcere, con uno spioncino che mettesse insieme la mia esigenza analitica con il dovere della guardia carceraria di essere presente. Queste pretese non sono capricci né manifestazioni di potere. Solo io, come psi-chiatra, so di che cosa c’è bisogno per studiare il comportamento. Pertanto, se un giudice mi chiama per fare questo, devo poterlo eseguire secondo professionalità. Bisogna arrivare a una condizione in cui gli psichiatri possano fare gli psichiatri. Allo stato attuale delle cose non è assolutamente facile. Ma, d’altra parte, non c’è nessuna soluzione diversa. Un altro tema molto dibattuto è se sia corretto affidare la valutazione di un soggetto a un singolo professionista, lo psichiatra, il cui parere condizionerà il giudice. In questa critica si propone di risolvere l’impasse, sostituendo al perito un centro o istituto autorizzato dallo Stato, in cui lavorino équipe. Questa è la strada seguita, per esempio, in America, dove funzionano centri per lo studio del comportamento altamente specializzati, in cui il magistrato manda l’im-putato per un certo numero di giorni, trascorsi i quali si esprime una valutazione, di cui il giudice terrà conto.

Parte di una lezione di psicologia penitenziaria tenuta da Vittorino Andreoli Psichiatra,

 Università del Sacro Cuore di Roma