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Chi si occupa dei "nuovi giunti"?

Uno tra i momenti più difficili del periodo detentivo è senza dubbio l'ingresso in istituto del detenuto.

Il cosidetto “servizio nuovi giunti”deve essere gestito da personale competente (e non è una mia opinione, lo dice la legge che afferma che il presidio deve essere affidato ad ex articoli 80 della 354/75, specialisti di psicologia clinica o criminologia)

Dei nuovi giunti possono far parte uomini e donne di nazionalità diversa, accusati di reati differenti ma sopratutto con molteplici risposte psichiche alla detenzione.

L’ingresso in carcere può causare in individui considerati solidi a livello emotivo comportamenti aggressivi, sopratutto autolesionistici e forme di depressione acute ed ansia.

Tempo fa mentre mi trovavo in un’istituto penitenziario italiano e svolgevo una ricerca criminologica, con non poco stupore, ho constatato che il servizio nuovi giunti era stato affidato dal direttore a due signore volontarie.

L’una in passato gestiva un ristorante con il marito ed attualmente dopo il fallimento di varie attività imprenditoriali era disoccupata e per riempire le sue giornate le trascorreva in carcere, l’altra era una stravagante (a dir poco) doppiatrice di serie televisive, una specie di azzecca garbugli, ma sopratutto sotto cura farmacologica per lungo tempo a causa di disturbi psichiatrici.

Ciò susciterà lo sconcerto e le proteste di tutti quei giovani validi che dopo anni di studio purtroppo disoccupati, sono a casa in attesa di un’impiego.

Ma scrivo per suscitare questo sconcerto e queste proteste. Perchè quei giovani che sono realmente preparati potrebbero “farsi le ossa” in un carcere: un’pò di esperienza anche volontariamente.

Ma in Italia si studia anni e poi si è costretti alla disoccupazione o a cercare fortuna all’estero, i casi “socialmente difficili” i detenuti a rischio… quelli non si affidano ai professionisti si affidano ad uomini della tempra di Angelo Izzo, anch’essi malati e socialmente pericolosi.

Entrambe queste signore di cui ho accennato, sicuramente non hanno nozioni di psicologia o criminologia e sopratutto oltre a non poter accurare lo stato psicologico del detenuto, non hanno mezzi per aiutarlo ad accettare la sua nuova condizione. Possono semmai peggiorare la situazione.

Quello che mi fa più sorridere è il fatto che il simpatico direttore che ha avuto quest’originale idea dichiari con orgoglio alla stampa (ho letto vari articoli a riguardo) che ha “organizzato un servizio nuovi giunti a dir poco eccellente”, affidandolo al gruppo dei volontari che accedono all’istituto tramite l’art.17.

A ciò si riferisce un brano del libro “La Libertà dietro le sbarre” del noto giornalista Candido Cannavò che candidamente scrive:

“La signora T.P. mi racconta che ogni giorno i volontari si recano alla Rotonda e ritirano una sorta di mattinale: contiene l’elenco dei nuovi arrivati. Li cercano, li chiamano, li conducono in una stanzetta e parlano, parlano a lungo con loro, accompagnandoli lentamente alla nuova realtà. “

Ho avuto occasione di assistere a questo “parlare e parlare” a cui si riferisce la signora in questione e devo dire che va contro a tutto ciò che ho appreso in dieci anni di studio in materia di psicologia penitenziaria e criminologia.

Ciò farebbe drizzare sulla testa i capelli ad un mio professore già noto per la sua pettinatura “elettrica”.

Cannavò continua “Dai racconti dei volontari e da quello che ho visto direttamente, rilevo purtroppo che è veramente difficile perseguire nelle nostre carceri un progetto dignità”

Lo penso anch’io, visto come sono gestiti i servizi e sopratutto a chi sono affidati.