Questo sito contribuisce alla audience di

"Cara Silvia" Enzo Tortora ediz. Marsilio.

"A VENT'ANNI DI DISTANZA, PURTROPPO IN QUESTO PAESE DELLE PERSONE PERBENE NON SI HA PAURA NE' RISPETTO, DEI MASCALZONI SI." Le lettere che mio padre, Tortora, scrisse a me, ai suoi cari, rappresentano un modo onorevole di restituirgli la parola. Le parole che mi toccarono di più erano queste: «... la giustizia di Dio c’è. Solo che cammina più lenta. Ma più giusta». Queste sono lettere che possono essere dedicate a tutti quelli per i quali vale la pena lottare: gli «ultimi», gli anziani, i bambini, gli onesti, e tutte quelle persone che non possono far sentire la loro voce. Sono tanti, la maggioranza. Enzo Tortora è diventato il più forte paradigma della parola «ingiustizia» in Italia. E ogni volta che il suo nome viene tirato in ballo, guardo molto attentamente la faccia, e la bocca, di chi lo pronuncia.

Sono nata nel novembre 1962. Quando hanno arrestato mio padre, il 17 giugno 1983, avevo ventun anni e frequentavo l’Università.
Adesso ho quarant’anni, due figli, Philippe e Michelle, e due nipoti, Beatrice e Costanza. L’Università non l’ho mai finita. Mio padre non ha potuto conoscere nessuno dei suoi nipoti. Quando è morto, il 18 maggio 1988, aveva solo cinquantanove anni. La sua vita si può descrivere con un prima e un dopo. La linea di confine è rappresentata dal giugno 1983.
Prima di allora Enzo Tortora era un giornalista e presentatore televisivo. Un grande presentatore televisivo. In pratica era uno dei «quattro moschettieri» della tivù. Gli altri erano Mike Bongiorno, Corrado Mantoni e Pippo Baudo.

Tortora aveva uno stile particolare: poteva piacere da morire o dare sui nervi.

Era colto e amava dimostrarlo, usava i congiuntivi e amava sottolinearlo.
All’epoca del suo maggiore successo televisivo, Portobello (1977-1983), ero adolescente e quel programma pieno di gente comune e buoni sentimenti non lo potevo soffrire. Con papà avevamo degli scontri «ideologici»: lui amava tutto quello che io, allora, non potevo sopportare. Amava una certa idea nostalgica di Patria, gli piacevano i carabinieri, la bandiera, i bersaglieri, i vecchietti che parlavano della guerra. Insomma, cose «borghesi». Lui era amico del commissario Luigi Calabresi. Io, stupidamente, credevo che fosse giusto «tifare» per quelli che lo giudicarono un assassino dell’anarchico Pinelli. E così mi beccai il primo, e unico, schiaffo della mia vita. Per papà, insomma, ero troppo «estremista»: amavo Renato Zero, mettere gli zoccoli ai piedi, e tutto quello che aveva a che fare con la «sinistra». Quando mi portava a pranzo fuori e mi parlava di semiotica, io leggevo, sfrontatamente, sotto il tavolo l’«Intrepido» o il «Monello».
Poi, nel giugno 1983, mio padre si è trasformato. O meglio, lo hanno trasformato: in un mostro. Camorrista, spacciatore di droga, maschera di perbenismo che cela mille turpitudini.

Ma non era vero.

E aggiungo, a vent’anni di distanza, purtroppo. In questo Paese, infatti, delle persone perbene non si ha paura né rispetto, dei mascalzoni sì.

Quando gli mettono le manette ai polsi, Tortora comincia la sua seconda vita. E io capisco di volergli davvero molto bene. Non era più l’uomo da dividere con 28 milioni di italiani teledipendenti, ma un padre cui era capitata una mostruosità. Mai vista un’accusa così infame su un individuo tanto sbagliato.

