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Storia di un bambino nato con le manette.

La storia di Rasheed è quella di un bambino nato con le manette; come se non bastasse venire al mondo sprovvisto di camicia solo per essere il figlio di Shawanna , una ragazza di trent'anni e di molte rapine, l'ultima, andata male, le è costata 5 anni di galera. Rasheed ha emesso i primi vagiti tra le mura spesse del penitenziario di Newport, Arkansas, mentre la mamma gridava come una disperata per il dolore e per molto altro. La procedura carceraria in America ha regole che sfidano quelle scritte da madre natura: una partoriente carcerata deve affrontare il travaglio con le caviglie strette da un paio di manette, e almeno un polso incatenato al letto. Per qualcuno questa può definirsi una tortura.

da Io Donna - Corriere della Sera
Los Angeles, 27 maggio 2006

I legislatori di 48 Stati su 50 del territorio americano la definiscono una “misura di sicurezza”.

Il pericolo che può arrecare una donna incinta al culmina del travaglio è definito “great”, dalle istituzioni americane. A

lmeno fino a quando Shawanna Nelson, madre del piccolo Rasheed, non ha raccontato la storia al proprio avvocato. Ed è lì che è cominciata la crociata.
Ogni anno nascono negli Stati Uniti, all’interno del sistema carcerario, circa 2000 bambini.
Ci sono stati che hanno creato postille apposite alle leggi, come l’Illinois dove “in casi di pericolo per la madre e per il nascituro, si accorda il permesso di rimuovere le manette”.
Nel caso di Shawanna la richiesta fatta dalla donna alle infermiere e al medico era stata accolta, ma la guardia assegnata alla carcerata si era opposta, rimanendo presente durante tutto il parto.
Solo nel momento conclusivo, alla nascita di Rasheed, il medico è riuscito a liberare le gambe della ragazza ormai sanguinanti.

Dina Tyler è la portavoce del Department of correction dello Stato dell’Arkansas, la struttura che coordina il sistema carcerario. Spiega: “Dobbiamo sempre tener presente che le partorienti in questione sono delle delinquenti condannate per crimini anche gravi. Molte di loro, se liberate, cercano di ferire il personale dello staff.
E’ nostro dovere trovare un buon equilibrio tra la sicurezza delle persone e il benessere del nascituro. Ma non sempre è facile.”

Secondo un’accurata relazione della congressista democratica Sally J. Lieber, questa pratica presenta in realtà enormi rischi per il neonato.
“E’ difficile ottenere dati ufficiali, ma pensiamo che fino al 10% dei bambini nati con le manette possa aver subito danni gravi”.
Una delle pratiche maggiormente in uso consiste nel somministrare alla partoriente grandi quantità di antidolorifico, con conseguenze non chiare su bambino e sulla donna stessa.
Grazie allo sforzo della Lieber, proprio la California, assieme all’Illinois, ha sospeso questa misura.
Altri Stati, come Connecticut, New York, Washington e District of Columbia, starebbero vagliando la possibilità di eliminare questa prqatic dagli ospedali carcerari.
In alcuni casi l’hanno sospesa, ma riuscire a cancellare le manette da tutto il Paese non sarà facile.
Il marito ha fatto un esposto alla magistratura e si è unito alla Lieber nella sua battaglia per il riconoscimento del più elementare dei diritti umani: “Credo che far nascere un bambino in catene ci riporti tutti indietro di duecento anni, ai tempi degli schiavi.
Per sospendere la pratica nello stato di Washington, in attesa di legislazione in merito, ci è voluto il caso di Pamela Simpson, un’infermiera che ha lavorato a lungo nell’area di Seattle.
“Ho visto una ragazza ricoperta di liquido amniotico, ancora vestita dell’uniforme d’ordinanza, arancione, che per regolamento non può essere rimossa, incatenata al letto con le caviglie ammanettate.
Una guardia, per giunta armata, la controllava da un metro. Quella ragazza aveva 15 anni”.
La causa civile intentata dalla Lieber ha utilizzato anche la testimonianza della Simpson. Gail T. Smith, presidente del Chicago Legal Advocacy for incarcerated Mothers, un’agenzia no profit che difende i diritti delle donne incinte imprigionate, sostiene tra l’altro che la maggioranza di queste donne, in gran parte afro-americane, si trova in galera per crimini minori,on rappresenta una minaccia per la società.
Secondo Amnesty International, che ha appena pubblicato un rapporto in merito, sono 23 gli Stati americani dove si compiono serie violazioni dei diritti civili delle donne.
Ma dall’Arkansas fanno sapere che il rischio più comune in questi casi, qualora vengano tolte le manette, è che la madre ossa fuggire.
La congressista Lieber ha fatto visita al Madera Community hospital, il reparto maternità di una prigione californiana dove si ammanettavano le partorienti.
“Se anche qualcuno avesse provato a fuggire non sarebbe andato da nessuna parte: la prima fermata d’autobus è a 10 miglia da quel posto sperduto.
Shavanna Nelson, la madre di Rasheed, commenta: “Chi fa queste leggi non ha mai avuto un bambino. Se anche avessi voluto scappare, dopo il parto, sarei stramazzata al suolo dopo pochi passi.”