Tortora era uno che non fumava, non «tirava» e alle nove di sera andava a letto con un libro di Karl Popper. Uno noioso, che non aveva società all’estero, non evadeva il fisco, non frequentava i vip e neppure le ballerine. Uno fuori tempo. Ma che adesso farebbe la differenza.
Nello spazio di una mattina, quel 17 giugno 1983 scoprii di avere per padre un criminale. Questo raccontavano i giornali, scrivendo di patti di sangue, santini bruciati, traffici di droga, armi… Insomma roba da ridere, ma in realtà ci fecero piangere. E molto.
Da quando lo arrestarono fino alla sua morte ci siamo sempre scritti. Ma ci siamo soprattutto capiti di più. Lui meno certo delle sue sicurezze, io meno critica nei suoi confronti. A cementare il nostro rapporto la valanga di fango che gli rovesciavano addosso i suoi colleghi giornalisti. Che per un periodo furono anche miei. La mia «missione» era dargli coraggio e stimolare la sua reazione.

Non era facile, non fu affatto facile, molti imbecilli cercarono di distruggerlo con il solo presupposto che fosse un uomo antipatico e di grande successo. Amici e parenti (tra tutti la sorella Anna) lottarono come leoni per dimostrare l’assurdità delle accuse. Moltissimi estranei se ne resero conto dal primo istante. È una parte d’Italia alla quale sono molto legata: quella delle persone perbene.
Le lettere che Tortora scrisse a me, ai suoi cari, rappresentano un modo onorevole di restituirgli la parola. Non sono tutte, ma una selezione, e alcune sono già uscite sul settimanale per il quale ho lavorato una decina di anni e che non c’è più, «Epoca». Ebbero un gran successo, e molti, attraverso di esse, capirono di che pasta era fatto quell’uomo che avevano visto in tivù, con o senza manette. Riproporle oggi ha un valore simbolico e un solo obiettivo: ricordare. La memoria dei fatti da cronaca si fa storia, non ricordare non significa vivere meglio, ma più semplicemente, far finta di non aver vissuto. Non credo che un Paese civile possa permettersi il lusso di rimuovere. Ci sono molti modi di ricordare. C’è chi lo fa con le celebrazioni, chi con la protesta, chi con le opere, chi con la preghiera. Un detenuto di nome Salvatore scrisse a papà, poco dopo il suo ingresso in carcere, una lettera bellissima. La troverete in apertura di questo libro. Le parole che mi toccarono di più erano queste: «… la giustizia di Dio c’è. Solo che cammina più lenta. Ma più giusta». Io non so pregare, ma ringrazio tutti quelli che lo hanno fatto, per noi, in questi lunghi anni.

Dopo la lettera di Salvatore, troverete le lettere di papà, scritte in varie occasioni della sua «seconda» vita, dal giorno in cui entrò in galera, a Regina Coeli, quasi fino al giorno della sua morte. Naturalmente, una volta riacquistata la libertà, Tortora era libero di telefonare, e lo faceva spesso, più volte al giorno. Ma è sulla carta che ha lasciato la testimonianza più bella e forte della sua dignità.
Le lettere di mio padre non possono essere impugnate da nessuno come un’arma, né come una bandiera. Sono lettere che possono essere dedicate a tutti quelli per i quali vale la pena lottare: gli «ultimi», gli anziani, i bambini, gli onesti, e tutte quelle persone che non possono far sentire la loro voce. Sono tanti, la maggioranza.

Ed è per loro che Enzo Tortora ha lottato. Mio padre, pur innocente, ma preferiva definirsi «estraneo», si fece la galera e gli arresti domiciliari. Si dimise dalla carica di parlamentare e si fece sconfiggere solo dal cancro. Da allora Enzo Tortora non è più un ricordo personale ma un «caso giudiziario», della cui gravità sanno bene milioni di italiani.

Enzo Tortora è diventato il più forte paradigma della parola «ingiustizia» in Italia.
Un’ingiustizia così, io, non l’ho mai vista.

E ogni volta che il suo nome viene tirato in ballo, guardo molto attentamente la faccia, e la bocca, di chi lo pronuncia. Alcuni possono essere dei mascalzoni, cui non vale la pena rispondere, ma molto più spesso, non ho dubbi, sono persone perbene come lui. E li ringrazio.

Silvia Tortora